Quali sono i rischi legati allo scioglimento del Permafrost?

I cambiamenti climatici – che sempre più starebbero influenzando il mondo moderno – potrebbero sciogliere al più presto il Permafrost (parte di suolo perennemente gelato tipico del Nord Europa). Questo processo potrebbe ‘riesumare’ virus e batteri ormai assenti da tempo dalla quotidianità della vita dell’uomo. Il Permafrost è un ottimo conservatore di microbi e virus, perché è freddo e all’interno non c’è ossigeno ed è buio. I virus patogeni che possono infettare umani o animali – riporta tpi.itpotrebbero essere conservati in vecchi strati di Permafrost, tra cui alcuni che hanno causato epidemie globali in passato”, ha spiegato il biologo Jean-Michel Claverie, esperto di evoluzione dell’Università di Aix-Marsiglia, ai microfoni della BBC.

Il ghiaccio, considerando le temperature in crescita nel Circolo Polare Artico, si liquefà molto velocemente del passato, al suo interno non è da escludere che vi siano batteri di ogni genere: basti pensare, infatti, che dentro il Permafrost i suddetti micro organismi possono sopravvivere anche per un milione di anni. Già in passato questa paura è divenuta realtà quando, nel 2015, la NASA scoprì che uno stagno ghiacciato in Alaska, scongelandosi, aveva ridato vita a batteri rimasti ibernati dal Pleistocene (periodo in cui i Mammut dominavano la terra).

Claverie, comunque, coadiuvato da un team di scienziati, ha voluto studiare da vicino questo fenomeno: con i suoi “scavi” in Siberia, è riuscito a risvegliare – secondo quanto riporta tpi.it – il “Mollivirus Sibericum“. Dalle analisi in laboratorio, si è appreso come questi, seppur misuri poco più di mezzo millesimo di millimetro, abbia uno tra i codici genetici più ricchi e complessi al mondo. Il virus, risalente all’ultima glaciazione (30.000 anni fa), avrebbe un numero di geni pari a 500, una quantità incredibile se si pensa che l’HIV (il messaggero dell’AIDS) ne ha soltanto 10 ed è tra i virus moderni più pericolosi.

E se alcuni, una volta liberati dal Permafrost, tornano immediatamente in vita, altri restano sì morti, ma rilasciano spore altamente pericolose, che possono essere persino fatali per l’uomo. Dagli studi condotti poi da altri scienziati su queste forme di vita prettamente preistoriche, è emerso che questi sarebbero accomunati – oltre che dal lungo tempo di giacenza – anche da una elevata resistenza agli antibiotici. Certamente provare a combattere il cambiamento climatico aiuterebbe non poco in questa crociata contro il risveglio di milioni di batteri potenzialmente letali per l’uomo e che, con ogni probabilità, andrebbero ad intaccare il benestare delle generazioni future.

Francesco Raguni


Fonte immagine in evidenza: russianow.com

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