G7, Pari Opportunità e Gender Gap: di cosa parliamo?

Si chiude, con il Meeting Interministeriale sulle Pari Opportunità, l’anno di presidenza italiana al G7. Un anno denso di polemiche, di annunci e di idee progettuali che ha visto l’Italia sotto i riflettori del mondo, talvolta primus inter pares in un’Unione Europea sempre più divisa.

Come ribadito in questi giorni dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Maria Elena Boschi, la rilevanza di un evento del genere sta tutta nel valore che si dà ai fatti degli ultimi mesi, ai numeri delle violenze domestiche e non che vengono perpetrate ogni giorno ai danni delle donne, ai rapimenti e alla tratta di umani.

Un dialogo, quello in scena il 15 ed il 16 novembre a Taormina, che ha più il sapore di una celebrazione d’intenti assolti (in parte) e di obiettivi da raggiungere. Soprattutto con adeguate coperture legislative, fino a pochi anni fa del tutto assenti o comunque inadeguate a fronteggiare i terribili numeri di cui i media restituiscono solo una pallida eco.

In base alle recenti indagini ISTAT (2015) il fenomeno della cd. “violenza di genere” riguarda il 31,5% delle donne italiane tra i 16 ed i 70 anni, pari a circa 7 milioni di persone. Numeri francamente inaccettabili, che già in passato hanno spinto l’Italia (2013) a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta alla violenza sulle donne e specialmente alla violenza domestica.

Peraltro, a seguito della Convenzione di Istanbul, l’Italia ha adottato norme per contrastare la violenza sulle donne, prima tra tutte la cd. “legge sul femminicidio” (l. 119/2013). Oltre ad una serie di misure in campo penale, la suddetta legge ha previsto l’adozione di un piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, stanziando oltre 40 milioni di euro per l’apertura di centri, per l’elaborazione di una banca dati sulla violenza e per la formazione del personale sanitario e socio-sanitario.

Entro il 2017 saranno adottate linee guida nazionali rivolte alle aziende sanitarie ed ospedaliere per garantire un intervento adeguato e integrato nel trattamento delle conseguenze fisiche e psicologiche che la violenza produce sulla salute delle donne vittima di violenza. Per tal motivo, è stato elaborato un Piano Nazionale Anti-Violenza per il triennio 2017-2020 che mira a garantire i principi previsti dalla Convenzione di Istanbul: prevenire la violenza, proteggere e sostenere le vittime, perseguire e punire.

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Altro elemento focale della due giorni è stato l’empowerment femminile, troppo spesso ridotto a mero elemento programmatico irrealizzato (e difficilmente realizzabile), se non prima recepito come “cultura della parità di genere”.

Per definire adeguatamente il concetto di empowerment femminile bisogna partire da uno step precedente e definire il gender gap, da colmare attivamente. Il gender gap ostacola l’uguaglianza effettiva tra sessi in numerosi ambiti, motivo che ha spinto nel 2011 all’emanazione della legge Golfo-Mosca (n.120/2011) per migliorare il rapporto dei ruoli femminili rispetto a quelli maschili nelle società pubbliche e private.

In base al rapporto di ottobre 2017 dell’European Institute for Gender Equality (EIGE) il progresso verso l’uguaglianza targato UE è tuttavia piuttosto lento: l’indice globale misurato su lavoro, ricchezza, conoscenza, tempo, potere e salute- è aumentato in dieci anni di soli 4.2 punti, partendo da un valore di 62 nel 2005 per arrivare all’attuale 66.2

Sempre secondo lo stesso rapporto, l’Italia è tra i Paesi che hanno fatto registrare i più sensibili miglioramenti nella direzione dell’uguaglianza di genere. Una magra consolazione che però si realizza con un incremento dell’indice di circa 13 punti nel decennio 2005-2015. Contribuisce a questa riduzione la sensibile diminuzione delle differenze di genere in quattro dei cinque domini di studio analizzati, nella fattispecie lavoro, ricchezza personale, accesso alla cultura e accesso a posizioni politiche.

Una voce tristemente importante riguarda, inoltre, la tratta di esseri umani. Solo in Italia, ad oggi sono state liberate circa 25mila donne vittime di tratta. Le vittime, nella maggior parte dei casi sono donne sfruttate sessualmente, schiave del lavoro e delle economie illegali, talvolta costrette all’accattonaggio. Per l’esattezza, nel 2016 sono state 1.172 (di cui 111 minorenni) le vittime poste sotto protezione. Di queste, l’81,4% sono donne, perlopiù di nazionalità nigeriana (59,4%), romena (7,4%), marocchina (5,3%) e albanese (3,6%). Il 4 marzo 2014, l’Italia ha recepito con d. lgs. 24 la direttiva europea del 2011 sulla prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e sulla protezione delle vittime.

Statistiche e numeri che ci dicono come un meeting interministeriale non sia sufficiente a risolvere la questione, ma è sicuramente importante per comprendere le dinamiche di tali fenomeni e sradicarli affinché nessuna donna debba preoccuparsi di subire violenza e possa essere valorizzata professionalmente in maniera adeguata, senza dover sottostare  a minacce e “scambi” che di professionale hanno ben poco.

 

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