“Meditate che questo è stato”

L’autobus corre veloce lungo la strada. Sono seduto da solo, in un posto singolo a poca distanza dall’autista. Mio fratello è in piedi, poco distante. Lui c’è già stato e mi ha fatto qualche premessa. “Se tu vuoi, vacci. Io non ci entro più“. A una fermata sale una donna, sono assorto nei miei pensieri e il silenzio è rotto dalla suoneria del suo cellulare. Un motivetto di una canzone in voga un paio d’anni fa. È in piedi, parla al telefono concitatamente. Vorrei offrirle il mio posto, ma io non parlo polacco e lei non sembra minimamente interessata a quell’atto di banale cavalleria.

L’autobus continua la sua corsa. Arriviamo al capolinea, una fermata come tante altre. Lì viene a prenderci un altro autobus, questo quasi vuoto. In pochi minuti siamo là. Una caserma di mattoni rossi. Mi giro mio fratello “è questo il posto? Lo credevo diverso“. “Lo riconoscerai tra poco“, dice. “Vieni, entriamo“.

La prima impressione.

Il muro di mattoni lascia lo spazio a un’inferriata. Camminiamo nel fango mentre una pioggerella insistente ci bagna i capelli e il viso. Senza dire una parola oltrepassiamo i binari. D’un tratto eccolo là. Con il mio tedesco inesistente provo a leggere. Non ci riesco.
Ora appare tutto come nelle foto sui libri di storia, qui però è a colori. È tutto così reale, eppure sembra di camminare in un universo parallelo.

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Oltrepassato questo punto, troviamo un panorama monotono fatto di baracconi in legno. Il silenzio regna sovrano e nessuno si permette di romperlo. Fa freddo. Il mio giubbotto non è impermeabile e la pioggia continua a cadere, mi ritrovo zuppo e le scarpe affondano nel terreno morbido.

I baraccamenti sono diventati musei. Entro. Sono solo e questo posto è minuscolo. Grosse tavole di legno inchiodate a formare dei grandi letti a castello. Luoghi che per anni hanno ospitato esseri umani dovrebbero avere qualche testimonianza, avere un odore, ma qua non si sente nulla e il respiro sembra quasi mancare. Rimango qualche secondo, ma mi sembrano ore. Esco fuori. L’aria fredda mi accoglie nuovamente, ma la desolazione mi ricorda dove sono.

A poche centinaia di metri dal punto in cui mi trovo vedo filo spinato. Faccio un calcolo a occhio e decido che sarà alto più o meno tre metri. Un cartello, abbastanza esplicativo, recita pericolo di morte. Più avanti, un cartello in varie lingue dà qualche informazione in più al moderno visitatore. Un lusso perfettamente inutile qualche anno fa. Fra dati tecnici e spiegazioni, il cartello spiega anche che qualcuno, su quel filo spinato, ci si gettava o si faceva gettare. Un modo come un altro di scappare dall’inferno.

Un’aria greve, un non detto

Continuiamo a camminare. C’è un treno fermo sulle rotaie. Sembra un carro bestiame, non ci sono scale, solo due portelloni, immensi. Siamo soli e non c’è gran voglia di parlare tra di noi. Ho fatto molte foto in giro, ma non ne ho nessuna di quel luogo. Non ci sono cartelli, non ci sono guardie o custodi, nessuno che lo impedisca, ma c’è una sorta di sacralità. Un non detto.

Auschwitz è il nome tedesco. La cittadina si chiama Oświęcim ed esiste tutt’ora. Il campo è una caserma riadattata e questo spiega il perimetro esterno. Dista una cinquantina di chilometri da Cracovia, ma sembra che ci siamo lasciati molto indietro la città polacca con i suoi fiori e i sorrisi della gente.

Più avanti ci sono degli agglomerati di baracche. Entro nella prima e sul muro, dietro un vetro, vedo quello che sembra un enorme ragno. Mi avvicino. Sono occhiali. Centinaia di occhiali. Un’altra baracca è piena di valigie. Dietro un altro vetro ci sono bambole e poi ancora pettini, scarpe, vestiti di vario genere.

Cammino per i corridoi vuoti. A un certo punto vedo delle fotografie alle pareti. Leggo che all’inizio i deportati venivano fotografati, poi non è stato più fatto: erano troppi. Cerco di fissare nella mente quanti più visi possibili. Mi viene da piangere, vorrei urlare.

Esco da lì e ci dirigiamo verso quello che prende a tutti gli effetti il nome di Auschwitz 2: il campo di concentramento di Birkenau. La desolazione qui è indescrivibile. Metri e metri di nulla. Solo fango e filo spinato.

La memoria

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberò il campo. Chi poteva camminare fu costretto a lunghe marce, la maggior parte morirono per il freddo e la stanchezza. Ad Auschwitz erano rimasti solo i malati nelle infermerie, tra loro lo scrittore Primo Levi. Si salvò così.

Con l’incalzare dei sovietici, i nazisti rasero al suolo tutto quello che potevano e ad oggi le camere a gas non sono più visibili. I forni ci sono ancora.

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Mio fratello c’era stato un paio d’anni fa. Mi ha accompagnato nel campo, ma ha scelto di non rientrare nella camera dei forni. È piccola e stretta. Una scritta in polacco e in inglese recita di non fare foto, di rispettare il dolore che si è consumato in quei luoghi. Dei binari con dei grossi loculi. Apparentemente tutto qui.

Manca il respiro.
Esco fuori.
Troviamo un immenso monumento alla memoria. Lapide in tutte le lingue e pietre con su scritte preghiere.
Un sole timido si affaccia.

Forse c’è ancora speranza per il genere umano.

 

– Dino Greco

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