Elezioni in Catalogna: La coalizione indipendentista si riprende la maggioranza del Parlamento

Con una partecipazione record degli aventi diritto al voto (affluenza pari all’81,9%), il blocco degli indipendentisti riesce ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi del Parlament de Catalunya potendo adesso controllare pienamente il legislativo della Comunidad. Nello schieramento ribelle, il partito più votato è quello dell’ex Presidente Carles Puigdemont, Junts per Catalunya (JxCat), il quale ha ottenuto 34 seggi parlamentari. Seguono poi Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) di Oriol Junqueras con 32 seggi e Candidatura d’Unitat Popular (CUP) con 4 seggi.

Al vertice del fronte unionista troviamo invece il partito centrista Ciudadanos (Cs) di Ines Arrimadas, che conquista il numero massimo di seggi parlamentari, 37 per l’esattezza. Seguono poi il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) con 17, Cec-Podemos con 8 ed in ultimo la lista del Premier iberico Mariano Rajoy, Partido Popular de Catalunya (PPC) che chiude con soli 3 seggi.

 

Puigdemont

 

Lo spaccato del Parlamento mostra quindi una netta prevalenza della coalizione separatista che si assicura 70 dei 135 seggi, due in più rispetto quelli necessari per assicurarsi la maggioranza in Parlamento e, allo stesso tempo, due in meno rispetto a quelli che controllavano nella precedente legislatura. Maggioranza che, tuttavia, non può garantire quello storico processo di indipendentismo il quale ha già raggiunto il suo apice nel referendum regionale fallito a seguito dell’invalidazione da parte di Madrid.

Maggioranza che risulta inoltre essere composta da forze politiche diverse e non omogenee tra loro. Stesso discorso vale anche per il blocco costituzionalista capeggiato dagli unionisti di centro-destra di Ciudadanos. Comunque sia, il vero sconfitto di questa tornata elettorale è lo stesso Rajoy, il cui partito politico ha perso ben 8 seggi rispetto a quelli che aveva ottenuto nel 2015, venendo sorpassato persino da un partito scissionista e fortemente antisistema quale è il CUP. Nonostante ciò, Madrid smentisce ogni ipotesi di elezioni generali anticipate, riconfermando la forza del governo centrale e la sua scadenza naturale nel 2020.

La débâcle di giovedì ha in ogni caso mostrato come l’esito del clásico politico spagnolo sia frutto di una non mediazione, da parte dell’esecutivo nazionale, delle due Catalogne, una assoggettata alla capitale, l’altra che si proclama libera e indipendente. Conseguenza è la forte crescita, in termini di consensi, della fazione indipendentista. Questa, se nel 2010 contava un appoggio pari a 1,4 milioni di catalanisti, nel 2011 si è vista forte di 1,7 milioni per poi sforare, nel 2017, tra referendum e elezioni regionali, i 2 milioni di consensi. Per il premier spagnolo la regione di Barcellona è diventata un sacco vuoto e persino i suoi voti sono passati al rivale interno del centro-destra Rivera, presidente di Ciudadanos.

Intanto dalla capitale belga Puigdemont tende la mano a Rajoy, proponendo “un incontro senza pre-condizioni a Bruxelles o in qualsiasi altro luogo europeo dove vengano date le dovute garanzie”. Non in Spagna, però, dove pende un mandato di arresto nei confronti del leader scissionista il quale, lo ricordiamo, si trova attualmente in esilio volontario in Belgio con l’accusa dei reati di ribellione, sedizioni e malversazione di denaro pubblico (fondi statali dirottati per l’organizzazione del referendum, dichiarato illegale, svoltosi lo scorso 1° ottobre).

Pronta e sottile la risposta di Rajoy, il quale si è detto pronto ad avviare un nuovo dialogo col governo che sarà formato in Catalogna. “Il governo spagnolo – afferma il leader di Madrid – fornirà la sua volontà di dialogo costruttivo, aperto, realista, sempre nel contesto della legge”. Dalla capitale del Regno fanno inoltre sapere che il commissariamento della Comunidad, scattato con l’attivazione dell’art. 155 della Costituzione spagnola, sarà revocato solo quanto si formerà un nuovo esecutivo regionale conforme ai principi dello Stato spagnolo e distante da ogni logica secessionista.

 

Immagine 2

 

Netto è altresì il rifiuto di un qualsivoglia confronto e dialogo tra Madrid e Puigdemont. Rajoy, nel corso della conferenza stampa post esito delle elezioni regionali, ha affermato di volersi interfacciare con il vincitore delle elezioni politiche, ovverosia con chi ha ottenuto il maggior numero di seggi legislativi. Il riferimento è tutto verso la giovane leader degli unionisti di Ciudadanos, Ines Arrimadas, che ha totalizzato la maggioranza dei seggi della compagine costituzionalista. «Ci vorrà tempo per ricomporre la frattura occorsa – afferma Rajoy – ma offro un dialogo costruttivo, aperto e realistico al nuovo Governo, sempre nel rispetto della legge,con l’obiettivo del benessere del popolo catalano».

Le date fondamentali sono già state fissate. La sessione costitutiva della nuova Assemblea dovrà tenersi entro il 23 gennaio mentre il primo turno per l’elezione del nuovo capo dell’esecutivo regionale, che prenderà il posto della commissaria straordinaria Soraya Sáenz de Santamaría, dovrà svolgersi entro e non oltre il 10 febbraio. L’incertezza sull’individuazione del nuovo capo dell’esecutivo è evidente. Puigdemont, leader della lista scissionista più votata, sarebbe il candidato naturale per ottenere la fiducia da parte del Parlamento ed è lui stesso che, parlando di “Repubblica catalana”, si presenta come Presidente. La sua elezione, tuttavia, rimane un problema fondamentale dato l’immediato arresto che seguirebbe allo sbarco in suolo iberico del leader ribelle.

–  Antonio Giuffrida

Credits: Ansa, La Repubblica, Corriere della Sera

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *