Un anno di Trump: i provvedimenti del presidente più criticato

Il 20 gennaio 2017 Donald Trump, divenuto il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti dopo aver vinto le elezioni del novembre 2016, si è insediato alla Casa Bianca. Nei primi dodici mesi del suo incarico l’attuale presidente degli Stati Uniti ha redatto ben 57 ordini esecutivi, rivelandosi molto prolifico e mostrando quali fossero le sue idee e i suoi progetti, cancellando anche i provvedimenti presi dal suo predecessore. Molte di queste scelte hanno fatto calare la sua popolarità, ricevendo molte critiche che hanno portato migliaia di persone a protestare per le strade statunitensi.

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Il mese di gennaio ha visto il presidente magnate mettersi subito all’opera per mostrare ai suoi elettori di esser in grado di tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Si sono cosi succeduti diversi provvedimenti tra i più importanti quello sull’aborto e quello in merito al petrolio e il loro passaggio all’interno degli oleodotti.

Trump ha cancellato i finanziamenti governativi a tutte le ONG internazionali che praticano l’aborto o fanno informazione sulla possibilità di interrompere la gravidanza all’estero. La norma, riesumata da Trump, era stata introdotta da Reagan e modificata più volte dai suoi successori, che avevano permesso a queste organizzazioni di ricevere fondi per diffondere contraccettivi e fornire cure post-operatorie in seguito all’aborto. In merito all’aborto Donald Trump ha cambiato più volte la sua posizione sul tema durante la campagna elettorale, in maniera anche radicale. La sanità è un campo dove Trump ha subito numerose battute d’arresto, ma dopo aver fallito più volte nel tentativo di riformare completamente la materia, Trump riesce ad aggirare con un provvedimento l’Obamacare, riforma sanitaria voluta dal suo predecessore. Le novità permettono alle compagnie assicurative di proporre coperture che non comprendano alcune cure.

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A seguito è stato ratificato il provvedimento per dare  il via libera agli oleodotti “Dakota Access” e “Keystone XI”, che trasportano il petrolio rispettivamente dal North Dakota all’Illinois, passando per Sud Dakota ed Iowa, e dal Canada al Texas in un percorso lungo quasi 2.000 chilometri. La realizzazione degli oleodotti era stata bloccata da Obama.  A questo primo ordine esecutivo è seguito la decisione di dal Trattato transpacifico (TPP), grande accordo commerciale firmato nel 2015 da 12 stati.

Un provvedimento che lascia una grande impronta sull’operato di Trump è stato il Muslim Ban, dove si afferma che per 90 giorni devono essere impediti gli ingressi negli USA dei migranti provenienti da sette paesi a maggioranza islamica (Iraq, Siria, Yemen, Libia, Iran, Somalia e Sudan), e viene bloccato ad oltranza l’ingresso dei rifugiati siriani. Subito vari giudici federali ne impediscono l’applicazione, ma la Corte federale di appello afferma la validità del decreto. Ne seguiranno altri due nei mesi di Marzo e Settembre.

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Febbraio è il mese in cui il presidente inizia il piano di riforma in merito all’esercito e alla difesa.  Viene siglato lo storico aumento della spesa militare, cui vengono destinati 54 miliardi di dollari. Nel dicembre 2017, con il National Defense Authorization Act  il Congresso approva la devoluzione di altri 700 miliardi alle spese belliche. Lo scopo è quello di “accelerare il processo di ripristino completo della potenza militare americana”, come promesso da Trump in campagna elettorale. A questo provvedimento si collega la decisione presa nel mese di Agosto dove afferma la volontà di interrompe il ritiro dell’esercito statunitense dall’Afghanistan, dove le truppe americane sono presenti da 16 anni. In passato il miliardario aveva più volte chiesto un ritiro delle truppe, la cui permanenza in Medio Oriente ritiene ora invece necessaria per sconfiggere lo Stato Islamico ed al Qaeda.

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Tematica molto cara al magnate è quella dell’ambiente che ha visto il proliferare di diversi provvedimenti volti a stravolgere le direttive impartite dai predecessori. In quest’ottica giugno è un mese importantissimo, che ha conseguenze e portata che non può esser circoscritta al solo territorio statunitense. Trump annuncia l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, al fine di “tutelare gli interessi americani”. L’accordo è uno snodo essenziale nella cooperazione internazionale per affrontare efficacemente i cambiamenti climatici e raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Contemporaneamente Gli Stati Uniti cessano di contribuire al Green Climate Fund delle Nazioni Unite, che secondo il presidente americano “azzoppa gli Stati Uniti e favorisce altri Paesi”. Gli USA si erano impegnati a ridurle del 26-28 percento entro il 2025 la produzione di gas serra di cui è il secondo produttore mondiale.

Trump abroga definitivamente ilClean Power Plan voluto da Obama, rinunciando così al ruolo di leader mondiale per la green economy. Il piano, che Trump aveva promesso di abolire in campagna elettorale, chiedeva il taglio del 32 percento delle emissioni degli impianti a carbone entro il 2030.

Infine viene effettuata la revisione di 27 monumenti nazionali (cioè aree naturali) di cui 6 verranno ritenuti idonei ad un ridimensionamento. La misura cancella circa 8mila chilometri quadrati di aree protette.

A maggio gli Stati Uniti sono scossi dalla notizia del licenziamento di James Comey, direttore della FBI nominato da Obama nel 2013. Comey stava indagando sulle interferenze della Russia nelle elezioni dello scorso anno. L’amministrazione di Trump lega ufficialmente il licenziamento all’indagine sulle email di Hillary Clinton, ma la tesi viene ritenuta poco credibile dai democratici e provocano un grande polverone sull’operato di Trump.

Molti sono i decreti presi da Donald Trump in merito ai migranti, che hanno portato a cortei nelle città americane volti a mettere in luce il razzismo del presidente. Quest’ultimo, oltre ad aver approvato i già citati Muslim Ban, revoca il DACA, programma di tutela rivolto agli immigrati entrati clandestinamente negli Stati Uniti quando erano ancora minorenni. I “dreamers”, così chiamati dal nome del primo tentativo di legislazione varato da Obama, possono quindi nuovamente essere espulsi dallo stato. Quando il provvedimento viene fermato da un giudice federale californiano, Trump si rivolge alla Corte Suprema. Il presidente americano si è mostrato disposto a barattare il piano con l’approvazione da parte del Congresso dei fondi per costruire il muro tra USA e Messico.

Il 2017 si conclude con una dichiarazione dove Trump riconosce Gerusalemme capitale di Israele, annunciando la sua intenzione di spostare lì l’ambasciata statunitense, e contestualmente gli Stati Uniti escono dal Global Compact, il patto dell’Onu che punta a migliorare la gestione mondiale dei rifugiati. Il premier israeliano Nethanyau mostra il suo apprezzamento per la decisione, dichiarando: “Gerusalemme è la capitale di Israele da 3mila anni”. Le dichiarazioni di Trump provocano però anche reazioni indignate da parte dei leader di tutto il mondo e violente proteste in Medio Oriente, dove Hamas annuncia una nuova intifada sul web.

Ferdinando Piazza

 

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