Milano Fashion Week 2018: una prima panoramica

Si concluderà domani 26 febbraio la tradizionale settimana dedicata al fashion nella capitale italiana della moda, Milano. Sulle passerelle sfilano le collezioni presentate dagli stilisti per l’autunno-inverno 2018/2019. Tra moda impegnata, innovazioni, sperimentazioni, ma anche qualche polemica, ecco tutto quello che si è visto durante queste quattro giornate milanesi.

La settimana più modaiola dell’anno non si è ancora conclusa, ma possiamo già descrivere i trend che gli stilisti ci propongo per il prossimo autunno/inverno che verrà. Vediamoli nel dettaglio.

GUCCI

Alessandro Michele, direttore creativo del brand, questa volta ha davvero superato sé stesso. La collezione è stata infatti presentata in uno scenario che ha lasciato di stucco tutti: una fredda sala operatoria fa da sfondo a modelli che sfilano come dei cyborg. Ovvero, soggetti che intrecciano i concetti di maschile e femminile in una identità ibrida che oltrepassa ciò che noi reputiamo tradizionalmente normale e diverso. Un’idea che prende sicuramente ispirazione dal Manifesto cyborg della filosofa Donna Haraway.

Michele dunque manda in passerella, sotto luci asettiche, modelli e modelle che si trasformano in identità aliene e spaventose, con tre occhi e teste che riproducono in maniera impressionante i tratti del viso dei modelli stessi. Un lavoro certosino che è stato compiuto dall’azienda Makinarium, celebre per essersi occupata, tra l’altro,degli effetti speciali del Racconto dei racconti di Matteo Garrone (2015). Per realizzare questi manichini così verosimili ha speso più di sei mesi.

Una sfilata a cui sembra chiaro a tutti che non si vuole più mostrare semplicemente un abito: «Oggi la moda ha più coscienza che in passato. Molti di noi non fanno solo abiti, hanno l’urgenza di mettere in atto qualcosa di potente. A me non va bene fare una gonna e una camicia, questa è un’istigazione» ha così dichiarato Michele, che quest’anno ha innalzato il fatturato di Gucci del ben 41,9 %. «Siamo in un’era post umana, questa è un’epoca capace di andare oltre e infrangere regole, decidendo chi essere e quale orientamento avere. Non è un trend ma qualcosa che succede: io sono felice di essere nato ibridato, tutti lo siamo» aggiunge poi.

E in effetti, questa della contaminazione e dell’ibridismo è un mood già intrapreso da qualche anno. Non a caso, in questa sfilata Alessandro ha saputo ben miscelare epoche diverse, generi diversi come anche codici totalmente diversi. Un taglia e cuci di ispirazioni, che, come dei chirurghi in sala operatoria, ci permettono di essere i «dottor Frankenstein delle nostre vite. E quello che facciamo in modo profondo con i nostri cuori, le nostre anime, affrontando tormenti e sofferenze per definire un’identità che non sia già data, la moda lo fa “in modo poetico”. Ecco perché ambientare una sfilata in un corridoio di ospedale, ecco perché far sfilare modelle con un occhio sulla fronte o uno sulla mano, con un drago in braccio come se fosse un bambino o corna di fauno in testa. Siamo cyborg perché la rappresentazione di noi stessi passa per la sala operatoria del nostro cervello attraverso qualcosa di ultra naturale».

L’abito risulta quindi un medium per poter affermare le tesi di Michele. Se la parola d’ordine è il mix, ecco che questa si concretizza in turbanti sikh, mescolati a copricapi innuit e tribali. Sfilano cappelli rubati alle industrie, l’abito «che usava mio padre per lavorare in Alitalia», come piace affermare lo stilista e quello che ricorda lo stile di una agiata signora borghese. Fanno capolino sugli illustrazioni made in Hollywood, felpe su cui campeggiano loghi vari (vedasi Paramount) o titoli di film celebri come quello di Meyer.

