Etica ed estetica al lavoro: la Biennale di fotografia industriale a Bologna. (Guarda la gallery)

Giunta alla sua terza edizione, si è conclusa ieri a Bologna Foto/Industria, la mostra a cadenza biennale realizzata dal MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) che indaga, attraverso la fotografia, sull’evoluzione del lavoro e della produzione industriale. 14 i fotografi coinvolti: Thomas Ruff, Josef  Koudelka, Lee Friedlander, Joan Fontcuberta, Alexander Rodchenko, Mimmo Jodice, Mitch Epstein, John Myers, Michele Borzoni, Marten Lange,Vincent Fournier, Carlo Valsecchi, Mathieu Bernard-Reymond, Yukichi Watabe. Una delle particolarità della mostra è stata quella di essere dislocata in vari luoghi della città, tra cui anche l’edificio del MAST. Così, i visitatori non solo hanno avuto la possibilità di apprezzare la bravura di celebri fotografi, ma anche di scoprire palazzi storici di grande importanza artistica, alcuni dei quali aperti appositamente per l’occasione.

Concept della terza edizione, curata da François Hébel (attuale direttore artistico della mostra di Nan Goldin The Ballad of Sexual Dependency visitabile alla Triennale di Milano ed ex direttore artistico del festival fotografico Les Rencontres d’Arles) è stato “identità e illusione”.  Il concetto di identità si percepisce chiaramente, in quanto ogni fotografo dimostra nel proprio progetto un modo di approcciarsi alla tematica del lavoro e della produzione totalmente personale. L’illusione è l’ingrediente chiave di questa arte, e, un campo apparentemente ostico come può essere il lavoro e l’industria, si rivela invece essenziale per la sperimentazione e la creatività dell’artista. Hebel ha mescolato con cura opere di più noti fotografi con altri meno illustri: un risultato davvero soddisfacente, grazie anche all’idea di allestire alcuni siti della mostra con dei pannelli colorati, in modo da mettere in risalto il bianco e il nero delle fotografie. Al MAST  sono state installate 50 riproduzioni in scala delle opere di Kapoor e le fotografie della collezione Macchina e energia di Thomas Ruff. L’archivista e fotografo tedesco rivela in questo progetto tutta la sua devozione per il rigore della ricerca, affibbiando l’espressione “processore di visioni” alla macchina fotografica, in quanto essa è capace di reinterpretare i dati visivi naturali in una maniera totalmente nuova.  40 inedite gigantografie costituiscono invece Paesaggi industriali: 1986-2010 di Koudelka. Ribelle e indipendente, il fotografo ha collaborato con l’agenzia Magnum, volendo però sempre visitare i luoghi prima di fotografarli e lavorando con la massima libertà. A lui si deve l’importanza di aver immortalato la devastante trasformazione del “triangolo nero”, una località di industria mineraria della Boemia e le cave calcaree della Lhoist. Fotografie imponenti, quasi larghe tre metri, che permettono allo spettatore di immergersi in una realtà tanto drammatica quanto suggestiva. Si passa poi ad artisti italiani come Mimmo Jodice, che con le sue fotografie di bambini al lavoro nelle vie di Napoli a cavallo degli anni Settanta costituisce uno spaccato inedito di un’Italia degli anni di piombo, oppure Michele Borzoni, che ha indagato sulla precarietà della nostra società. Al Mambo, il francese Vincent Fournier, con la sua esposizione dal titolo Futuro Passato, riflette sulla figura umana in uno scenario economico in crescente automatizzazione. Sono foto sui centri di ricerca spaziale molto particolari, che a momenti mettono in soggezione lo spettatore.

 

Di fotografia, di progresso e di futuro si è parlato con François Hébel, che ha contribuito al successo e al fascino della mostra sulla fotografia industriale.

 

Qual è stato l’ obiettivo di questa terza edizione?

«L’obiettivo è stato quello di far conoscere, attraverso la tematica del lavoro e della produzione industriale, le varie sperimentazioni fotografiche in grado di descrivere la società contemporanea. Attraverso questa mostra non soltanto possiamo vedere in che modo, sia la fotografia che il trattamento dei  documenti ,stiano cambiando radicalmente , ma anche osservare da vicino come la realtà lavorativa si sia trasformata  e si trasformerà sempre. Ciò lo si può notare da delle foto scattate un secolo fa rispetto a quelle di adesso: il lavoro si evolve e con esso, il modus operandi dei fotografi.»

Nel 900 la fotografia è stata un mezzo importante anche per documentare il nostro sviluppo, il lavoro e la tecnologia. Quale scenario si immagina in un futuro non troppo lontano per la fotografia? Sarà ancora importante per raccontare la nostra evoluzione?

«Penso proprio di si. Stiamo assistendo a un fenomeno molto nuovo, unico, spettacolare: oggi siamo tutti potenziali fotografi. Inizialmente i costi della fotografia, dalla pellicola allo sviluppo, dalla stampa alla diffusione erano molto elevati. Oggi tutto questo ha un prezzo molto basso, e il livello dell’artista amatoriale sta crescendo anche in termini di qualità. Ciò non vuol dire però che tutta la produzione sia interessante: dobbiamo inventare nuovi filtri, avere nuovi curatori, nuove prospettive da cui guardare la realtà. Se penso a una mostra di fotografia del domani, essa avrà sicuramente la cultura e la storia di ieri, con lo sguardo un po’ più “rinfrescato”.»

 

Ecco, per l’appunto, siamo bombardati al giorno d’oggi costantemente da immagini. Secondo lei, è importante  oggi riconsiderare la fotografia  d’autore in un mare di fotografia amatoriale?

«Certamente. Un autore è quello che non fa delle fotografie per caso una volta nella vita; mentre l’amatore scatta le sue foto in maniera frontale e diretta, il fotografo è colui che sviluppa un linguaggio originale e lo fa in maniera del tutto autonoma. Faccio un esempio: la pittura un tempo era adibita alla rappresentazione della quotidianità. Quando questo compito è stato poi affidato alla fotografia, ecco che la pittura si è come liberata da un peso e man mano gli artisti si sono sempre più focalizzati sulla sperimentazione del materiale. É un po’ come una canzone: chiunque può cantare sotto la doccia, bene, male, non importa. Ci si prende gusto, ma non ci si potrà mai esibire all’opera o a un varietà. Sappiamo pure che esistono diversi generi musicali, come il rap, il jazz, il rock…. la fotografia sta procedendo su questo cammino.»

Chiara Grasso

Photos made by: Chiara Grasso

 

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