Il ddl sul biotestamento spiegato in 6 punti

Pochi giorni fa il Senato ha approvato il testo di legge riportante “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, meglio come conosciuto – seppur in maniera impropria – come biotestamento. Del resto la parola “testamento” certamente richiama dei rapporti di carattere patrimoniale, totalmente ignorati dalla presente legge. Tantomeno viene citata all’interno della normativa la parola “biotestamento”. Dopo il caso Welby, il caso Englaro e il caso di Dj Fabo (per citare i più famosi) il nostro legislatore ha provveduto a disciplinare un ambito così delicato. Andiamo quindi ad analizzare nel dettaglio la nuova disciplina:

L’art. 1 – Consenso informato

Il primo articolo del sopracitato testo di legge è rubricato “Consenso informato“. Nel rispetto, infatti delle pertinenti norme costituzionali, quali l’articolo 2,13 e 32 della Costituzione, nonché dell’art. 1,2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, è stabilito che “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata“, salvi naturalmente i casi previsti dalla legge. Alla luce di ciò, viene quindi promossa ed elevata la relazione che si instaura tra il paziente (compresi familiari, conviventi, persona unita civilmente con lo stesso ovvero persona di fiducia “se il paziente lo desidera“) ed il medico, rispettivo staff sanitario compreso. Successivamente, si ribadisce il diritto di ogni persona a conoscere in maniera completa e comprensibile le proprie condizioni di salute, oltre che i pro e i contro di eventuali trattamenti sanitari. Il consenso informato così acquisito deve essere documentato nella più classica forma scritta ovvero videoregistrazioni o “per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare“.

Naturalmente è consentito anche rifiutare (totalmente o parzialmente) oppure revocare “qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso“. Il legislatore, inoltre, riconduce alla parola “trattamenti” anche la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale. Il paziente può rifiutare (o rinunciare) anche i trattamenti sanitari “necessari alla propria sopravvivenza“: in questo caso il medico prospetta al suddetto (e ai familiari, previo consenso di quest’ultimo) tutte le conseguenze di questa drastica scelta nonché le possibili alternative. Accettazione, rifiuto e rinuncia vengono annotati sia nella cartella clinica che nel fascicolo sanitario elettronico. Il medico, in ogni caso, per liberarsi da qualsiasi responsabilità civile e/o penale, deve rispettare la volontà del paziente che, comunque, non può esigere l’erogazione di trattamenti sanitari “contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali“. E nei casi di emergenza? Il legislatore si preoccupa di disciplinare anche questi casi, fissando l’obbligo per il medico (equipe sanitaria compresa) di assicurare le cure necessarie al paziente “nel rispetto della volontà del paziente“, qualora sia possibile venirne a conoscenza. 

In ultima battuta sono fissati i compiti di tutte le strutture sanitarie italiane, pubbliche o private che siano: esse devono garantire, infatti, “con proprie modalità organizzative” l’attuazione della presente, “assicurando l’informazione necessaria ai pazienti e l’adeguata formazione del personale“.

L’art. 2. – Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e dignità nella fase finale della vita

La seconda norma di questo testo di legge fissa tre capisaldi che il medico deve rispettare: la garanzia della terapia del dolore per alleviare le sofferenze del paziente, ricorrendo persino alle “cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38. 2“. Nei casi in cui il paziente sia prossimo alla morte, il medico non deve accanirsi sul soggetto in questione, astenendosi “da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati“. Nei casi più estremi, quando nemmeno la terapia del dolore ha effetto, il medico può ricorrere all’ausilio della c.d. sedazione palliativa profonda, previo consenso del paziente.

L’art 3. – Minori e incapaci

Prima di entrare nel cuore della materia, la terza norma si preoccupa di regolamentare i casi in cui il paziente sia un minorenne od un incapace. Anche tali soggetti godono del diritto al consenso informato. Tuttavia per quanto riguarda il minore questo “è espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore” che devono avere riguardo anche “della volontà della persona minore“, in relazione a due parametri quali età e grado di maturità, mentre per quanto riguarda la persona interdetta ai sensi dell’articolo 414 C.C. il consenso informato “è espresso o rifiutato dal tutore“, avendo avuto riguardo dell’opinione dell’interdetto, qualora sia nelle facoltà di manifestarla. In ambedue i casi, però, si deve avere come fine ultimo la tutela della salute psicofisica del soggetto, nonché del rispetto della sua prerogativa di condurre una vita dignitosa. 

Chiosa finale sulla persona inabilitata, che si vede riconosciuta la capacità di esprimere da sola il proprio consenso informato, eccezion fatta qualora sia stato un amministratore di sostegno “la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario“. In questo caso residuale, è l’amministratore ad avere facoltà di esprimere o rifiutare la suddetta forma di consenso. In caso di contrasto tra il medico – che ritiene “appropriate e necessarie” le cure – e “il rappresentante legale della persona interdetta o inabilitata oppure l’amministratore di sostegno” – che invece le rifiutano – sarà il giudice tutelare a decidere, previo ricorso di una delle due parti.

Art. 4. – Disposizioni anticipate di trattamento

Chiunque sia maggiorenne e capace di intendere e di volere, ai sensi dell’articolo 4, “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi“, può esprimere la propria volontà (positiva o negativa che sia) sui trattamenti sanitari mediante le DAT (disposizioni anticipate di trattamento), previa un’adeguata informazione in merito. Egli deve anche nominare un fiduciario, anch’esso maggiorenne e capace di intendere e volere, in grado di farne le proprie veci e rappresentarla all’interno del binomio paziente medico. Il fiduciario può accettare o sottoscrivendo le DAT oppure con atto successivo, da allegare poi a tali disposizioni. Il fiduciario (che può comunque rifiutare la nomina per atto scritto), tuttavia, non è fisso: egli può essere revocato in qualsiasi momento e “senza obbligo di motivazione“, rispettando le forme prescritte per il conferimento dell’incarico. Se le DAT non riportano alcun fiduciario o “questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace“, la loro efficacia non è compromessa, in quanto la volontà del disponente salva il tutto. Il medico deve rispettare tali disposizioni, l’unico caso di deroga (parziale o totale) ammesso dalla legge si ha quando le DAT  “appaiano palesemente incongrue“, non adatte alla condizione attuale del paziente oppure non prevedibili al momento della redazione dell’atto e “capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita“. Serve, però, un accordo tra medico e fiduciario. In caso di mancato raggiungimento, su ricorso di una delle parti, deciderà il giudice. 

Le DAT si possono redigere sia per atto pubblico che per scrittura privata autenticata. È prevista una terza modalità di redazione che contempla anche l’eventuale istituzione di un apposito registro presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza del paziente. Anche in questo caso è reputata lecita la videoregistrazione della volontà del paziente o ancora la sua manifestazione mediante qualsiasi dispositivo che gli consenta di comunicare. Nel rispetto delle medesime forme, le DAT possono essere rinnovate, modificate o revocate. La futura legge, però, precisa che “nei casi in cui ragioni di emergenza e urgenza impedissero di procedere alla revoca delle DAT con le forme previste” precedentemente, esse possono essere revocate mediante una semplice dichiarazione verbale, raccolta da un medico e alla presenza di due testimoni. Infine, il Ministero della Salute, le regioni e le aziende sanitarie – anche mediante il proprio sito internet – “provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT” entro il termine di 60 giorni dall’entrata in vigore della normativa in analisi.

Art. 5 – Pianificazione condivisa delle cure 

Riguardo la relazione instaurata tra paziente e medico “rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione” si può stilare e realizzare una pianificazione delle cure, a cui peraltro medico e rispettivo staff sanitario sono obbligati ad attenersi qualora il paziente, nell’evolversi della patologia, dovesse perdere la facoltà di esprimere il proprio consenso. Tale norma introduce anche il dovere di informare il suddetto (compresi familiari, conviventi, persona unita civilmente con lo stesso ovvero persona di fiducia) in merito all’effettiva aspettativa di vita residua, oltre che sulle possibilità di intervenire clinicamente. Il consenso, in questo caso, si esprime nelle medesime forme citate all’articolo 1. La pianificazione delle cure non è immodificabile, può essere infatti aggiornata “su richiesta del paziente o su suggerimento del medico“.

Le ultime tre norme del ddl sul Biotestamento

Il legislatore conclude il disegno di legge in questione, inserendo tre norme:

  • L’art. 6, rubricato “Norma Transitoria”, ai sensi del quale a tutti i documenti idonei ad esprimere la volontà del paziente in merito ai suddetti trattamenti che sono stati “depositati presso il comune di residenza o presso un notaio” e redatti prima dell’entrata di vigore di questa normativa sono investiti dai suoi effetti.
  • L’art. 7, rubricato “Clausola di invarianza finanziaria”, ai sensi del quale è compito delle amministrazioni pubbliche fare in modo che tali normative vengano attuate “nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente“, senza creare nuovi oneri.
  • L’art. 8, rubricato “Relazione alle Camere”, ai sensi del quale è compito del Ministro della salute trasmettere alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica una relazione sull’applicazione della legge stessa. Il termine annuale per l’invio di tale documento è il 30 aprile. Le regioni, invece, ogni anno (entro febbraio) devono fornire le “informazioni necessarie” acquisite mediante appositi questionaripredisposti dal Ministero della Salute“.

“Questa è l’Italia che vogliamo, un Paese più umano, che ama i suoi cittadini e che ne rispetta il dolore” (Roberto Saviano).

Francesco Raguni


Fonte immagine in evidenza: La Repubblica

Un pensiero riguardo “Il ddl sul biotestamento spiegato in 6 punti

  • marzo 23, 2018 in 7:21 am
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