Puigdemont sfida Rajoy: “posso governare anche da Bruxelles” 

La vicenda catalana prosegue tra le forti tensioni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi del commissariamento spagnolo nella regione ribelle. Il nuovo capitolo è iniziato lo scorso 17 gennaio, giorno in cui si è svolta la prima seduta del Parlament catalano all’indomani delle elezioni del 21 dicembre che ha visto una netta vittoria del blocco indipendentista (70 dei 135 seggi in palio). La sessione si è aperta accogliendo la richiesta del voto delegato dei tre deputati (Oriol Junqueras, Jordi Sànchez e Joaquim Forn) attualmente detenuti presso il carcere di Madrid con l’accusa di sedizione e ribellione allo Stato centrale. Con 65 voti a favore e 56 contrari, il legislativo barcellonese ha eletto, a maggioranza relativa, il 38enne Roger Torrent, deputato nelle ultime 3 legislature e portavoce aggiunto del gruppo Junts pel Sí, principale promotore del referendum per l’indipendenza catalana. Accanto a lui si affiancano due vicepresidenti: Josep Costa, di JxCat, primo partito secessionista, e José María Espejo Saavedra di Ciudadanos, partito filogovernativo con il maggior numero di seggi in Parlamento (37, per l’appunto). In contemporanea, si è altresì provveduto ad eleggere la “Mesa”, l’ufficio di presidenza deputato a decidere quali mozioni ammettere alle singole discussioni camerali, scremando così le varie proposte di legge. Tra i componenti di questo organo troviamo quattro consiglieri, due dei quali sono di schieramento scissionista.

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«Renderò la democrazia e la convivenza i pilastri del mio mandato», ha twittato Torrent subito dopo la sua elezione. Non ha perso tempo il 15° Presidente del Parlamento della Catalogna, avviando immediatamente i colloqui per la sessione si investitura del nuovo Presidente della Comunidad. Dal fronte secessionista si erge il nome  di Carles Puigdemont, fautore della rivolta contro la corona spagnola e tutt’ora in esilio volontario in Belgio. A quanto pare i tre partiti dell’ala sinistra della Camera si sono messi d’accordo per una riedizione della passata presidenza che ha portato alle urne referendarie per l’indipendenza circa il 42% dei catalani, ovverosia 2,2 milioni di cittadini aventi diritto al voto. Se la candidatura di Puigdemont non sembra mostrarsi come una difficoltà così insormontabile, al tempo stesso non risultano essere chiare le modalità di una sua eventuale investitura. Per il giuramento si è presto pensato all’aiuto telematico (utilizzando la celebre piattaforma Skype). Un problema diverso, e assolutamente più complessa da risolvere, si presenterebbe allorché alla candidatura seguisse la nomina, quindi la fiducia, da parte del legislativo regionale. In quel caso il Governatore si troverebbe a gestire una Comunidad di oltre 7milioni di catalani da più di 1200 kilometri di distanza.

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«Se il signor Puigdemont non sarà in Parlamento, non potrà essere eletto presidente», tuona da Madrid il premier spagnolo alla direzione nazionale del Partito Popolare. «Non ci sono margini per deleghe o per altri trucchetti». In queste ore il Governo spagnolo sta vagliando tutte le opzioni per impedire una investitura via web o tramite delega, con la priorità più assoluta di impedire che il Re Felipe VI firmi il decreto di nomina. D’altro canto, qualora quest’ultimo tornasse in madre patria sarebbe immediatamente arrestato dalla polizia spagnola ed incarcerato con l’accusa di insurrezione e violazione dell’ordine costituzionale. «È assurdo che qualcuno voglia diventare Presidente del Governo catalano da fuggitivo a Bruxelles: è questione di buon senso», aggiunge il premier all’indirizzo di Puigdemont. Lo stesso Rajoy si dice anche pronto a far ricorso direttamente alla Corte Costituzionale qualora il Parlamento catalano accordasse la presidenza al fuggiasco. A rincarare la dose ci pensa anche Soraya Sáenz de Santamaría, commissaria straordinaria della Catalogna nei mesi di novembre e dicembre e numero due dell’Esecutivo spagnolo. «È giunto alla fine del suo percorso. – Afferma la vicepremier – Non sarà mai più Presidente della Generalitat». Dalla capitale arriva persino la minaccia di prolungare il commissariamento (ex art. 155 della Costituzione spagnola) nel caso in cui il Parlamento si ritrovasse a rieleggere il leader ribelle alla guida della Regione. Se in un primo tempo Rajoy aveva sperato di ribaltare la situazione catalana con una più estesa presenza di unionisti all’interno della Camera legislativa, adesso teme un ritorno del passato autunno caldo. Il film di ottobre potrebbe avere un quanto più paventato bis.

– Antonio Giuffrida

Fonti: Ansa, Agi, Corriere della Sera, Il Giornale, Il Sole24Ore, La Repubblica

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