Omnia mea mecum porto – E d’un tratto, il viaggio

Omnia mea mecum porto“: porto tutto con me, se non eravate bravi in filosofia o in latino. È un concetto filosofico che ho fatto mio, a grandi linee significa che, alla fine di tutto, rimani tu. Non le persone né tantomeno gli oggetti, ma tu. Con le tue esperienze, i tuoi pensieri e i tuoi sogni. È ciò che mi dico ogni volta che preparo lo zaino per partire. Porto tutto con me.

Oggi vi parlerò di com’è iniziata questa passione.

Il mio primo viaggio “serio”, cioè senza la scuola, senza gruppi organizzati, l’ho fatto quando avevo diciotto anni.
Mio fratello si era appena laureato e io non sono il tipo da feste in grande stile: una pizza con gli amici più intimi il mio diciottesimo, il mio primo viaggio serio il mio regalo.

Dove vorresti andare?
Non so, che ne pensi di Barcellona?

Guarda, lì puoi andarci quando vuoi, che ne dici invece di Cracovia? È molto bella e se non ci vai con qualcuno che parla polacco è più difficile da girare”.

E così siamo partiti. La mia prima esperienza, la prima volta che prendevo l’aereo da solo. Arrivare a Roma nell’immensità di Fiumicino. Caos. Confusione. Gente da ogni luogo.
Da Roma, prendere il volo per Katowice e poi un bus per Cracovia.

Sul volo, seduto accanto a me, c’è un uomo sulla sessantina. Per quanto ami i miei compatrioti, non li sopporto all’estero. Questo individuo (“signore” è un termine che non gli si addice) non parla inglese, neanche un po’. L’assistente di volo è molto gentile e con il suo inglese perfetto chiede se desideriamo qualcosa. Rispondo di no, grazie. Il mio vicino di posto chiede un succo di frutta, non si capiscono. Sollevo gli occhi dalla mia Lonely Planet sulla Polonia, traduco. L’assistente di volo mi ringrazia con lo sguardo. Lui vuole offrire del succo alla moglie, seduta nell’altra fila. Per chiamare la hostess le dà dei colpetti sulla spalla, la cosa mi irrita molto, ma lei non fa una piega. Chiede un bicchiere, in italiano. Lei non capisce e mi guarda in cerca di aiuto. “A glass, please”. Mi rimetto a leggere. Lui cerca di sbirciare cosa sto leggendo. Inizia con qualche stereotipo sui polacchi, con qualche frase fatta. Rispondo in maniera fredda, con monosillabi, senza staccare gli occhi dal libro. Visto il modo in cui si è comportato prima con l’assistente, non è degno del mio rispetto né della mia considerazione. Capisce, si addormenta bofonchiando.

 

 

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Bella città, Cracovia. Una cittadina medievale che sembra una bomboniera. Non ancora intaccata dal turismo di massa, con i suoi quartieri caratteristici, il castello del Wawel, i sorrisi sinceri e schietti degli abitanti.
Anche gli ubriachi, tristemente molti, sono tranquilli: stanno nel loro e camminano abbracciati per sostenersi.

Niente male per il mio primo assaggio di mondo.

Da Cracovia, raggiungere la stazione centrale, il treno per Praga. Otto ore su di un treno con una ragazza ceca. Sono passati anni, ho dimenticato il suo nome, ma ricordo ancora il suo perfetto accento mentre parlava inglese. Io, con il mio inglese scolastico e il mio forte accento meridionale, sembravo uno stereotipo riuscito male.

Ho vissuto per anni a Birmingham”, mi dice. Stava tornando in patria. Parliamo del più e del meno. Poi la stanchezza si fa sentire. Mi addormento.
Al mio risveglio, la situazione è cambiata. Mio fratello sta leggendo non ricordo più cosa, ammiro la sua capacità di concentrarsi in qualsiasi situazione. Accanto a me, dal lato finestrino, un signore con la maglietta di qualche gruppo ultras locale beve della scadente birra in lattina, l’odore appesta tutta la carrozza.

Ad un certo punto il treno rallenta. Praga si mostra a noi in tutta la sua gloria. Sono passati anni e ne ho ricordi confusi. Ricordo un particolare: la sua bellezza.

 

 

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Non saprei a cosa attribuirla. Ho visto altre città europee prima e dopo, ma Praga aveva qualcosa di particolare, soprattutto per un diciottenne appena arrivato da Cracovia e che aveva passato la sua intera vita in un paesino di provincia del sud Italia.
Praga era bellissima, indescrivibile. Lontana dal candore di Cracovia, più silenziosa e meno sporca di Roma, più viva di Firenze. C’era solo un posto orribile a Praga: il nostro alloggio.

Avevamo preso una camera in questo palazzo antico di proprietà di una signora del luogo che ci venne a prendere anche alla stazione. Era orribile, ma riparava dalla pioggia.

L’ultimo giorno rimaniamo senza soldi. Giusto qualche spicciolo per le emergenze. Non abbiamo i soldi neanche per comprare dell’acqua. Propongo di bere quella del rubinetto e amen, ma mio fratello non è d’accordo: e se non fosse potabile? Meglio non rischiare.
La sete aumenta, decidiamo di farla bollire nel bollitore elettrico, sperando che possa servire a qualcosa. La mettiamo nelle tazze e a raffreddare sul davanzale. Ha un sapore orribile.

La notte mi sveglio. Muoio di sete. Vado in bagno e inizio a bere a sorsate avide quell’acqua fredda. Torno con un sorriso vittorioso stampato in faccia. Mio fratello dorme. Solo di recente gli ho raccontato la storia.

Credo che il viaggio serva ad ampliare le nostre esperienze, a farci capire che il mondo non finisce all’ultima fermata dell’autobus o nel paesino vicino o in questo o quel pub. Quando una sera rimasi tutta la notte a guardare le stelle, rimasi spaventato dall’infinito. È una sensazione che non ho più provato, ma più viaggio, più mi rendo conto di quanto il mondo sia, nello stesso tempo, infinitamente grande e infinitamente piccolo. Un’ora per Roma. Un paio per la Polonia. Due per Berlino. Dodici sfiancanti ore di bus per andare a Budapest. Il mondo non è poi così grande, ma rimane infinito: le sue storie non finiscono mai e la bellezza dell’infinito sta nel fatto che quando lo dividi, rimane immutato. Prendi l’infinità dell’universo, prendi il più infimo essere umano: ha così tanti pensieri, esperienze, desideri e sogni che anche lui, nel suo piccolo, è infinito.

Questi pensieri sparsi, il mio primo viaggio vero.

–  Dino Greco

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