Lost in Translation!

Sapere tradurre una lingua non è cosa da poco. Significa non solo individuare le parole che più suonano meglio o che meglio esprimono quel preciso significato scegliendo un termine piuttosto che un altro. Tradurre vuol dire anche trasferire da una realtà concetti che possono non esistere in un’altra, perciò spesse volte ci si limita a spiegarne il significato. Vi presentiamo dunque dieci parole davvero impossibili da tradurre, tentando illustrarle e di restituirne il significato più autentico.

Saudade: nella lingua portoghesebrasiliana è una delle parole più cariche di significato. Non è difficile spiegarne il senso, anche se qualsiasi traduzione risulterebbe sempre riduttiva rispetto all’originale. L’etimologia risale al latino solĭtas – atis, con l’accezione di solitudine. Eppure indica qualcosa di più profondo: esprime un sentimento di grande nostalgia e di malinconia legato ad una persona che non c’è più, ad un posto di cui sentiamo la mancanza, ad un dolce ricordo e ad un tempo passato che non tornerà più. Quando si è in preda della saudade non si può far altro che matarla (ucciderla) rivivendo vecchi ricordi affettivi, tornare a quei luoghi e rivedere quelle persone la cui lontananza l’ha suscitata.

dasdasd

Mamihlapinatapei: complicatissima parola da pronunciare, presente nella lingua yamana, dell’omonima popolazione abitante la Terra del Fuoco, è una delle più difficili da tradurre al mondo tanto da essere raccolta nel libro del Guinness dei Primati. L’etnomusicologo Roberto Leydi prova a spiegarne così il significato: “due uomini che si guardano in faccia ciascuno dei quali desidera che l’altro gli offra qualcosa di cui ha necessità, ma nessuno dei due vuole compiere quel gesto”. Un valido esempio potrebbe essere la situazione in cui due persone desiderano scambiarsi un bacio ma entrambe avvertono il timore e l’imbarazzo di compiere il primo passo.

Abbiocco: ecco un vocabolo tipico dell’italianissimo dolce far niente (di cui noi andiamo più che fieri). Per abbiocco si intende quella sensazione di sonnolenza e torpore che colpisce dopo aver consumato un lauto pasto. Indica un fenomeno fisiologico strettamente legato alla digestione che, però, esprime anche la volontà di lasciarsi sopraffare dal sopore e dunque di cadere in uno stato di ozio. Sebbene il significato che veicola non rappresenti nessuna novità, il termine è piuttosto recente in quanto apparso nel corso del secolo XX e documentato a partire soltanto dagli anni Cinquanta.

Toska: Nabokov, autore del celebre romanzo Lolita, affermava che fosse del tutto impossibile tradurre in un’altra lingua questa potente parola russa e che, nonostante ci si provasse, i tentavi di restituire le varie sfumature semantiche si rivelavano inutili. Toska allude ad un concetto astratto e, per utilizzare parole sue, “indica una sofferenza dell’anima, uno stato di vaga inquietudine, un senso di nostalgia o di struggimento amoroso”. È malinconia, è ansia spirituale, è pure noia, ma anche tormento dettato da nessuna causa precisa.

dasdasdad

Tsundoku: si tratta dell’unione tra i kanji giapponesi tsunde (impilare cose) e oku (lasciare lì per qualche tempo), a cui è subentrata doku (lettura) per generare un simpatico gioco di parole nato a cavallo dei secoli XIX e XX. È stato coniato appositamente per esprimere una pratica tanto particolare quanto diffusa, così diffusa che il termine è diventato di uso corrente ed è stato accolto nei vari dizionari occidentali, insieme ai lemmi più conosciuti della cultura giapponese. Letteralmente indica l’azione di “accumulare libri per poi metterli da parte”. Molti amanti della lettura infatti percepiscono l’irrefrenabile impulso di acquistare volumi da leggere, che poi, per mancanza di tempo o di voglia, vengono abbandonati sul ripiano della scaffalatura e destinati ad impolverarsi.

