G7 Taormina, crolla la diplomazia

La longa marcia che ha portato dalla dichiarazione-provocazione dell’ex-premier Matteo Renzi nel marzo 2016 sino al G7 di Taormina è stata costellata di problemi, polemiche e (poche) proposte, come tutti i grandi eventi.

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Sicché non sembra quasi possibile che in un ultimo rush si sia arrivati alle date fatidiche del 26 e del 27 Maggio attraverso le città blindate, i cortei di auto, gli elicotteri, le cene, gli abiti e tutti quei dettagli che appesantiscono senza aggiungere, ma rischiano di distogliere l’attenzione dai temi principali del G7 di Taormina.

Un evento prettamente mediatico secondo molti, da cui non sarebbe opportuno aspettarsi soluzioni concrete ma che serve a ricordare al mondo che un dialogo esiste ed è possibile, anche tra poli diametralmente opposti di quella calamita geopolitica che è l’Occidente (Giappone incluso) nel XXI secolo. Un dialogo iniziato non nel migliore dei modi con una mancata occasione di silenzio da parte del Presidente statunitense Donald Trump, che ha attaccato la Germania in merito al cd. Dieselgate rispondendo alle accuse di non volere arrivare a un accordo sul tema ambientale, uno dei temi fondamentali al centro del vertice.

Il tutto senza esser nemmeno sceso dall’elicottero che dalla base di Sigonella lo ha accompagnato sino all’eliporto di Taormina realizzato appositamente per l’arrivo dei Capi di Stato.

Il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, durante la conferenza stampa condivisa con il Presidente Juncker, ha placidamente risposto che non intende “esser parte di questa ‘politica della polemica’, poiché ritengo che la diplomazia sia realmente un mezzo per assurgere ad un risultato!“.

Juncker dal canto suo conferma la volontà di mantenere le sanzioni imposte alla Russia, debole tentativo da parte dell’Europa di far leva sugli interessi di Trump per raggiungere un accordo sull’ambiente o tentare di dialogare sui flussi migratori. Lo stesso Tusk conferma di voler seguire la “stessa linea di Trump in merito alla questione ucraina” ma si rivela “poco ottimista se si parla delle intenzioni di Putin“.

Con alle spalle l’attentato di Manchester resta fermo il punto, almeno in potenza, sulla lotta al terrorismo, ma sembra improbabile arrivare a un dialogo tra governi che hanno difficoltà a condividere finanche le rispettive informazioni in materia.

Al G7 in definitiva c’è troppo ‘europeismo’ ma poca Europa: 4 leader europei in senso geografico, oltre che 2 rappresentati dall’Europa-istituzione, ma poca “unione” sugli argomenti cardine del vertice (flussi migratori, ambiente, economia, terrorismo) tra i problemi su cui trovare un accordo che non c’è.

Non aiuta la gamba tesa del Presidente Donald Trump, che si esprime negativamente in materia di immigrazione: un inaspettato assist alla Premier britannica Theresa May che ha sostenuto fermamente una linea ‘autonomista’ in merito alla gestione dei flussi migratori. Ognuno per sé, un imperativo che apre non poche fratture all’interno del G7.
Inoltre risulta scomoda la chiusura di Trump: se in materia ambientale era risaputa la mancanza di volontà a qualsivoglia mediazione, per il tema-immigrazione i leaeder europei auspicavano perlomeno un sano silenzio, non realizzatosi. Si realizza un compromesso generico che non soddisfa nessuno, specie i paesi che ogni giorno affrontano concretamente il problema.

Fa rumore ma non stupisce l’abbandono di Trump senza concedere alcuna conferenza stampa, sintomo di un’intesa mancata e della volontà di non rispondere ad alcuna domanda in merito al Russia-gate che ha investito il Presidente USA sin da dopo l’elezione di pochi mesi fa. Stride il contrasto con il comportamento condiscendente e aperto al confronto di un Presidente come Barack Obama, probabilmente capace di gestire in maniera migliore le crisi interne al mandato.

La strada dell’abbandono viene intrapresa anche dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale dopo aver annullato la conferenza stampa prevista, commenta di non voler “diventare la nemica n.1 del Presidente Trump“.
Gli unici elogi e punti di congiunzione di questo G7 appaiono, dunque, quelli inerenti la beltà della location, il buon cibo e i negozi, vivamente apprezzati dalla famiglia Trump.

Aperto e interessante il dialogo tra il neoeletto Premier francese Emmanuel Macron e il Presidente canadese Justin Trudeau, che però non riescono a riportare la luce su un evento conclusosi senza particolari novità e punti d’incontro.

Indubbiamente quanto accaduto è il segno di un problema di politica strutturale, che si ripercuote dolorosamente sul piano diplomatico: da una parte l’America, dall’altra “tutti gli altri”.

Ciò apre seri interrogativi sul futuro e sull’opportunità di mantenere un format come quello del G7, specie senza tener conto di Russia e Cina all’interno di un momento orientato alla risoluzione di problematiche importanti come quelle ambientali o inerenti i flussi migratori.

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