Come sopravvivere alla prima notte in ostello

A Varsavia ho avuto il mio battesimo del fuoco: la prima notte in ostello. Dopo mesi e mesi di terrorismo psicologico del tipo “Non sai chi trovi!”, “E se ti rapinano?”, “E se ci sono le pulci?”.
Beh, non sono stato rapinato, ho trovato persone un po’ scorbutiche (a Varsavia), ma, almeno, niente pulci. Ho imparato molto, tipo che cadere dal secondo piano di un letto a castello fa davvero tanto male e porta i tuoi compagni di stanza a svegliarsi chiedendo che diavolo sia successo a quell’italiano strambo.
In camerata sei portato, per ovvi motivi, a ridimensionare il tuo spazio personale e a creare degli strani compromessi. Appena arrivato vedo subito che c’è un grosso borsone da viaggio in camera, l’etichetta riporta un nome italiano. Per quanto ami i miei connazionali in patria, all’estero tendo a evitarli il più possibile. Spero non sia il caso di chi legge, ma spiegare a una ragazza di Hong Kong il perché gli italiani bestemmino tanto non è proprio un bel biglietto da visita per la nostra nazione. 
A quanto pare questo tipo condivideva il mio astio per gli italiani all’estero. Le (poche) parole che abbiamo scambiato sono state in inglese. “Morning”, “Hello”. Fine.

 

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Ma l’ostello non è soltanto persone antipatiche e cadere dal letto a castello, è anche bagno in comune.

Il bagno? In fondo al corridoio

Ora, il bello di essere uno studente fuori sede è che impari ad accettare, compatire e certe volte persino apprezzare le follie delle altre persone (tipo quando torni a casa dopo una giornata estenuante di lezione e scopri che il tuo coinquilino ha messo in camera tua tre barili di birra in fermentazione. È scattato l’applauso) e, soprattutto, impari a condividere il bagno con altre persone e quindi non ti soffermi più a cantare la Traviata sotto la doccia, ma cerchi di darti una mossa.
Questo, ovviamente, non vi risparmierà figure da idioti. Dopo esservi svegliati e alzati cercando di non schiacciare con un piede quello che dorme sotto di voi, vi dirigete in bagno armati (in quest’ordine) di: telo doccia, jeans, maglietta, mutande, bagnoschiuma e shampoo (sul serio, come mi è venuto in mente?). Uscite nel corridoio lindi e profumati e lanciate un generico “Hello” a un qualsiasi turista che, molto più intelligentemente, entra in bagno in boxer e telo sulle spalle.

 

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Ci prendiamo una birretta?

Il bar è un po’ il centro nevralgico dell’ostello. Lì si organizzano le attività, ci si siede a bere una birra o un tè caldo o a leggere un libro. 
Spazzate via la timidezza e il ritegno: siete tutti nelle stesse condizioni. Visi abbruttiti dal sonno, abiti spiegazzati e occhi che vagano in cerca di una tazza di caffè. Sorridete a qualche sconosciuto e iniziate a parlare. La domanda tipica è, ovviamente, “Da dove vieni?”. Prima ancora del nome, prima ancora della prima stretta di mano o di un “Buongiorno”. È quasi una formalità, un rito. 
Ovviamente esistono anche delle varianti. Un anziano signore mi chiese “Qual è la tua nazionalità?”. Risposi che ero italiano e, per pura cortesia, ricambiai la domanda. Mi disse che non gli piaceva legarsi a un posto ben preciso, preferiva considerarsi cittadino del mondo. 
Sarei voluto scappare da tanta banalità, ma non potevo: ero appena tornato da un ruins pub (al cui ingresso ero stato anche perquisito) e il gulasch che avevo mangiato a cena mi era rimasto sullo stomaco. Rimasi lì ad affrontare il mio destino, mentre questo signore mi spiegava di venire dalla Transilvania. Ecco, se state pensando al Conte Dracula, dimenticatelo.

 

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 Gli ospiti

Parlando di Dracula, quello stesso pomeriggio incontrai uno dei miei compagni di stanza. Ero buttato sul letto a poltrire dopo una giornata passata a camminare e c’era qualcuno in bagno (a Budapest era in camera). La porta si apre e ne esce fuori un ragazzo nero, mi guarda, mi saluta e mi chiede se ho bisogno del bagno. “take your time, man”. Quando esce mi si presenta: si chiama Vlad, viene da New York, dove guida camion. Quando gli dico che sono italiano si entusiasma: mi dice che ha studiato spagnolo e mi chiede se posso fargli leggere qualcosa in italiano così da mostrarmi la sua abilità. Legge bene, ma non capisce una parola. Parliamo del più e del meno e mi dice che deve venire in Italia a breve. Ci salutiamo e io vado a cena.
Le giornate in ostello scorrono più o meno così. Il massimo del disagio che potrete trovare sarà qualcuno in camerata che russa, ma un paio di tappi per le orecchie o del sano stoicismo vi salveranno da questa eventualità. 
La nota dolente sarà scoprire che l’anziano (e logorroico) signore è vostro compagno di stanza. L’unica soluzione per scappare alle sue chiacchiere inconcludenti pare buttarsi a letto e fingersi morto. Buonanotte.

–  Dino Greco

Dino Greco

Dino Greco

Studente di ingegneria, la mia passione per la scienza e la tecnica si fonde con quella per i viaggi e la letteratura. Il sogno nel cassetto? Fare divulgazione scientifica.

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