23 anni dopo – Dietrologia dell'assassinio di Ilaria Alpi

23 anni dopo

Il 20 marzo 1994, la giornalista del TG3, Ilaria Alpi, inviata del telegiornale in questione in Somalia, venne uccisa da un commando di 7 uomini con una scarica di Kalashnikov nei pressi dell’ambasciata italiana di Mogadiscio; con lei è stato ucciso anche l’operatore Miran Hrovatin. La vita da inviato non è certamente facile e il caso potrebbe sembrare la peggior materializzazione di uno dei così detti rischi del mestiere, eppure non è così, eppure c’è dell’altro, anche perchè dopo 23 anni Luciana Alpi, mamma di Ilaria, non ha ancora capito perchè sua figlia sia stata uccisa: “Non cerco giustizia, voglio solo conoscere la verità“. A pagare il prezzo di questo duplice assassinio fu Omar Hassan Hashi che nel 2003 venne condannato a 26 anni di carcere: 12 anni dopo, a “Chi l’ha visto?“, l’accusatore di Omar, Ahmed Ali Rage, confessò che era stato pagato per mentire ed incastrarlo; in seguito a ciò il tribunale di Perugia dispose a scarcerazione del condannato. Mistero del depistaggio svelato e apertosi quindi un nuovo fascicolo, la procura di Roma il 4 luglio 2017 ha chiesto l’archiviazione del caso: “Dopo 23 anni è impossibile accertare killer e movente – scrive nella richiesta riportata da l‘Espresso il pubblico ministero Elisabetta Ceniccola – e non c’è nessuna prova di depistaggi”.

Posti in cui non dovevano andare

Ma facciamo un passo indietro: il 20 marzo cosa cercava Ilaria in terra somala? La giornalista, mentre seguiva il ritorno in Italia del contingente tricolore in missione di pace nel Corno d’Africa, aveva scovato un traffico d’armi e di rifiuti tossici in cui erano coinvolti non solo i “signori della guerra locali” – così scrive Federico Marconi de L’Espresso – e delle navi battenti bandiera italiana. La settimana antecedente all’agguato, Ilaria e Miran avevano intervistato in quel di Bosaso il sultano Abdullahi Moussa Bogor: le loro domande in merito una nave sequestrata dai pirati avevano iniziati a smuovere qualcosa. “Non è stata una rapina, si vede che erano andati in posti in cui non doveva andare“, disse Giancarlo Marocchino, imprenditore italiano, detenente diversi giri di affari in Somalia. Ma c’è di più. Durante il rientro delle salme in Italia, i bagagli delle due vittime vengono aperti: con i sigilli, spariscono tutti gli appunti di Ilaria e le cassette di Miran.

Un innocente incastrato

Circa 4 anni dopo l’omicidio della giornalista italiana e del suo collaboratore, l’ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, rientrò in Italia con tre somali: egli era stato incaricato dal Governo Prodi di fare luce sull’assassinio in questione.  I tre passeggerei che viaggiarono con lui sono: Omar Hassan Hashi, convocato in Italia per testimoniare di fronte Commissione d’inchiesta “Gallo” sulle violenze commesse in Somalia dal contingente italiano, durante la missione di pace, sulle violenze perpetrate in Somalia dal contingente italiano durante la missione di pace; Sid Abdi, autista delle due vittime; e Ali Ahmed Ragi, a sua detta testimone oculare dell’agguato. Questi ultimi due accusarono immediatamente Hashi, individuando nella sua persona uno dei sette membri del commando che ha ucciso Ilaria e Miran. Omar, di conseguenza, venne subito arrestato, ma il Tribunale di Roma lo assolse. Le versioni di Abdi e Ragi non combaciavano: infatti l’autista disse di non aver visto Gelle (pseudonimo con cui viene chiamato Ragi) il giorno dell’attacco, mentre questi si dichiarava persino testimone oculare. Gelle stesso, peraltro, cambiò più volte la sua versione dei fatti, scomparendo persino pochi giorni prima di testimoniare ufficialmente. Tuttavia la Corte d’Appello ribaltò totalmente la sentenza di primo grado. Solo 2003, dopo che Hashi passò per ogni grado di giudizio contemplato dal sistema italiano, venne emessa la condanna definitiva dalla Corte di Cassazione: 26 anni di carcere. 

