SORAYA SÁENZ: La lady di ferro contro l’indipendentismo catalano

Madrid e Barcellona non sono mai state così lontane. Il governo centrale, a seguito dell’approvazione del Parlamento catalano della dichiarazione unilaterale di indipendenza, ha deciso di attuare l’ormai noto art. 155 della Costituzione spagnola. Tale disposizione prevede che “qualora una Comunità Autonoma non dovesse ottemperare agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi (…) il Governo (…) potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato dei suddetti obblighi o per la protezione dei suddetti interessi”.

Il premier Mariano Rajoy prende quindi le redini della regione indipendentista, commissariando di fatto la Comunidad (ormai non più) autonoma. Ciò che appare chiaro ed evidente è che, almeno allo stato attuale, esistono due Catalogne: una che si propone come la nuova Repubblica secessionista, un’altra che rimane ancora assoggetta alla capitale spagnola. A capo della prima troviamo Carles Puigdemont, fautore e primo firmatario del referendum indipendentista e, secondo il mandato del Parlament catalano, primo presidente della neo Repubblica scissionista. A capo della seconda troviamo il premier Rajoy, il quale ha assunto ex officio i poteri del Presidente della Generalidad, delegando tuttavia le funzioni a Soraya Sáenz de Santamaría, già Vicepremier e adesso commissaria straordinaria della regione. Il profilo politico della “vice presidentessa” desta interesse, soprattutto per il carattere forte che la contraddistingue.

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Vista dai più come la «delfina» del premier spagnolo, Soraya Sáenz, classe 1971, è diventata in poco tempo la donna più potente dell’intero Paese. Dopo aver conseguito la laurea in legge presso l’Università di Valladolid, Sáenz supera il concorso per l’avvocatura dello stato e presta servizio, all’età di 27 anni, presso uno studio legale d’elite che serve il bureau pubblico/governativo. La sua corsa in politica inizia nel 2000, quando Rajoy è un semplice portavoce dell’allora capo di governo Josè Maria Aznar, in funzione di “Consigliere politico” del primo. Nelle elezioni generali del 2004, che hanno visto il Partito Popolare (PP) di Rajoy cedere il passo al Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) di José Luis Rodríguez Zapatero, Soraya Sáenz entra a far parte delle Cortes Generales, ovverosia il Parlamento spagnolo, ricoprendo il ruolo di deputato. La decima legislatura, intrapresa con le legislative del 2011, vede vincente il partito dello stesso Rajoy e la sua «niña» assume la carica di Vicepremier con particolare delega ai servizi segreti del CNI (l’equivalente spagnola della NSA o CIA americana o della FSB russa).

Il 28 ottobre 2017, a seguito dell’approvazione, da parte del Parlamento catalano, della dichiarazione di indipendenza, il governo centrale procede all’attivazione dell’art. 155, destituendo ipso facto il governo della Catalogna. «La destituzione del mio governo e del Parlament – afferma lo stesso Puigdemont – sono atti illegali in aperto contrasto con il volere espresso nelle urne e le regole democratiche». Dichiarazioni forti che mostrano una situazione di profonda instabilità politica nell’eurozona che si mostra al di fuori dei confini nazionali, coinvolgendo più spettatori del panorama europeo. I catalani volevano una Repubblica, il governo ha mandato loro una regina. Almeno sino alle imminenti elezioni che, ricordiamo, si svolgeranno il prossimo 21 dicembre.

Come scrive, Elisabetta Rosaspina, inviata del Corriere della Sera, “affidandole lo scettro della catalogna in una della fasi più delicate della democrazia spagnola, il premier ufficializza quello che già si sapeva: Soraya è il suo alter ego e, in prospettiva, la sua erede”. Ed è vero. Un simile incarico politico, intriso di profonde responsabilità sociali e governative, risulta essere un importante banco di prova per la «zarina» ispanica, la quale non ha pensato neanche un minuto alle forti pressioni che una situazione del genere avrebbe comportato in un’ottica nazionale ed internazionale. Soraya ha accettato immediatamente prendendo in mano la situazione e mostrando il pungo di ferro di Madrid. «Nessuna mediazione è possibile – aveva affermato qualche tempo fa – Non si può fare un compromesso tra la legge e la disobbedienza». Poche parole per descrivere un carattere forte che senza dubbio inasprirà la situazione delicata che si sta vivendo in questi giorni nella periferia est del Paese. Magari a Barcellona non si farà neanche vedere così tanto spesso come il suo predecessore, amministrando il territorio direttamente da Madrid. Certo è che farà di tutto per far sentire il più possibile la sua presenza (e quella dello Stato) tra le vie dove si è consumata la ribellione catalana, a scapito di un Puigdemont che pare essere in esilio: «Non avrà stipendio, non avrà potere di firma, non avrà funzioni» ha comunicato la commissaria della Generalitat attraverso la radio Onda Cero.

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Intanto è notizia di qualche giorno fa che lo stesso Puigdemont si è rifiutato di comparire d’innanzi al Tribunale Supremo di Madrid, dopo la formale accusa dei reati di ribellione, sedizione e malversazione di denaro pubblico (fondi statali dirottati per l’organizzazione del referendum, dichiarato illegale, svoltosi lo scorso 1° ottobre). Ciò nonostante, Puigdemont detiene il monopolio dell’emotività di centinaia di catalani pronti a tutto per l’affermazione pratica e concreta della loro indipendenza. La soluzione è quindi affidata a Soraya. Ma riuscirà nell’impresa di gestire una regione ribelle sino al 21 dicembre? Ai posteri l’ardua sentenza.

Antonio Giuffrida

Credits: Corriere della Sera, BBC News,El Paìs.

 

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