Ancora, la commistione di codici e generi è viva tra le scarpe montanare e tra i sandali tipici dei turisti tedeschi abbelliti da strass, tra i completi in pizzo con la G del logo a bella vista, nei ricami dei veli, nei cartoon utilizzati per vivacizzare i maglioni e nel nuovo font dal sapore anni ’80. Ritorna spesso il serpente, che rappresenta secondo Michele ciò che avverrà dopo la scomparsa della razza umana così come la conosciamo, una umanità tendente al divino. «alcuni giovani oggi lo sono e questo è il mio modo di restituirgli il potere che hanno. Io non ho bisogno di cercare idoli, perché sono tra noi. Un tempo si andava in chiesa in cerca dell’illuminazione, io sono illuminato dalle persone che incontro».

ARMANI

Se a molti ciò che ha realizzato Alessandro Michele ha in qualche modo suscitato emozioni positive, c’è chi non ha gradito affatto lo spettacolo. In particolar modo, è stato Re Giorgio a sollevare una (pacata) polemica: «Non dobbiamo a tutti i costi strafare. Io mi tolgo da questo gioco». E ai giornalisti, dichiara: «Uno può fare ciò che vuole ma, fatemelo dire, se metto in pedana una testa sotto un braccio, mozzata, siamo al limite e io non sto a questo, mi tolgo da questo gioco. Non vorrei neanche che i miei guardassero ciò che hanno fatto gli altri, se quello che fanno gli altri è questo, meglio che stiamo a casa nostra».

Dichiarazioni che arrivano al termine della sua sfilata,avvenuta proprio durante gli scontri che imperversavano in città, tra militanti di estrema destra e gli antifascisti. «Non dobbiamo a tutti i costi strafare con un’emotività facile. Non che certi toni siano assenti dalle passerelle: anche qui c’è un’emotività facile che è una spettacolarizzazione».

Giorgio Armani, nonostante la veneranda età di 83 anni, si muove perfettamente in un presente che continua a mutare la sua forma. Lo fa con la sua innata classe che rimane totalmente immune alla smania degli sperimentalismi o, per meglio dire, alle “baracconate”, così da lui definite, dei suoi colleghi: «Miuccia Prada ha scelto la strada dell’ironia e del cattivo gusto che piace. Io ho scelto di vestire la gente. Mi rifiuto di fare baracconate soprattutto sull’uomo, penso sia una mancanza di rispetto verso i consumatori. M’infastidisce che certe cose vengano osannate dalla stampa anche quando le collezioni sono brutte». Ciò accadeva già a partire dal 2011, ma la dice lunga sul pensiero attuale di Armani.

Quello che si è visto dunque sulla sua passerella è una sfilata all’insegna dell’amore e del rispetto per la diversità. Modelli che attingono «a molte culture per creare una moda in cui la compresenza si oppone all’esclusione. Ho sempre pensato al mio lavoro come una risposta al tempo presente, perché gli abiti influenzano comportamenti e modi d’essere». Moltissime dunque, oltre che super eleganti, le proposte per gli outfit giornalieri e serali.

Spiccano i tailleur ton sur ton sulla scala dei grigi, accostati a dettagli rosa pallido, che si accompagnano ad accessori decisamente maxi. Una collezione che lascia molto spazio, come già detto, all’inclusione: ecco dunque anche copricapi che ricordano l’oriente in pelliccia sempre rosa. Per la notte, il classico nero ton sur ton si anima con dettagli metal nelle sfumature del blu e del viola.

PRADA

Con Prada ci si interroga sul confine tra moda e problemi politco-sociali. É ciò che ha deciso di fare Miuccia, presentando la sua collezione dell’inverno prossimo nella torre progettata da Rem Koolhaas, nella Fondazione sita nel largo Isarco. «È l’invasione della moda nella cultura. Non siamo qui per caso, c’è un ragionamento che occupa i miei pensieri ed è fin dove può arrivare la moda. Non relegata a Cenerentola, non disprezzata, ma trattata con condiscendenza dalla cultura. Ci sono dei limiti nell’affrontare problemi politici e sociali, una stilista ricca non può far bene alla politica perché sarei troppo facilmente criticabile».

La moda, troppo spesso additata come roba frivola, oggi più che mai ha un compito arduo: quello di superare i confini tradizionali. Miuccia continua: «Abbiamo tutti orizzonti più vasti di questo. Di fronte ai drammi veri la moda viene spazzata via, e così anche l’arte . Per questo mi sfogo con la Fondazione.»

Amante sia dell’arte che del costume, ha fatto incontrare la moda negli ambienti artistici, dicendo: «Era una boutade che ho fatto a me stessa. Io vivo di tutti e due, ma avevo deciso di tenere le cose separate. Questa è la rivincita della moda e poi la Fondazione vive del lavoro di quest’ultima. Questi snobismi mi turbano». Così, la Fondazione accoglie la mostra sull’arte fascista curata da Germano Celant al piano terra, mentre alla Torre la passerella dell’autunno-inverno 2018. Un gesto politico, ma non contraddittorio, che fa sì che i due lati della stessa medaglia Prada convergano in un unico punto.

Focus della collezione è stata la notte. Miuccia rende quest’ultima un ambiente da esplorare, fatto di libertà e limiti da superare. Ma la notte si erge a simbolo di una duplice natura femminile: a donna è forte, audace, a tratti aggressiva, ma anche limitata dalla sua natura, in quanto «se vuoi andare in giro nuda di notte lo devi poter fare e noi donne dobbiamo ancora fare un lungo percorso in questo senso». In passerella, opposizioni d’impatto tra il mondo sportivo e quello industriale: giacche over in nylon abbinati a stivali fluo con ghetta, abiti iperfemminili con bustier, fiocchi, veli e paillettes che incontrano in maniera naturale la sportività dei tessuti.

E ancora, risultano d’effetto l’abito con stampa fotografica al quale viene cucito una sottoveste in tulle, i sandali dorati indossati con calzette da palestra, il paltò cammello con un grande fiocco, il montone con i ricami vivaci ed infine un tubino con doppio tulle dai delicati fiori ricamati. A chiusura sfilata, incantano le gonne in paillettes abbinate a dei gilet in nylon, così come l’outfit composto da top brillante e pantaloni strutturati fluorescenti. «Vestirsi per la notte è un atto politico, poter avere la libertà» chiude Prada.

VERSACE

Donatella Versace festeggia un compleanno d’eccezione: il 40esimo. E lo fa in grande stile, facendo sfilare a palazzo Reale il suo personalissimo clan Versace. Un clan variegato, che comprende muse di ieri e di oggi: Kaia Gerber, Gigi Hadid, Natalia Vodianova e Raquel Zimmermann, solo per citarne alcune. Dopotutto, «La regina di oggi sono io, chi altri?» come ama scherzare. Il suo è comunque un “clan” che «Sa che oggi nulla è dovuto, ma che piuttosto lo si guadagna grazie al proprio lavoro: ecco perché, per me tutte queste donne sono delle regine. L’aristocrazia non è questione di nascita, ma deriva dal comportarsi un un certo modo, nell’essere al di sopra di tutto e nell’essere d’esempio per le altre donne », ha dichiarato Donatella. Due anime racchiudono la donna ideale di Versace: la femme fatale e la millennial.

La prima con uno sguardo al passato, la seconda con uno sguardo verso il futuro, che utilizza i social per mettersi in discussione ed è incline al cambiamento costante. Ha aperto lo show Natalia Vodianova, modella russa 35enne che negli anni è diventata icona della maison. Ha calcato la passerella superlativamente, indossando un cappotto in pelle lucida e fibbia gold, maglia tartan e una camicia customizzata da borchie in oro. Sono seguiti poi bustier, ampie gonne in raso con motivi tartan, abitini e completi col pantalone nero e risvolti in giallo. Tutti portati con sopra una T-Shirt bianca con il logo della celebre medusa e il nome sottostante.

Tante le ispirazioni: oltre al tartan rivisto e corretto, ecco  sciarpe che ricordano quelle della tifoseria calcistica che si sposano sorprendentemente con abiti con cappuccio incorporato. Gli outfit serali si riempiono di frange su gonne e bustier, ma anche su orecchini e accessori. Le calzature portate sono sneaker cosiddette chain reaction, oppure si sale in altezza con lo stiletto decorato da fibbie dorate.

 

Chiara Grasso

Chiara Grasso

Chiara Grasso

Catanese trapiantata a Bologna, sono una specializzanda in letteratura russa e inglese. Amo viaggiare, leggere, scoprire e, naturalmente, scrivere: di cultura, di moda e di tutto ciò che fa tendenza.

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