BREXIT- Arriva la fumata bianca per l’accordo tra la May e Juncker

La Commissione Europea ed il Governo britannico sono finalmente riusciti a trovare un pre-accordo sul divorzio, voluto il 23 giugno dello scorso anno dal 51,9% degli inglesi. Tre erano gli ostacoli da superare: gli impegni finanziari di Londra verso Bruxelles; il rapporto tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord; infine i diritti dei cittadini europei e britannici risiedenti, rispettivamente, in Gran Bretagna e nell’Unione. L’intesa raggiunta passerà la prossima settimana al tavolo del Consiglio Europeo, dove i Ventisette capi di stato e di governo dovranno accertare se vi siano stati “sufficienti progressi” su questo fronte dando quindi il via alle trattative sul futuro rapporto di partenariato tra l’Unione e la Gran Bretagna.

 

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Il costo economico

Il primo punto da trattare era l’assegno di questo difficile divorzio. Come riportato dal Financial Times, Bruxelles e Londra sono giunti ad un accordo che prevede il rispetto degli obblighi finanziari da parte dello Stato d’oltremanica fino al 2020. Col passare degli anni la Gran Bretagna pagherà i vari passivi, la cui quantificazione non è stata tuttavia ufficializzata. La somma dovrebbe comunque aggirarsi intorno ai 35 – 39 miliardi di sterline, ovvero tra i 40 e i 45 miliardi di euro (più o meno la cifra a cui puntava la stessa Ue). Un prezzo che, a detta del portavoce della prima ministra britannica, è considerato giusto in proporzione  agli obblighi del Regno verso l’Europa. Il pagamento sarà quindi spalmato su diversi anni e nessuno Stato membro dovrà sborsare un centesimo in più per la Brexit: il bilancio europeo per il 2014-2020 resta quindi inalterato.

I diritti dei cittadini.

Sulla questione dei diritti dei cittadini, sia inglesi risiedenti nell’unione europea sia europei residenti nel Regno Unito, il Presidente dell’esecutivo comunitario, Jean-Claude Junker, ed il primo ministro inglese, Theresa May, si sono mostrati concordi nell’affermare che tutti i diritti saranno rispettati e tutelati. L’intesa comune riconosce altresì il ruolo centrale della Corte di giustizia dell’Unione Europea sull’interpretazione e l’applicazione della legislazione comunitaria, nonché sulla vigilanza circa il rispetto dei diritti stabiliti nei trattati fondativi dell’Ue. Invero, gli unici tribunali saranno quelli britannici i quali, in ogni caso, dovranno far riferimento alla CGUE le cui dispute potranno essere deferite alla Corte europea per i primi otto anni successivi alla Brexit, ovverosia sino al 2020. Una buona notizia soprattutto per gli oltre 3 milioni di cittadini europei (600 mila italiani) residenti  nel Regno Unito, in quanto essi vedranno garantiti i propri diritti di residenza permanente, trattamento sanitario e previdenziale, esattamente com’è adesso. Riceveranno infatti un cd. settled status, una posizione privilegiata, diritti politici (ovviamente) esclusi.

La questione irlandese.

Il terzo punto dell’accordo ha rischiato di far deragliare la prima parte negoziato. Si tratta della storica difficoltà dei confini tra l’Irlanda britannica del Nord e la Repubblica di Dublino del Sud. Su questo fronte Londra si è impegnata a non creare un confine fisico tra i due Paesi, stabilendo che la frontiera continuerà ad essere “aperta ed invisibile”, come da vent’anni a questa parte dopo l’accordo di pace del ’98. Questo significa che l’Irlanda di Belfast rimarrà quantomeno nell’unione doganale con uno statuto speciale, peraltro richiesto anche dalla Scozia e dalla City di Londra, aprendosi così un delicato fronte politico interno per l’inquilina del numero 10 di Downing Street. Lo stesso presidente della Commissione Europea ha affermato ieri che «il Regno Unito ha ammesso la situazione unica sull’isola d’Irlanda e ha preso impegni significativi per evitare un confine invalicabile (hard border)». L’accordo non convince pienamente. Se da un lato si vuole tutelare l’unione e l’integrità costituzionale ed economica dei due Stati, dall’altro ci si interroga sul dove saranno i controlli per i passaporti, per le merci ed i capitali, mancando di fatto un confine reale e tangibile.

 

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Le dichiarazioni.

La Commissione ha comunque dato il suo “ok” per il prosieguo dei negoziati Brexit, consigliando ai Ventisette capi di stato e di governo di passare alla seconda fase degli accordi quanto prima. Il Consiglio Europeo si riunirà il venerdì della settimana entrante, dovendo decidere se si siano fatti questi “sufficienti” e necessari progressi per il secondo step dei negoziati. Un accordo dovrà in ogni caso essere raggiunto entro ottobre del 2018, successivamente al quale si passerà alla ratifica individuale dei Parlamenti di ogni singolo Stato membro entro il 29 marzo 2019 (data in cui il Regno Unito lascerà definitivamente l’Unione Europea). Intanto Junker si dichiara soddisfatto di questa prima trance affermando di essere fiducioso che i rappresentanti degli Stati membri siano unanimi sulla decisione di voler proseguire in questo procedimento di recesso unilaterale. Positivo anche il premier Italiano, Paolo Gentiloni, il quale in un’intervista ha dichiarato: «Credo che la Commissione abbia registrato progressi sufficienti sui tre punti per andare a fase transitoria».

Londra ha infine chiesto un periodo di transizione di due (forse tre) anni dopo l’uscita formale dall’Unione, richiesta peraltro confermata nella stessa conferenza stampa a cui ha partecipato la premier britannica. In questo arco di tempo la Gran Bretagna resterà nel mercato comune e continuerà ad applicare le direttive europee, perdendo il diritto di voto. Stando alle parole del presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Regno Unito dovrebbe poi rispettare la legislazione europea, ivi incluse le nuove leggi europee e gli impegni di bilancio. L’ex primo ministro polacco ha ulteriormente ribadito che intende suggerire ai Ventisette di dare mandato ai negoziatori affinché queste trattative inizino “immediatamente”. Da Bruxelles fanno comunque capire che per Londra sarà una strada tutta in salita.

–  Antonio Giuffrida

Credits: Corriere della Sera, Financial Times, Repubblica

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