La Commissione d’inchiesta di Carlo Taormina

Nell gennaio 2004 quando il Parlamento italiano istituì una Commissione d’inchiesta sulla morte dei due giornalisti a Mogadiscio. La Commissione, presieduta dall’avvocato Carlo Taormina (deputato di Forza Italia), ricevette sin da subito non poche critiche: invece di scavare nel marcio che aleggiava sulle lapidi di Ilaria e Miran, essa iniziò a vessare i giornalisti Rai che continuano a cercare la verità, perquisendone persine case e redazioni di lavoro. Due anni dopo, però, la Commissione cominciò a sospettare delle dichiarazioni che incriminavo Hashi, tuttavia l’indagine si fermò qui: non si parlò di mandanti, né tantomeno di traffici illeciti (o scomodi, che dir si voglia). “Erano in vacanza in Somalia, non stavano conducendo nessuna inchiesta: la Commissione – riporta LEspresso lo ha accertato“, queste le parole di Taormina in merito. Il caso venne quindi riaperto. Così nel 2007 la Procura di Roma chiese una nuova archiviazione, ma il Giudice per le Indagini Preliminari Emanuele Cersosimo dispose nuovi accertamenti, negando l’archiviazione del caso: “Fu un omicidio su commissione con l’intento di – scrive il GIP nel testo con cui respinge la richiesta di archiviazione riporta da L’Espressofar tacere i due reporter ed evitare che le loro scoperte sui traffici di armi e rifiuti venissero resi noti”. 

Le note del SISMI

Iniziarono a saltare fuori i primi nomi: in un’informativa riservata, risalente a pochi giorno dopo l’attacco, il Servizio per le Informazione e la Sicurezza Militare (SISMI) cita quattro nomi: il colonnello Mohamed Sheikh Osman (trafficante d’armi del clan Murasade), Said Omar Mugne (amministratore della Somalfish), Mohamed Ali Abukar e Mohmaed Samatar. Spuntarono poi altri due nomi: si tratta Ennio Sommavilla e Giancarlo Marocchino, i quali vengono identificati come possibili mandanti o mediatori in una nota datata sempre 1994. Dulcis in fundo: saltò fuori la figura del generale Aidid, signore della guerra somalo, utilizzatore del traffico d’armi che la Alpi aveva scoperto; anche lui venne identificato come possibile mandante in una note datata 1996. Le note del SISMI, risalenti all’anno dell’omicidio, parlano chiaro: “Ilaria Alpi è stata uccisa perché indagava su un traffico di rifiuti e armi. I mandanti vanno ricercati tra militari somali e cooperazione”.

Chi l’ha visto?

Torniamo quindi dove c’eravamo lasciati: nel marzo del 2015, Ali Ahmed Ragi confessa di aver incastrato Hashi a “Chi l’ha visto?” dopo essere stato intercettato in quel di Birmingham. Il somalo fa saltare fuori un altro dettaglio di fondamentale importanza: l’ambasciatore italiano Giuseppe Cassini gli propose una falsa testimonianza in cambio di un visto per scappare dalla Somalia. “Non ero presente sul luogo dell’omicidio, il nome di Hashi mi è stato fatto dall’ambasciatore”. Così nel gennaio 2017, dopo che gli avvocati di Omar hanno richiesto la riapertura del processo, la Corte d’Assise di Perugia ha scarcerato il falso colpevole. Giungiamo dunque al 4 luglio, all’ennesima richiesta di archiviazione del processo. “Non è vero che non ci sono i moventi e le prove dei depistaggi, ce ne sono in abbondanza, non si vogliono leggere”, ha dichiarato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi.

Ilaria e Miran avevano certamente scoperto qualcosa di scomodo, ma quanto scomodo? Oltre la Somalia, sembra essere coinvolta sia la politica che l’imprenditoria italiana. Morire per dire la verità, senza volerlo, perchè del resto i morti non parlano. Che fine hanno fatto i taccuini e i nastri, scomparsi misteriosamente dalle valige dei due giornalisti? “La verità storica non può essere ostaggio della verità giudiziaria“, conclude Marconi su L’Espresso.

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