Do you hablas español?

Se la parola spanglish vi dice qualcosa probabilmente avrete visto il film di produzione hollywodiana del 2004 diretto da James L. Brooks, i cui personaggi principali interpretati dai noti attori Adam Sandler e Paz Vega, rispettivamente cuoco statunitense di successo e umile governante messicana, si innamorano nonostante le enormi barriere linguistiche, e non solo, che intercorrono tra loro.

In realtà con questo termine si suole indicare tutt’altro. Né barriere di mezzo, né ostacoli tra i piedi, bensì la possibilità di ricorrere ad una lingua ibrida che permetta di attingere contemporaneamente dal serbatoio illimitato che le lingue inglese e spagnola offrono se combinate insieme: la risultante è lo spanglish, per l’appunto.

Il termine fu impiegato per la prima volta negli anni quaranta dal linguista portoricano Salvador Tío per riferirsi al fenomeno che si verificava nelle comunità di ispanici emigrati negli States, i quali, approcciandosi allo studio della lingua inglese, di fatto mescolavano la loro lingua madre con quella nuova per esprimersi e comprendersi meglio tra loro. Tutt’ora si utilizza tale termine impropriamente per indicare i migranti latini trapiantati nella realtà nordamericana, mentre invece chi parla spanglish solitamente è bilingue, ovvero domina perfettamente sia l’una che l’altra lingua, e decide di utilizzarle simultaneamente. Non a caso il fenomeno si è sviluppato in quelle aree di confine -Messico, Cuba, Repubblica Dominicana, Texas, Florida, Georgia- che incoraggiano l’influenza reciproca della popolazione, ma non solo: secondo recenti stime a New York è lo spanglish la terza lingua più parlata. Ciò la dice lunga su quanto è esteso il fenomeno e su quanti parlanti ne sono coinvolti.

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Nello specifico lo spanglish interessa la lingua sul piano lessicale, morfologico e sintattico. Possono verificarsi semplici fenomeni di code-switching, cioè un cambiamento di codice all’interno della stessa frase, per cui si dice i am sorry por la mezcla de languages o se los estoy advirtiendo for the last time! A volte invece si tratta proprio di una variante particolare di spagnolo: è così che così vengono fuori forme come rufo (dal calco di techo su roof, per indicare tetto) e no hace sentido (da it doesn’t make sense invece di no tiene sentido, non ha senso); oppure ancora come yummicioso dalla fusione tra yummy e delicioso, per riferirsi a qualcosa di gustoso da mangiare. Il bello? Non ci sono regole! Lo spanglish non ha lo statuto di lingua ufficiale per cui non è standardizzata, né deve sottostare a norme, giacché la stessa Real Academia Española, ente linguistico che si occupa della regolazione della lingua spagnola, non accoglie nemmeno il termine. Ciò chiaramente non vuol dire inventare parole o adattare traduzioni alla buona: si tratta di scegliere di volta in volta il termine che meglio esprime ciò che si vuole intendere; è un maniera molto sofisticata di comunicare, oltre che un esercizio creativo non indifferente che richiede molta flessibilità mentale.

La mescolanza linguistica a volte dà luogo a dialoghi comici come questo simpatico scambio di battute, riportato qui di seguito, tra una madre e una figlia che la prega di comprarle una bambola:

 

–  Mami, cómpramela por favor esa muñeca que está on sale!

–  Te dije que no!

–  Why?

–  Cómo que why? Porque because!

–  Mamma, comprami per favore quella bambola che è in saldo!

–  Ti ho detto di no!

–  Perché?

–  Come perché? Perché è così!

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Il dialogo è tratto da Pardon my spanglish di Bill Santiago (Quirk Books, 2008). L’autore, stand-up comedian portoricano e parlante spanglish dalla nascita, incuriosito dalla dinamica linguistica in cui è cresciuto, ha deciso di registrare stralci di dialoghi a cui capitava di partecipare o ascoltare in diversi situazioni e di riportarli fedelmente, facendone trasparire il tono ironico. Lo scopo era quello di costituire un volume di riferimento che desse un esempio concreto della commistione tra l’identità ispanica e anglofona, che ha generato una cultura ibrida in esponente crescita ma a cui non è mai stata data la giusta dignità.

Difatti, attualmente dello spanglish si ha spesso una considerazione negativa, risultato della campagna intrapresa dai puristi della lingua che denunciano l’invasione dell’inglese, colpevole di aver corrotto la lingua di Cervantes. Eppure i linguisti di tutto il mondo sono concordi nel dire che non è possibile mettere un freno alla progressiva evoluzione di una lingua, che si adatta e si modifica secondo le necessità e le esigenze dei loro parlanti. Un chiaro esempio tutto italiano lo troviamo nella vicenda che ha raggiunto una certa popolarità un paio d’anni fa: Matteo, uno studente di una scuola elementare di Ferrara, ha coniato il termine petaloso, neologismo che sta a indicare un “fiore con tanti petali”. Repentino l’intervento dell’Accademia della Crusca, che in occasione del quesito posto dalla maestra del ragazzino in questione, ha stabilito: una parola ha diritto di far parte del vocabolario di una lingua se viene capita e utilizzata correttamente dai suoi utenti, e così funziona anche per lo spanglish. Una bella lezione per chi ancora mettesse in dubbio non solo il suo impiego ma pure la sua esistenza.

Credits: http://blogs.elpais.com/usa-espanol/2010/07/spanglish-es-cosa-de-bilingues.html https://www.youtube.com/watch?v=fKPFRNghCKE https://www.nytimes.com/2017/07/20/opinion/puerto-rico-spanglish.html http://www.nytimes.com/1997/03/25/nyregion/it-s-the-talk-of-nueva-york-the-hybrid-called-spanglish.html?pagewanted=1

-Federica Ottaviano

 

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