Il lavoro dei giovani fotografi emergenti: a Bologna la mostra-concorso MAST

La Fondazione MAST è un centro culturale a Bologna che incoraggia la tecnologia, l’innovazione, la manifattura e le arti attraverso la collezione di fotografie inerenti all’industria e al lavoro. A cadenza biennale istituisce il concorso GD4PhotoArt, che premia i giovani talenti fotografici emergenti, i quali si interessano ai cambiamenti che l’industria attua sul territorio e sulla società. Il concorso, arrivato alla quinta edizione, muta il suo nome ma non la sua sostanza: ecco quindi il PHOTOGRAPHY GRANT ON INDUSTRY AND WORK 2018.

 

«Mostrare l’essenziale, rilevare gli aspetti strutturali, cogliere nelle immagini il sapere astratto e l’essenza del comportamento umano – ricercare, indagare, sviluppare e produrre – fornire una rappresentazione fotografica che renda possibile e accessibile sia l’aspetto informativo che quello nazionale, il dato concreto e il significato, il piano descrittivo e quello metaforico: è questo il grande compito dei giovani fotografi di oggi. Ed è questo che il MAST Foundation for Photography Grant intende sostenere». A parlare così è Urs Stahel, curatore della Photogallery MAST e dell’esposizione del “Grant”.

La duplice natura di questo vernissage è unica nel suo genere: è un concorso, ma anche una mostra. Un concorso in quanto invita i giovani fotografi (con un età inferiore ai 40 anni) a sviluppare un progetto di indagine fotografica sul tema “Industria, Società e Territorio” (ove per Industria si intende  abbracciare i concetti di architettura, paesaggio, ambiente, ritratto e still-life). La giuria seleziona in seguito quattro finalisti che ricevono una borsa di studio per finanziare il loro progetto. I finalisti del 2018 sono stati Mari Bastahevski, Sara Cwynar, Sohei Nishino e Cristobal Olivares, mentre sono stati proclamati vincitori Sara Cwynar e Sohei Nishino, che beneficeranno di un ulteriore premio. «La giuria ha deciso di assegnare il premio ex-aequo a Sohei Nishino e Sara Cwynar; i lavori dei quattro finalisti sono risultati tutti significativi e coerenti con il bando. Fattori decisivi per la scelta della giuria sono stati in particolare la complessità dei contenuti dell’opera e la visione poetica di Sohei Nishino da una parte, lo spessore intellettuale e la freschezza visiva del video di Sara Cwynar dall’altra» ha così dichiarato Stahel.

Una mostra, in quanto le fotografie dei finalisti saranno esposte fino al 1° maggio, gratuitamente, negli spazi del MAST. La sua inaugurazione è avvenuta lo scorso 31 gennaio.

Tutti e quattro i progetti degli artisti sono assai diversi, ma accomunati da alcune caratteristiche. In essi traspare una acuta ricerca fotografica, fresca in quanto giovane, ma precisa, su un’industria e un lavoro che incidono in maniera sempre più evidente sulla società odierna come anche sull’ambiente, sulle scelte etiche, sugli spazi geografici.  Inoltre, i fotografi si soffermano su come questi cambiamenti, economicamente parlando, siano davvero repentini.

I mezzi utilizzati per la realizzazione dei progetti sono i più disparati: dalle stampe fotografiche ai collage, passando per i wallpaper, i documenti cartacei e i video. Tutti supporti che ci regalano uno specchio autentico dei tempi complicati che attraversiamo, e ci danno la possibilità di soffermarci a pensare sul mondo che viviamo.

Conosciamo meglio i lavori dei finalisti Sara Cwynar, Mari Bastaevski, Sohei Nishino e Cristobal Olivares.

SARAH CWYNAR

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Sarah Cwynar, classe 1985, è un artista originaria canadese che vive a New York, dove possiede anche uno studio fotografico. Brillante la sua carriera universitaria: ha infatti un MFA ottenuto presso la Yale University, un Bachelor of Design presso la York University di Toronto, e ha anche studiato letteratura inglese alla University of British Columbia di Vancouver, in Canada.

I suoi lavori hanno sempre un sapore retrò, complici strumenti quali set di studio, collage e  tecniche particolari di ri-fotografia. I suoi soggetti possono essere oggetti reclamizzati su delle riviste, come anche cartoline e cataloghi.

Il progetto presentato al Grant rappresenta un piccolo capolavoro: si tratta di un video, dal titolo Colour Factory, girato su 16 mm che indaga sulla produzione commerciale del colore, correlato ai temi della teoria del colore e del femminismo. Il cortometraggio ha diversi set: una azienda di cosmetici, uno stabilimento tipografico e il suo studio a New York. Ciò su cui si interroga Sarah è l’unicità della percezione del colore di ogni singolo individuo, passando poi ad una attenta analisi della soggettività visiva femminile, come la cultura del make-up si è imposta prepotentemente sulla società e come vengono decisi i parametri per colori e cosmetici da commerciare.

«La possibilità del Grant è stata per me ottimale, proprio per poter andare a fare delle foto all’interno di uno stabilimento, anche se poi questa operazione si è dimostrata essere molto più difficile di quello che pensassi, soprattutto in termini di accessibilità. Mi ha interessato la ripetitività dei movimenti che si compiono, senza fine, nella realizzazione di oggetti all’interno di uno stabilimento.» ha dichiarato Sarah all’inaugurazione.

«Non saprò mai come voi vedrete il rosso e voi non saprete mai come lo vedo io» dichiara ferma una voce fuori campo, quasi alla fine del video, che è quella di Sarah. La chicca del progetto è appunto l’accompagnamento di un “testo” alle immagini, che mescola citazioni di Wittgenstein, Batchelor, Matisse  – e altri filosofi che hanno studiato la fenomenologia dei colori – con considerazioni personali. Sarah ci spiega la motivazione di tale inserimento: «Le immagini sono sicuramente seduttive e ipnotiche, ma forse molte di queste non importano più a nessuno. Il testo ci spiega proprio il perché dobbiamo soffermarci un attimo a guardarle». Al tempo stesso, paradossalmente, il linguaggio umano risulta fallimentare nella descrizione dei colori: «Non sappiamo descrivere con il nostro linguaggio il colore, possiamo solo rapportarlo a determinati oggetti: pensiamo al  “rosso mela”, ad esempio. I nostri occhi vedono tanto e non riusciremo mai a descrivere un colore nella maniera più adeguata. Questo il motivo per cui è stata data tanta importanza al testo».

Il lavoro comprende anche delle fotografie della sua amica Tracy, messa in posa con degli sfondi di griglie colorate originari da manuali di sviluppo in camera oscura, ma anche di  oggetti, come flaconi di profumi in bronzo, o vecchie pubblicità.

«Ho deciso di fotografare questi soggetti per riformulare una storia. Ho provato a rianimare queste vecchie foto di cosmetici con elementi più contemporanei. Sono scatti degli anni 50/60/70, dove all’epoca l’idea era quella di produrre produrre tanto, a beneficio di un qualcosa che adesso non sappiamo bene né che cosa sia , né se abbia avuto dei benefici. C’era comunque un ottimismo nello creazione dello stile e nel design di questi oggetti, che poi sono andati spariti. Il mio è stato un tentativo di inserirmi all’interno di queste rappresentazioni, mettendoci un tocco personale.» La bellezza, il capitalismo come diktat imposti nella società sono stati gli elementi chiave che hanno portato Sarah alla vittoria del premio.

SOHEI NISHINO

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Sohei Nishino nasce a Hyogo, in Giappone, nel 1982. Si laurea nel 2005 all’Accademia di Belle Arti di Osaka e da allora colleziona numerosi premi, tra cui il “Canon New Cosmos Photography Award” e il “Young Eye Japanese Photographer Association Award” sempre nel 2005.

La sua carriera da fotografo è contrassegnata dalle sue vicissitudini personali, che siano esse viaggi o vagabondaggi vari. É molto abile nel realizzare quelle che lui chiama “mappe dioramiche”, che altro non sono che fotografie, collage, cartografie, volte a realizzare paesaggi urbani poi sviluppati in grande formato.

Porta al Grant uno straordinario progetto composto da più 30.000 fotografie: si intitola Il Po e rappresenta appunto il suo personale viaggio lungo il fiume più lungo di Italia, svoltosi nell’arco di 3 mesi. Durante questa peregrinazione, Sohei ha cercato di captare gli angoli più interessanti, racimolando di volta in volta centinaia di rullini. Un viaggio che parte dalla sorgente, dal Monviso, fino alla sua foce, al Mar Adriatico. Nel mezzo, distretti industriali e aree rurali, nonché città e paesi scoperti man mano. Il tutto, poi stampato, prende vita fotografia dopo fotografia, come piccoli pezzi di un puzzle che formano un grande tableaux. Inizialmente le diapositive sembrano non avere forme reali, ma il panorama di Sohei è tutta una alternanza di macro e micro sequenze. Ci si illude di aver visto tutto, ma avvicinandosi di dieci cm si possono vedere ben dieci diverse fotografie. Si possono ammirare particolari inediti, miniaturizzati che rendono inconfondibile il lavoro dell’artista.

Sohei ci racconta come questo lavoro sia stato non privo di difficoltà: «Le foto scattate sono state realizzate sia in digitale che con la pellicola. Tante volte però durante questo iter lungo il fiume, sopratutto nei piccoli posti, non era possibile trovare facilmente delle pellicole quindi mi sono rivolto alla digitale. Ma ho anche optato per la pellicola perché riusciva a catturare meglio elementi fisici durante il mio viaggio. Quando poi sono tornato in studio in Giappone, se avessi fatto circa 40.000 foto solo con la digitale sarebbe stata una gran confusione, non mi ci sarei più ritrovato. Invece, essendo costretto a sviluppare la pellicola, toccando il materiale direttamente, stampandomelo da solo, sono riuscito a ricordare molto meglio e a sistemare perfettamente le memorie di questo viaggio»

Incuriosisce come sia stato un fotografo giapponese a documentare il corso di un fiume italiano. Urs Stahel mette in evidenza anche una certa impronta, quasi ancestrale, di arte giapponese in questo lavoro. Ma Sohei risponde: « Effettivamente, realizzando questo progetto non ho assolutamente pensato di correlarmi con la cultura giapponese né tanto meno di pormi come tale fotografo, però ho visto che, sia in Europa che in America hanno tutti avuto l’impressione che ci fosse un effetto dello stile giapponese nelle mie opere. Per i buddhisti tutte le cose animate inanimate fanno parte di un ciclo infinito di nascita, morte e rinascita (Rinne Tensho). Osservare il fiume, il mare e l’acqua significa contemplare questo ciclo infinito , che ha qualcosa in comune con il concetto buddhista». L’artista ammette di essersi lasciato ispirare al film di Olmi Lungo il fiume”.

CRISTOBAL OLIVARES

Da inserire in corrispondenza di Cristobal Olivares

 

Cristobal Olivares è un fotografo cileno che nasce a Santiago nel 1988. Ha da sempre a cuore le questioni sociali, che documenta nei suoi progetti davvero innovativi. Nonostante la giovane età è co-fondatore di Buen Lugar Ediciones, casa editrice che si occupa di riviste e libri di fotografia; ha inoltre partecipato al VII Photo Agency Mentor dal 2014 al 2016. Il progetto da lui presentato al MAST si intitola Il Deserto e racconta, attraverso gli immensi paesaggi che offre il deserto, la migrazione che compiono i Dominicani verso il Cile.

 «Il Cile adesso è una società in crescita, che offre tanto posto di lavoro. Ho deciso di seguire la storia di questi dominicani che sono stati, se così si può dire, “imbrogliati” sin dall’inizio dai trafficanti. Sono stati infatti portati nel deserto in Bolivia, Perù e Cile, dove in molti hanno perso la vita, e ho cercato di esplorare, poi esaminare il rapporto tra il territorio e queste persone.» ha raccontato Cristobal. «Della migrazione mi sono occupato per un certo periodo della mia vita, iniziando a  raccogliere quelle che erano le memorie dei migranti lasciate sui loro cellulari. Qui già vediamo il collegamento tra la tecnologia e il lavoro.»

Ciò che colpisce all’occhio, oltre gli sconfinati paesaggi che in qualche modo fanno da sfondo, sono i protagonisti della raccolta, i migranti; questi non sono stati ripresi frontalmente, ma di dietro, o al massimo girati a tre quarti. Cristobal lo spiega così: «L’idea iniziale era quella di realizzare dei ritratti, però ciò non è stato possibile, in quanto erano persone molto impaurite, anche se già il processo di regolarizzazione era in atto – in quanto erano entrati come clandestini, poi si sono autodenunciati – e ogni settimana andavano a firmare il modulo di autoidentificazione. Molti erano quindi desiderosi di parlare, ma avevano paura delle ripercussioni politiche e burocratiche. Ecco perché ritratti solo in quella posizione».

Un fenomeno tutto nuovo, quello che imperversa nel Cile da una decina d’anni a questa parte: «Diciamo che in Europa siete abituati ormai al fenomeno dei flussi migratori, ma per il Cile tutto ciò rappresenta una novità. Cominciano a vedersi nella società nuovi volti, persone di razza nera e di conseguenza aumenta anche il razzismo. La società di fatto non è ancora  pronta per l’accoglienza, è tutto molto nuovo per la società cilena. Nel catalogo c’è un testo di Gomez, in riferimento a quanto il Cile sia proprio collocato alla fine del mondo. Oltre questa terra non c’è più nulla ed è anche per me abbastanza strano che la gente decida dalla Repubblica Dominicana di recarsi fin lì facendo oltre dieci giorni di viaggio tra aereo, bus e infine a piedi nel deserto.»

MARI BASTASHEVSKI

 da inserire in corrispondenza di Mari Bastashewski

Mari Bastashevski è nata nell’ex Unione Sovietica nel lontano 1980. Vive adesso in Svizzera, ma si può definire una globetrotter a tutti gli effetti. Non si occupa solo di fotografia, ma è anche una scrittrice e ricercatrice. Nel suo lavoro si mischiano sapientemente documenti, foto e testi. Le piace analizzare i rapporti che intercorrono fra individui, aziende private e amministrazioni pubbliche. I progetti della Bastashevski sono stati presentati in Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Italia, Svizzera, Australia. Ha avuto delle pubblicazioni anche sul New Yorker, Le Monde, New York Times e Vice.

Il progetto di Mari si intitola Emergency Managers, e indaga sulla crisi idrica di Flint, città situata nel Michigan. Il problema iniziò negli anni 2013-2014, quando le fonti d’acqua furono portate da Detroit al fiume e alla città di Flint. La maggior parte della popolazione afroamericana morì intossicata dal piombo, in quanto il passaggio dalle forniture d’acqua di Detroit a una rete privata fu realizzato in maniera totalmente incauta.  «La ricerca si propone di individuare i luoghi dove maturano le decisioni, dove gli affari legati ai conflitti internazionali sono routine quotidiana, e mira a investigare come la cultura dominante della non trasparenza sia da sempre al servizio di questa industria.»

Chiara Grasso

 

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