Confessioni di un ferrarista

Il GP di Abu Dhabi ha chiuso una stagione che aveva fatto sperare se non nella fine del ciclo Mercedes, almeno in un maggiore equilibrio fra le squadre maggiori.
C’era riuscita, fino all’estate, la Ferrari, ma poi il ritardo tecnico unito ad alcuni gravi errori dei piloti, hanno fatto svanire le speranze.

Quanto alla gara di oggi, sarebbe esagerato dire che è stata di una noia mortale, ma sicuramente non passerà alla storia fra le più entusiasmanti.
Hamilton e la Mercedes hanno già festeggiato in Messico. Oggi chi festeggia sono i tifosi di Fernando Alonso, perché finalmente, dopo tre anni di sofferenze, si è chiusa la fallimentare esperienza con i motori Honda.

Prima di concludere anche la stagione dei commenti su Millennials, ci siano permesse delle riflessioni personali.
Il sottoscritto ha alle spalle oltre mezzo secolo di militanza Ferrarista. Da ragazzo la domenica sera aspettavo fin quasi a mezzanotte la fine della Domenica Sportiva, quando finalmente noi appassionati di automobilismo potevamo sapere chi aveva vinto la gara del giorno e veder i pochi secondi (neanche un minuto!!) che la RAI dedicava all’unico sport in cui l’Italia era costantemente grande protagonista.
Da universitario ho scritto alla rivista Autosprint per proporre che Enzo Ferrari venisse nominato Senatore a vita, perché pochi nella storia repubblicana hanno onorato l’Italia come lui.

 

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Crescendo sono passato dalla categoria degli ultras a quella degli sportivi, ho imparato a riconoscere i meriti degli avversari e gli errori dei nostri e in qualche occasione ho anche praticato quello che possiamo definire il “tifo disgiunto”, tifando per la macchina ma non per il pilota, oppure per uno solo dei due.
Ma il cuore è sempre rosso ed è stata un’emozione indescrivibile, qualche anno fa, andare (in pellegrinaggio, mi viene da dire) a Maranello, al Museo della Ferrari.
Il cuore è sempre rosso, anche se negli ultimi tre anni la deriva aziendalista di chi crede che si possa vincere semplicemente schioccando le dita o minacciando licenziamenti, ha rischiato di mettere in crisi noi vecchi sentimentali.
Infatti, con l’estromissione di Luca Montezemolo si è spezzato quel filo rosso che legava la Ferrari di oggi al suo fondatore e la casa del Cavallino ha subito una specie di mutazione genetica.
Al contrario dell’attuale presidente e di quelli che verranno dopo (nominati dagli azionisti di maggioranza), Montezemolo era stato designato direttamente da Enzo Ferrari e quindi la sua gestione manteneva quell’aura di quando c’era ancora il Vecchio.
Inoltre Montezemolo di macchine e di corse “ne capiva”, essendo anche stato, da giovane, pilota di rallies.
Invece i presidenti nominati dagli azionisti di maggioranza, chiunque siano gli uni e gli altri, sono solo dei manager, bravi quanto si vuole ma pur sempre manager.
Ma i presidenti, come i piloti, passano mentre la Ferrari resta.
Si, i piloti passano, anche i migliori, come Lauda, Schumacher, Prost, Alonso, che verranno ricordati per la loro bravura ma che a un certo punto, tutti, hanno spezzato il legame con la Scuderia.
I piloti passano e la Ferrari resta, dicevo, ma ce n’è stato uno, coraggioso e generoso, che ci ha regalato indicibili emozioni, un pilota che ha vinto poco, perché ci ha lasciato troppo presto, ma il cui nome resterà perennemente abbinato alla Rossa, nel cuore di noi vecchi tifosi del Cavallino: Gilles Villeneuve.

Grazie Drake, grazie Gilles.

(Fonte immagine in evidenza: Salvatore Azzuppardi)

 

–  Salvatore Azzuppardi

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