Omnia mea mecum porto – Soldi, carte geografiche e documenti

Soldi, cartine e documenti, non serve altro?
Gagarin, il primo uomo nello spazio, prima di imbarcarsi sul Vostok 1 fece un gesto banale, umano, ripetuto miliardi di volte: urinò sulla ruota del pullman che lo portava al centro spaziale. 
Da allora tutti gli astronauti che partono da lì, compiono lo stesso gesto.

Ora, non serve essere Jurij Alekseevič Gagarin e non serve neanche aver volato nello spazio. Indubbiamente aiuta, ma non serve.
Anche noi terrucoli abbiamo diritto ai nostri riti scaramantici subito prima di una partenza. 
C’è chi mette la foto della fidanzata nel portafoglio, chi la fidanzata non ce l’ha e mette quella della madre, chi ha un pessimo rapporto con la madre e mette la foto del proprio pesce rosso, chi controlla le carte di credito, chi indossa un paio di calzini fortunati. Qualsiasi mio viaggio, invece, inizia, continua e si chiude sempre con lo stesso elemento: un libro.

Un libro prima della partenza

Non c’è un genere particolare, ho sempre trovato sciocco il suddividere la cultura in categorie, come voler negare a qualcuno i frutti del proprio giardino. Tuttavia, se proprio vogliamo semplificarci la vita, una menzione particolare la meritano i libri di viaggio.

Sono molti i libri che mi hanno spinto, accompagnato o, letteralmente, permesso di viaggiare. Fare nomi è difficile, potrei limitarmi a dire “il polacco dal nome impronunciabile” o “l’inglese strambo”, giusto per citarne due. Gente che, nei loro viaggi, ha parlato del mondo e ha rischiato più volte la vita, sfidando ora le dogane, le frontiere, le pallottole volanti, altro che instagrammer. C’è, tuttavia, un libro che è stato particolarmente formativo nel mio percorso e, penso, abbia accompagnato molti altri: parlo di Trans Europa Express.

“’Geld, Karten une Papier“, mi diceva un vecchio triestino di nome Fritz, a ricordare che le partenze chiedono tre cose irrinunciabili: soldi, carte geografiche e documenti. Io posso aggiungere: ‘Schuhe’, scarpe.

Queste semplici parole sono state estremamente formative e di ispirazione. Rappresentano una sorta di mantra che ripeto costantemente prima di sistemare lo zaino. Tutto il resto viene da sé.

 

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Cosa serve per partire?

Soldi, carte geografiche, documenti e scarpe. Elementi indispensabili per un viaggio. Non il cellulare, non viveri, non uno zaino robusto o un cappotto pesante e nemmeno, per i nerd più incalliti, un asciugamano. No, questi quattro elementi. Di viaggi Paolo Rumiz, l’autore di questa breve lista, ne sa molto. Classe 1947, triestino, fisico asciutto e occhi di chi ne ha viste tante. Per anni è stato corrispondente dall’estero nei teatri di guerra, poi editorialista per Repubblica, giornale per cui, ogni anno, fa un viaggio a piedi.

Ogni passo è un’esperienza a sé, non è facile raccontare quante storie ci siano dietro quel movimento meccanico. Oggi magari cammini leggermente storto per via del polpaccio che si è infiammato, domani lo zaino è caricato male e ti fa sbandare a sinistra, un altro giorno lasci lo zaino in ostello e vai via saltellando. Dietro tutti questi gesti, apparentemente banali, c’è un rituale antico come il mondo che si concretizza quando un uomo è stanco di vedere sempre le stesse facce, di ascoltare sempre i soliti ragionamenti e di stare lì a stramaledire le donne, il tempo e il governo. E quindi si va, si va a cercare una felicità che non stia dentro ad un bicchiere.

Soldi…

Ora, se è vero che i soldi (Geld) non danno la felicità, è anche vero che ti semplificano grandemente il tutto. Se li hai puoi scegliere di prendere l’hotel al posto dell’ostello, il taxi anziché la metro e il filetto al posto della zuppa di rape. E se non li hai? Beh, ridimensioni un po’ il tutto.
Il bus turistico? Meglio la metro, costa meno. L’hotel? Ne farò a meno, sono solo e in ostello si fa amicizia più facilmente. Il filetto? Oh, per favore! Datemi il mio hamburger, ho fame (preferisco tenermi la fame piuttosto che prendere una cucchiaiata di zuppa di rape).

 

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Le carte geografiche

I tempi sono cambiati, radicalmente. La mappatura satellitare ha reso le vecchie cartine obsolete e diciamolo: non siamo mai riusciti a piegarne correttamente una.
Obsolete, difficili da piegare e definitivamente non impermeabili, eppure le carte geografiche (Karten) hanno ancora un loro fascino: segnare i luoghi da visitare prima del viaggio, fare gli itinerari e poi appendere la cartina, sgualcita, sporca, vissuta, alla parete di casa. Provatelo un po’ a fare con il tablet con la cartina di Google Maps.

I documenti

C’era questa ragazza a Budapest, Carissa, veniva da Hong Kong, ma ha studiato per anni a Londra. Il suo inglese è ottimo, il mio non tanto, ma ci capiamo. Siamo seduti davanti a un tavolo e mangiamo del làngos, una sorta di pizza fritta. Mi guarda stupita quando le dico che non ho un passaporto.
Non mi serve” – le dico – “per viaggiare in Unione Europea mi basta la carta d’identità”. Mi guarda stupita e ammirata per qualcosa che per me è normale, quasi banale. I documenti (Papier) servono. Purtroppo non tutti sono uguali, siate fieri di essere nati qui e di poter visitare il mondo senza essere rimandati a casa solo per colpa della nazionalità sul vostro passaporto.

Infine, fondamentale, le scarpe

Ultimo, ma non ultimo: le scarpe (Schuhe). Ho un amico fanatico di softair. Ogni domenica mi invita e io perennemente rifiuto. Parte, si accampa da qualche parte con la sua squadra e passano la notte là tra fango, rovi e attacchi notturni. Mi dice che gli anfibi sono i tuoi peggiori nemici, ma anche i migliori compagni. Gli credo. Gli anfibi non li ho mai provati, ma ricordo la sensazione di camminare nel fango. Di acqua ne ho vista, neve un po’ meno. Rocce tante.
Sull’Etna, il mio baluardo, la mia stella cometa, ho imparato quanto fossero importanti un paio di buoni scarponi. Magari non puoi presentarti così dalla Regina, ma per resistere all’autunno tedesco direi che vanno benissimo.

Purtroppo sono il tipo di persona che impara soltanto con l’esperienza, come quella volta che mi sono perso a Roma e neanche il vigile di quartiere conosceva la strada… Ma questa è un’altra storia.

–  Dino Greco

Dino Greco

Dino Greco

Studente di ingegneria, la mia passione per la scienza e la tecnica si fonde con quella per i viaggi e la letteratura. Il sogno nel cassetto? Fare divulgazione scientifica.

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