Perché Apple ha comprato Shazam

La prima volta che usai Shazam, intorno agli anni 2000, ero un pre-adolescente impacciato col maglioncino che smanettava col suo Nokia 3510i (mitico!). Il primordiale algoritmo di Shazam (oggi si basa su 200 brevetti) ascoltò il brano dallo stereo ad una festicciola tramite chiamata telefonica e mi inviò il titolo tramite SMS. Feci il figo andando da Sara, la ragazzina per cui avevo una cotta, inventandomi robe da servizi segreti… finsi che un team di informatici analizzava l’ambiente intorno a me per darmi informazioni. Lei non ci credette per niente, (che caspio voleva dire?!) però era la prima volta che le rivolsi la parola e parlammo tutta la sera. Cioè, il pomeriggio.

Da quel momento sia io che Shazam ne abbiamo fatta di strada! Io… vabbè, ve lo risparmio. Shazam, invece, è cresciuta tanto da far gola all’azienda con la capitalizzazione più elevata al mondo, Apple.
Se quello che hai pensato somiglia a “Avranno speso un sacco di soldi, io l’ho scaricata gratis anni fa”, ok, sei molto simpatico (la battuta non fa più ridere da quando Facebook ha comprato WhatsApp per ben 19 miliardi di dollari, comunque).

Il numero di download che ha totalizzato quest’app è impressionante: 1 miliardo. Shazam viene usato mensilmente da ben 120 milioni di persone circa 20 milioni di volte al giorno… 30 miliardi di volte in totale! E ci credo, con un database con più di 1800 artisti verificati, ormai non sbaglia un colpo. Da Shazam partono 400 mila download e acquisti di canzoni ogni giorno… il 30% degli utenti ha taggato sui social programmi TV e prodotti pubblicizzati.

Passato il mal di mare?
Si tratta di un pacchetto ghiottissimo, soprattutto con Spotify a farla da padrone nello streaming musicale e con Google che non si vuole proprio arrendere (il Pixel, l’ultimo smartphone di Big G, ha una sorta di Shazam incorporato e sempre attivo chiamato “Now Playing” che mostra il titolo della canzone in sottofondo sulla schermata di blocco senza che l’utente debba fare niente).

Ok, cacciamo il “Capitan Ovvio” che si è impossessato della mia tastiera, per dire che si tratta del secondo più grande Merge&Acquisition della storia della mela morsicata da quando, nel 2014, ha acquistato il brand di cuffie stilose Beats by Dre, sferrando un altro colpo (oltre all’iPod, iTunes…) al mercato della musica di massa con una scommessa da 3 miliardi di dollari.

Oggi Apple si guarda intorno e punta di nuovo, ma senza dichiarare esattamente quanto. Secondo TechCrunch si tratta di 400 milioni di dollari. Bazzecole (lo 0.5% del valore di Apple, la prima azienda che rischia di diventare una “trillion company”). Guardando l’altra faccia della medaglia, scopriamo che solo qualche tempo fa Shazam, che era ancora una “startup” (seppur molto scalata) era valutata dagli analisti a quota 1.1 miliardi. Solo ora, però, il team dietro l’azienda ha deciso di acconsentire all’inghiottimento di mamma Apple.

Evidentemente, e sono cose che capitano, le cose per quel gruppo di persone che ha reso normale dire “shazammare” (ma vi pare?) non sono andate esattamente come desideravano. “La grana è grana”, come direbbe un certo senatore della Repubblica Italiana, e in qualche modo bisogna capitalizzare qualcosa per rendere profittevole un business che sarebbe stato ragionevolmente sommerso da altri giganti del mercato.
Merge&Acquisition che?

Operazione da manuale: l’azienda grossa e piena di soldi compra l’azienda piccola e a corto di capitali. Il prodotto oggetto dell’affare o meglio, la sua tecnologia, diventano parte dell’offerta dell’azienda grande, così come il team di ingegneri e gran parte dell’attuale compagine societaria e pool di risorse umane: la maglietta che indosseranno da domani porterà un bel logo Apple scintillante (si spera per loro che non sia la maglietta dei “genius”, senza nulla togliere al loro lavoro).

Moltissime delle startup che nascono oggi, un po’ per inesperienza un po’ per debolezza della vocazione, nascono proprio con l’obiettivo di “fare l’exit”, ovvero farsi notare da qualche big e poi essere assunti e/o vantare tra i propri successi l’aver venduto il proprio lavoro ad una delle aziende che sposta il mercato.
Poi ci sono altri imprenditori “seriali”, che fanno leva sulla temporaneità naturale delle startup per trovare subito un fit col mercato, farlo scalare velocemente, venderlo e rimboccarsi di nuovo le maniche con un’altra avventura, ma questo è un altro discorso.

Mentre scrivevo questo pezzo ho ascoltato “Give life back to music” dei Daft Punk, sperando che oltre agli aspetti iper-razionali e alle logiche di business, si mantenga vivo l’interesse ed il rispetto per questa meravigliosa forma di espressione umana che è la musica, anche se io e Sara non ci sentiamo da tipo seicento anni.

–  Daniele Pecoraro

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