Blade Runner 2049: l'umanità secondo Ridley Scott e Denis Villeneuve

​Ultimamente va di moda utilizzare impropriamente alcuni termini del nostro vocabolario.
Nell’ambito cinematografico quello più abusato è senza dubbio “capolavoro”. Il continuo dibattito della rete e dell’opinione pubblica su quale sia effettivamente un Capolavoro.
“Ma La La Land?” “…e il nuovo film di Nolan?” “Mad Max!” “The Neon Demon capolavoro assoluto”
Ovviamente è abitudine della nostra società parlare solo di Bianco e Nero. C’è chi esalta ogni nuovo film del suo regista o attore preferito come un Capolavoro appunto e chi invece utilizza questo termine solo se parliamo del Sig. Stanley Kubrick perché anche fare il super cinefilo bastian contrario va molto di moda sapete?
Io preferisco parlare di Grigio, soprattutto in un ambito dove esiste la soggettività (Michael Bay, Zac Snyder ed i cinepanettoni fanno comunque schifo), il grigio è proprio Blade Runner 2049: impossibile parlare di “capolavoro” a due settimane dall’uscita nelle sale, altrettando impossibile definirlo un brutto film.
Tecnicamente è veramente arduo trovare un difetto alla pellicola: Denis Villeneuve (uno dei registi più promettenti degli ultimi anni), ha confezionato un’opera mostruosa. Fotografia maestosa, regia cristallina e colonna sonora impeccabile. Raramente i miei occhi hanno goduto così tanto in sala.
Accantoniamo quindi l’aspetto tecnico e concentriamoci sull’intimità del film, sul suo scopo.
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Molti criticano Blade Runner 2049 per avere la presunzione di essere il sequel del primo Blade Runner. Certe opere sono, secondo alcuni, “intoccabili”. Ma perché? non è proprio la caratteristica peculiare dell uomo e delle sue arti quella di migliorarsi sempre?
Certo, a volte con successo (Mad MaxStar Wars ep.7, iT) a volte con imperdonabili schifezze (Jurassic WorldIndipendence Day).
Non voglio di certo paragonare quella perla che fu Blade Runner, con tutta la sua innovazione e con il suo messaggio incredibilmente potente per l’epoca a questi altri titoli, ma perché non tentare di fare un seguito del film di Ridley Scott?
A mio avviso 2049 riesce nel suo obiettivo: portare avanti la trama, espandendo l’universo di Blade Runner senza far rimpiangere il primo film. E ci riesce alla grande.
“Capolavoro?” . Forse. Ma vorrei ricordare a tutti che anche il film del 1982 fu rivalutato solo dopo qualche anno, spesso è così per quanto riguarda la fantascienza filosofica (non Transformers insomma).
Il messaggio di 2049 è potentissimo: ricalca quello del suo predecessore ma viene reso in maniera ancora più forte e d’impatto. Cosa è veramente l’umanità, nel senso più intimo del termine?
Solo l’uomo può provare amore?
Sono temi che possono sembrare assurdi, utopici. Il film riesce però a porre questo interrogativo con una potenza mai vista prima. Il rapporto tra K (un replicante) e Joi (un’assistente virtuale) è una delle storie d’amore più emozionanti viste al cinema, con alcune trovate stilistiche veramente difficili da “sopportare”. Non siamo (ancora) abituati a vedere oltre l’essere umano. Blade Runner 2049 cerca di farci uscire da questo immaginario.
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E’ un obiettivo assurdo, quasi folle, quello di costringerci a riflettere su quanto forse non siamo solo noi a poterci permettere il “lusso” di amare. Su quanto forse dei replicanti, creati dall’uomo, capaci di amare e di avere dei sentimenti, abbiano tutto il diritto di prevalere. Forse nel futuro sarà proprio questa la nostra “evoluzione”.
Teorie che sono quasi un taboo, considerate inaccettabili, ma che la pellicola prodotta ancora una volta da Scott riesce ad innestare nella nostra mente, come i ricordi fittizi dei replicanti.
Blade Runner 2049 può non essere un capolavoro, ma è una pellicola che apre la mente, che fa riflettere e che ti lascia un solco dentro, capacità che da tanto non riscontravo in un film.
Livio Placenti

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