Sobremesa: dallo spagnolo, letteralmente “sulla tavola”, la sobremesa è il momento immediatamente successivo al pasto, solitamente il pranzo, che prevede una conversazione svolta in totale relax e in un’atmosfera di piena convivialità tra i commensali, ancora comodamente seduti a tavola. È un atteggiamento tipico di chi, o meglio, di un popolo, che non ha la fretta di alzarsi da tavola e di darsi subito da fare, e approfittando del periodo della digestione, prova il piacere genuino di trascorrere ancora del tempo a parlare del più e del meno con una bella tazza di caffè in mano e un bicchierino di ammazzacaffè nell’altra.

asdasdas

Fernweh: è possibile percepire la mancanza di un luogo in cui non si è mai stati? Sembra assurdo ma secondo i tedeschi sì, lo è. Più precisamente, Fernweh (da Fern – lontano e Weh – dolore) indica il desiderio di viaggiare, di trovarsi in un altro posto, e nasce da contrappeso alla parola Heimweh, che al contrario, esprime la nostalgia di casa. Questo termine tedesco indica il disagio di chi vorrebbe abbandonare il conosciuto in favore dello sconosciuto, di spezzare la monotonia e uscire dai binari della routine quotidiana per assecondare quel desiderio di evasione insito nell’essere umano, che spesso si concretizza soltanto attraverso le soddisfazioni che può regalare un viaggio.

ssdasd

Gattara: altro termine italiano di origine romanesca, ha un significato molto preciso: solitamente impiegato al femminile, indica una donna, spesso in età avanzata e con un brutto caratteraccio, che si prende cura dei gatti randagi, magari accogliendoli in casa propria. Nell’immaginario collettivo oltre ad essere isterica, se non pazza, ha un aspetto trasandato ed è sentimentalmente frustrata. Riassumendo, ha un’accezione decisamente dispregiativa, a tratti misogina, il cui esempio ben lo fornisce Eleanor Abernathy, storico personaggio de The Simpson, poco nota col nome proprio in quanto è chiamata, appunto, “la gattara”, mentre in lingua inglese è conosciuta semplicemente e, consentiteci, banalmente, come the crazy cat lady.

Yoko Meshi: altra parola giapponese, impossibile da tradurre in qualsiasi altra lingua ma che comunica una sensazione che tutti, bene o male, hanno sperimentato almeno una volta nel corso della propria vita. Si utilizza yoko meshi per comunicare la condizione di forte stress e di grande disagio causati dal non parlare e, dunque, anche dal non comprendere una determinata lingua, insieme a tutte le implicazioni che derivano dal contatto con questa. Proprio nella terra del sol levante i turisti possono fare esperienza del yoko meshi dato che in Giappone la lingua inglese è poco diffusa, eccettuando i grandi centri urbani. L’espressione deriva da un’ironica metafora: letteralmente si traduce “pasto consumato in orizzontale”. Ed effettivamente i giapponesi scrivono in senso verticale, in modo diverso, quindi, dalla stragrande maggioranza delle lingue straniere che invece si scrivono e si leggono in senso orizzontale.

sdasdasdasd

Utepils: si tratta di una divertente parola norvegese, formata da ute (fuori) e pils (lager, birra). Il significato che porta con sé è andato modificandosi, passando sulle bocche di generazione in generazione fino ad oggi. Secondo la BBC utepils potrebbe descriversi come l’atto di “bere una birra all’aria aperta in una calda giornata di sole”. In realtà è molto più di questo: è più che una semplice azione, è quasi un’emozione. In utepilsbrewing.com, sito web dell’omonima marca di birre, viene paragonata alla sensazione che si evoca quando si compie il primo viaggio in auto con i finestrini abbassati o si fa la prima escursione a cavallo della propria bicicletta o, aggiungiamo noi, la stessa soddisfazione che si prova quando finalmente si mangia il primo gelato della stagione estiva. Per quanto possa risultare curioso, non potrebbe essere diversamente: chi vorrebbe biasimare i norvegesi se, dopo aver patito per lunghi mesi il gelido e buio inverno scandinavo, al primo accenno di primavera desiderano ardentemente rilassarsi al tepore del sole godendosi una birra in compagnia dei propri amici, traendone così un senso di appagamento nel farlo?

-Federica Ottaviano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *