I più grandi malintesi della storia!

Nella storia abbiamo collezionato, in modo più o meno bizzarro, una serie di parole che oggi utilizziamo correntemente e che sono entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano. Eppure ne ignoriamo l’origine e gli aneddoti che si celano dietro, a volte davvero singolari finanche divertenti. Spesso si tratta di veri e propri equivoci, sebbene più che di misunderstanding si potrebbe parlare di misnomer, ovvero letteralmente “denominazione impropria”. In questo articolo, districandoci tra falsi miti e leggende metropolitane, vogliamo svelarvene qualcuno tra i più curiosi su cui i linguisti hanno dibattuto a lungo e a volte senza arrivare a conclusioni certe per mancanza di prove sufficienti ad attestarne la vera origine.

Il caso più eclatante e di più facile interpretazioni risale ai tempi della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492. È universalmente noto che egli, ottenuti i finanziamenti e la benedizione dei re cattolici di Spagna, si imbarcò col suo equipaggio facendo rotta verso ovest con l’intento di approdare in India. Quando sbarcò nelle isole caraibiche, convinto di essere giunto in Asia, chiamò erroneamente gli abitanti che vi trovò indios, per l’appunto, indiani.  Nonostante fu svelato presto il suo madornale errore, ciò che stupisce è che tutt’ora si continui a utilizzare tale termine per indicare gli indigeni americani, accanto alla preferibile e più largamente usata dicitura “nativi americani”, che ha preso piede soltanto a partire dagli anni sessanta.

Una versione apocrifa successivamente smentita racconta del perché il navigatore genovese chiamò così gli indios: dallo spagnolo in-dios, ovvero una gente in Dios, che parafrasando sarebbe “una persona nella grazia di Dio”, potendo così attribuire un carattere puramente religioso alla missione di Colombo.

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Un altro misnomer di grandissimo impatto culturale lo si ritrova nella parola “influenza”. Dal latino medievale influentia, derivazione di influěre, col significato di “scorrere dentro” o “influire”, secondo la dottrina astrologica medievale col termine influenza si solevano indicare gli effetti degli astri sui corpi umani. Così, secondo la credenza di allora, i corpi celesti emanavano una sostanza eterea che fluiva dentro gli uomini ed era responsabile di varie malattie endemiche che si verificarono nel corso della storia. Proprio a questo fenomeno fu attribuita la causa dell’epidemia di scarlattina del secolo XVI. Ne fa menzione pure Manzoni nei Promessi Sposi parlando della peste nera causata, secondo Don Ferrante, dalla congiunzione astrale tra Giove e Saturno.

Oltre alla vicenda che sta dietro il malinteso di Colombo, ce ne sono molte altre che si inseriscono sulla stessa scia e che derivano dalla cattiva comunicazione tra gli esploratori europei e gli indigeni autoctoni. Si contano numerose versioni dell’attribuzione del nome “Yucatán” alla penisola messicana. La più accreditata, mai confermata né smentita dagli studiosi, narra che Hernán Cortés, el conquistador, scrisse una lettera di proprio pugno destinata alla Corona Spagnola datata 1519. In essa Cortés asseriva che il nome Yucatán fosse errato e che l’errore, risalente alla spedizione capeggiata da Francisco Hernández de Córdoba di due anni prima, fosse stato commesso dai primi scopritori della penisola. Difatti essi, chiedendo ai nativi quale fosse il nome di quella terra, fu loro risposto in lingua maya “tectetán, tectetán”, il che tradotto sarebbe “non ti capisco, non ti capisco”. Gli spagnoli dunque, traendo una conclusione sbagliata, frutto di un banale equivoco, assimilarono il termine che acquisì la forma che oggi conosciamo: Yucatán, sebbene rimanga ancora qualche perplessità di ordine storico-linguistico.

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Allo stesso modo, una storia molto simile e largamente diffusa vuole l’attribuzione dell’etimologia della parola kangaroo, canguro, a un errore di comprensione da parte degli esploratori inglesi durante una spedizione sul territorio australiano nel 1770. Quando il capitano James Cook e il suo seguito notarono l’esemplare di un animale sconosciuto, il canguro appunto, chiesero agli aborigeni del Queensland come chiamassero quella creatura, allorché essi risposero nella loro lingua guugu yimithirr “kang-ooroo”. Essi, analogamente, intendevano dire “non capiamo” ma gli inglesi presero per buona quella risposta e così supposero fosse il nome dell’animale in questione.

Spiace deludervi ma si tratta di una balla colossale: l’unico sbaglio di cui può essere tacciato il capitano Cook fu quello di attribuire il nome kangaroo, nella sua forma assimilata, all’intera famiglia dei marsupiali, mentre gli aborigeni intendevano riferirsi ad una particolare specie dell’animale (propriamente al canguro grigio) tra le sessanta esistenti.

Parrebbe autentica, invece, la credenza secondo cui l’origine del nome indri indri, la specie di lemure del Madagascar, derivi da un equivoco grossolano a carico del naturalista francese Pierre Sonnerat, il quale, vedendo un abitante malgascio gridare nella sua lingua madre “indri, indri!” in direzione di un esemplare di lemure credette che si trattasse del nome della specie animale. Sebbene attualmente questa sia conosciuta con tale termine, in realtà si scoprì successivamente che il nativo isolano intendeva dire semplicemente “guarda, eccolo là!”, (indri, dalla forma corrotta di iry). Difatti in malgascio il primate è noto come babakoto, definizione che però rimane confinata nel suo ambito linguistico d’origine.

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Pierre Sonnerat, se da un lato è colpevole di aver male interpretato il nome della specie di lemuri succitata, dall’altro gli siamo riconoscenti per il prezioso contributo che diede in campo naturalistico e antropologico. Grazie ai vari viaggi che compì in territorio indiano poté stabilire con convinzione quanto l’Occidente abbia prelevato dall’India, ed è grazie agli indiani e ai loro studi matematici se il mondo occidentale può vantare una grande conoscenza in merito. Infatti quelli che oggi sono conosciuti universalmente come “numeri arabi” in realtà hanno ben poco di arabo: il sistema numerico nacque in India tra il 400 a.C. e il 400 d.C.; successivamente gli arabi se ne appropriarono e lo diffusero in Europa, dove venivano impiegati i numeri romani e l’abaco, attraverso le varie dominazioni che si verificarono nel corso della storia. Non è certo un caso se in Medio Oriente i numeri venivano chiamati arqām hindiyya ovvero, “numeri indiani”. Lo stesso si può dire delle conoscenze matematiche di Pitagora e del “suo” teorema. A quanto pare i babilonesi avevano già sviluppato ampie conoscenze in merito, le quali si rivelarono necessarie nella costruzione delle loro grandiose ziqqurat. Sono state rinvenute delle tavolette incise con caratteri cuneiformi, risalenti a mille anni prima della nascita del matematico greco, che, grazie a studi ancora in corso, dimostrano nozioni di trigonometria, ingegneria e architettura tra i babilonesi, una in particolare denominata Plimpton 322. Che Pitagora si sia appropriato di un merito non suo?

Attestare la veridicità delle storie, spesso al limite del surreale, che stanno dietro alle origini dei nomi e degli eventi che oggi conosciamo è un dovere, oltre che una questione di correttezza. È però vero che all’uomo da sempre piace abbellire, arricchire, dando una mano di colore, quelli che sarebbero solamente fatti privi di interesse. È forse una colpa?

 

-Federica Ottaviano

 

 

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