Kurz sfida Bruxelles sulla questione migratoria: il “sistema delle quote” rischia di dividere l’Ue

Il giovane Sebastian Kurz, neo cancelliere della Repubblica austriaca, ha deciso di incentrare la sua politica estera su messaggi di forte chiusura verso i migranti, sfidando di fatto l’Unione Europea sul sistema delle quote introdotto nel 2015 da Bruxelles. In pieno sostegno al primo ministro si trovano anche i Paesi del “Gruppo di  Visegrád”, alleanza costituita nel 1991 da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, al fine di rafforzare una cooperazione interna e promuovere una integrazione organica all’interno dell’Unione Europea. Oggi il gruppo si trova in contrasto con i diktat di Bruxelles e a parlare è lo stesso cancelliere austriaco che, attraverso il quotidiano tedesco Bild am Sonntag, punta il dito contro il sistema comunitario.

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«Forzare gli Stati membri ad accettare i rifugiati non aiuta l’Europa – ha dichiarato Kurz nel corso dell’intervista – Se continuiamo su questa strada divideremo solo ulteriormente l’Unione Europea e gli Stati membri dovranno decidere da soli se e quante persone prendere». Vienna si mostra aspramente scettica verso l’indirizzo politico comunitario. Secondo lo stesso cancelliere mancherebbe un senso di fondo alla strategia voluta dall’Ue proprio poiché i migranti non avrebbero alcuna intenzione di rimanere in Paesi – come Bulgaria o Ungheria –  dove le condizioni di welfare e le occasioni lavorative sono inferiori rispetto a quelle presenti in altre realtà europee. Il riferimento è ovviamente all’indirizzo di Stati come la Svezia, la Germania o la stessa Austria. Difatti, già da tempo Kurz si è mostrato critico verso la politica della cancelliera tedesca, Angela Merkel, sua partner del partito popolare europeo che, per inciso, nel 2015 aprì le porte a più di un milione di profughi.

Ciò che il cancelliere austriaco critica aspramente è l’attuale sistema, nato dalle ceneri della fallita Convenzione di Dublino (1990), entrata in vigore nel ’97 per i primi dodici Paesi firmatari (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo Spagna e Regno Unito) e successivamente ratificato da Austria, Svezia e Finlandia. In origine, il documento prevedeva il collocamento dei migranti in base al primo ingresso: per cui se un migrante attraversava il braccio di mare che separa il continente africano dal suolo italico approdando poi su una nave o su una spiaggia italiana, era l’Italia a farsi carico del riconoscimento, dell’accoglienza e dell’eventuale rimpatrio. Si trattava di un sistema tarato per un numero di migranti assai circoscritto e comunque limitato, divenuto poi insostenibile per l’incremento esponenziale del flusso migratorio che, solo in Italia, ha registrato circa 110 mila migranti nel periodo che va da gennaio a novembre del 2017.

Il Trattato di Lisbona (2007) ha provveduto a rinnovare il vecchio trattato internazionale disegnando una diversa previsione comunitaria, finalizzata proprio a dirimere il problema dei Paesi (in primis, Italia e Grecia) soggetti ai numerosi sbarchi di migranti  e richiedenti asilo, oggettivamente non gestibili in modo semplice ed autonomo. La Commissione Ue, nel 2015, ha quindi predisposto il “sistema delle quote” lasciando agli Stati membri la piena competenza in materia di migranti pur sempre nel rispetto dei principi di uguaglianza e solidarietà nella ripartizione dei flussi e degli oneri consequenziali. Secondo questo modello a ciascuno Stato vengono ripartite quote di migranti in ingresso sul territorio europeo, calcolate sulla base di determinati parametri (come popolazione interna e Prodotto Interno Lordo). L’obiettivo è proprio quello di smorzare il già pesante numero di profughi che i Paesi mediterranei vicini all’Africa subisce costantemente.

Se originariamente lo stesso Kurz aveva promesso un governo disposto al dialogo con Bruxelles, adesso lo stesso esecutivo – peraltro composto da sei ministri dell’ultra destra fortemente euroscettica e antisistema – si mostra contrario con la stessa Unione su uno dei temi caldi della politica estera. Vienna, nel definire la politica migratoria europea “ormai fallita”, propone un sistema di aiuti volta a convogliare tutte le energie, sociali ed economiche, dei Paesi membri verso i Paesi da cui si origina il fenomeno migratorio, eventualmente, negli Stati ad essi vicini. «Dovrebbero essere aiutati in aree sicure del proprio continente. – tuona il leader austriaco – L’Ue dovrebbe sostenere questo, forse anche organizzarlo ed appoggiarlo militarmente». La scelta di stanziare forze armate in territori di confine od anche in Paesi extraeuropei non è ancora ben chiara allo stesso premier e, soprattutto, non  trova pieno ed unanime appoggio dai restanti 26 Vertici europei. Eppure il programma politico estero di Kurz si mostra coerente rispetto a quanto detto dall’attuale premier sin dagli inizi della sua ascesa. Già da Ministro degli Esteri, nell’esecutivo del socialdemocratico Werner Faymann, Kurz affermava di voler porre un freno all’immigrazione nel sistema sociale austriaco, dimezzando i contribuiti ai rifugianti e chiedendo all’Europa la chiusura della rotta mediterranea. «Il salvataggio in mare non deve essere un ticket per l’Europa centrale”.

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Scettico si è mostrato anche Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, il quale un paio di mesi addietro aveva spiegato come il sistema delle quote non avesse futuro, in barba alla decisione della Corte di Giustizia europea che aveva respinto, appena cinquanta giorni prima, il ricorso anti-quote del gruppo di Visegrád. Nel frattempo la Commissione Ue si è trincerata dietro la sua posizione abituale, in attesa di vedere cosa deciderà Vienna al tavolo di Bruxelles. Sale inoltre la tensione con la Svizzera dove la Presidente,  Doris Leuthard, ha avanzato l’ipotesi di un referendum finalizzato a definire una volta per tutte l’intero quadro dei rapporti bilaterali con l’Unione. «Dobbiamo chiarire la nostra relazione con l’Europa, dobbiamo sapere in quale direzione andare. – ha avvertito la presidente – Sarebbe d’aiuto un referendum fondamentale».

–  Antonio Giuffrida

 

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