New York – Analisi del primo attentato islamico dopo l’11 settembre

L’ombra della mannaia jihadista non calava su New York dal lontano 11 settembre 2001: sebbene sia vero che il fatto di cui a breve parleremo non è minimamente paragonabile a quell’attentato che 16 anni fa scosse il mondo intero, è altrettanto vero che tale gesto è simbolicamente più grave di quanto si possa pensare. Il 31 ottobre, infatti, Sayfullo Habibullaevic Saipov (29) ha falciato un gruppo di ciclisti su una pista lungo l’Hudson con il furgone che aveva noleggiato da Home Depot. L’uzbeko è stato poi prontamente neutralizzato da Ryan Nash, un poliziotto accorso sul luogo dell’attacco. L’attentato che ha tinto di rosso sangue il pomeriggio americano di Halloween è soltanto uno dei tanti compiuti, non più con l’impiego di kamikaze, auto-bombe, esplosivi o simili, bensì con un mezzo pesante come un camion (vedi strage di Nizza) o un furgone (vedi attentato a Barcellona): la nuova modalità di attentati brevettata dallo Stato Islamico ha completamente rivoluzionato la prassi che aveva consolidato Al – Qaeda secondo cui il jihadismo era strettamente connesso all’impiego di bombe.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha commentato questa vicenda sul social network Twitter, scrivendo che «Quello di New York City sembra un altro attacco opera di una persona molto malata e folle. Le forze dell’ordine stanno seguendo il caso da vicino. NON NEGLI USA». E ancora «Non possiamo consentire all’Isis di tornare o entrare nel nostro Paese dopo averlo sconfitto in Medio Oriente e altrove. Basta!». L’attentatore, comunque, era regolarmente cittadino americano, dato che aveva ottenuto una Green Card (tessera necessaria per detenere la cittadinanza degli USA) vincendola alla lotteria. Basta quindi poco al Tycoon per trascendere la realtà fattuale e sfociare subito sulla politica, sempre sul suo regno mediatico, Twitter: «Ho ordinato al Dipartimento della Sicurezza Nazionale di rafforzare il nostro programma di controlli già forti per le credenziali dei migranti o dei richiedenti asilo. Essere politicamente corretti va bene, ma non per questo».

Fonte: Site (@Rita_Katz)

L’attentato era prevedibile? Possiamo rispondere a questa domanda sfruttando le informazioni che ci fornisce Site, l’istituto che vigila sulle attività dei miliziani islamici su Internet. Già ad agosto – secondo la sopra citata fonte – un sostenitore del Califfato aveva scattato una foto raffigurante il suo smartphone con la bandiera dell’ISIS sullo schermo: il luogo dello scatto si trovava ad un miglio dalla pista ciclabile su cui Saipov ha mietuto le sue vittime. E ancora Rumiyah, giornale dello Stato Islamico, aveva pubblicato una foto con un furgone in primo piano e la parata del giorno del Ringraziamento sullo sfondo. Insomma, dettagli imprecisi, ma molto eloquenti. Il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha definito l’attacco “un atto terroristico particolarmente codardo“. “New York è un obiettivo per tutti coloro che sono contro la libertà e la democrazia, andremo avanti – riporta repubblica.itpiù forti di prima se decidiamo di cambiare qualcosa nelle nostre vite vuol dire che loro vincono e noi perdiamo” ha detto invece il governatore Andew Cuomo.

L’ISIS, ancora, non ha formalmente rivendicato nulla, anche se sui social i suoi sostenitori sono usciti dal letargo in cui stavano per esultare e gioire delle vite distrutte dal loro nuovo eroe (Saipov). C’è chi esorta a continuare su questa linea, chi vessa l’America, chi loda uno stato che ormai è soltanto una delle peggiori idee mai concepite. Eppure questa idea stava per diventare pura realtà, se da un lato i russi e dall’altro gli alleati NATO guidati dagli USA – senza dimenticare ovviamente l’esercito curdo che ha sostenuto i militari iracheni e siriani – non avessero provveduto a liberare Mosul, Raqqa, Palmira e tutti i territori occupati con la forza in nome di Al – Baghdadi e di una autodeterminazione dei popoli sanguinosa e anti democratica. L’FBI, intanto, continua ad indagare: fare maggiore luce sulla vicenda è d’obbligo.

Fonte: Site (@Rita_Katz)

L’attentatore, comunque, è stato catturato vivo, dato che l’agente Nash l’ha ferito non mortalmente all’addome. Una volta rimessosi totalmente, Saipov verrà certamente interrogato a dovere: al momento si sospetta che sia collegato al Califfato a causa del ritrovamento di uno scritto in arabo riportante le parole «Agisco in nome dell’ISIS». Poco materiale, ma abbastanza schiacciante quello ritrovato sul pick-up con cui l’attentatore uzbeko ha ucciso 8 persone (6 sono morte sul colpo, 2 in ospedale), ferendone altre undici. Un ulteriore dettaglio importante, fondamentale per le indagini, si apprende invece in seguito alla testimonianza di Nash, l’agente che l’ha fermato: a sua detta, il killer sarebbe sceso dal furgone urlando Allah Akbar, mentre impugnava una spara-chiodi.

La parata di Halloween, che doveva svolgersi la sera dell’attentato, si è comunque svolta. Come suggerisce il direttore del TG La 7, Enrico Mentana, su Facebook che sia «il primo segnale della sconfitta della strategia terroristica»? Anche perchè del resto, lo Stato Islamico è stato già militarmente sconfitto. Lo svolgimento della parata non deve quindi reputarsi una mancanza di rispetto verso i caduti in nome di un Allah sanguinario che non esiste, ma un semplice movimento di progressione naturale della vita di chi, dopo anni, vuole continuare ad assaporare la libertà tanto acclamata come simbolo degli Stati Uniti d’America. Questa semplice parata potrebbe essere una volta simbolica, ma non è detto che l’ISIS si arrenda. Il dubbio resta: il costo della sconfitta finale della strategia del terrore è stato soddisfatto o richiede ancora altre vite umane?

Francesco Raguni

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