Il risparmio che costa: un’altra risorsa non sfruttata del Belpaese

Quando si tratta di risparmiare – in vista di un domani sempre più instabile ed incerto – non ci batte (quasi) nessuno. Nell’Eurozona non siamo di certo messi male. Nel decennio 2004/2014, il 20% più benestante delle famiglie ha visto aumentare di circa un terzo il valore del loro patrimonio, differentemente dai nuclei più poveri che lo hanno visto dimezzato. In più, l’indebitamento medio delle famiglie è pari al 61,8%, comunque largamente al di sotto della media europea (che, per inciso, si aggira intorno al 94%). Secondo l’ultima “Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziare degli italiani del 2017”, condotta come ogni anno dal Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo, gli italiani si piazzerebbero quindi tra le migliori formiche al mondo. Ottime nell’accumulare ricchezze sotto forma di risparmio. Pessime, tuttavia, nell’investire sapientemente il frutto di sacrifici e privazioni. Cosa c’è che non va?

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Ciò che sembra mancare è una corretta ed adeguata informazione circa le diverse modalità di investimento. Ben 2/3 degli italiani risulta essere incompetente sotto questo punto di vista, possedendo una conoscenza molto approssimativa delle varie attività finanziarie che possono in concreto accrescere il contenuto del proprio salvadanaio. Invero, una informazione così scarsa fa sì che la maggior parte dei singoli individui si affidi ai “sentito dire” ed ai consigli di amici e parenti o, in alternativa, si avvalga di professionalità specifiche affidando loro la gestione delle proprie ricchezze. Ma c’è di più. Il profondo analfabetismo finanziario comporta che circa un terzo del patrimonio venga poi abbandonato in depositi bancari che costano canoni periodici e fruttano praticamente nulla. C’è poi un’altra parte degli italiani che predilige strumenti di investimento “sicuri”, poiché tarati nel corso degli anni. Infatti, ben il 5% dei risparmiatori resta ancora stregato dall’investimento sul mattone. Questa attrazione può essere molto rischiosa perché non tiene conto della crisi immobiliare degli ultimi anni che ha fatto crollare compravendite e ristagnare i prezzi. Inoltre, chi investe in immobili non tiene conto del crescente peso fiscale e dei costi di manutenzione, che riducono sensibilmente la redditività dell’investimento.

La situazione di incertezza circa l’industria del risparmio gestito, che in Italia ha riscosso un autentico “boom”, è destinata ad evolversi. Dati positivi si aspettano con la direttiva europea Mifid 2, in vigore dal 3 gennaio del 2018, grazie alla quale gli investitori riceveranno, ogni fine anno, il conto esatto delle commissioni corrisposte a società di gestione, reti distributive e promotori. Altro espediente utile per accrescere un corretto investimento potrebbe derivare dall’introduzione dei Pir (Piani individuali di risparmio), che prevedono l’esenzione dalla tassazione sui redditi per chi blocca le proprie azioni per un periodo non inferiore a 5 anni. Tali piani potranno poi assumere diverse vesti giuridiche, potendo divenire fondi comuni d’investimento, SICAV (Società di investimento a capitale variabile), depositi amministrati ed altro ancora. Bisogna però guardarsi dal pericolo di una bolla economica. Il risparmio è il grande tesoro trascurato dagli italiani, a maggior ragione se non si hanno grandi fondi pensione di investitori statali. Ne sono consapevoli persino all’estero. Riprova di ciò è il forte interesse dei gruppi internazionali, di banche e società che tentano di spronare un’industria sopita. Basti pensare che ad oggi le attività economiche complessive dei singoli individui e nuclei familiari superano i 4 mila miliardi di euro, due volte e mezzo il PIL italiano.

 

– Antonio Giuffrida

Fonti: Il Sole 24Ore, Ansa, Corriere della Sera, La Stampa

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