CAFFÈ LETTERARIO: LE CURIOSITÀ DI OTTO CELEBRI SCRITTORI

 

La linea di demarcazione tra il genio e la follia è così sottile che spesso le due parole sono l’una il sinonimo dell’altra. Non è certo un caso che eccentricità e genialità vadano spesso di pari passo, ed è così in tutti i campi, specie in ambito artistico. Ed è proprio nel mondo della letteratura che oggi vogliamo proiettarvi, rendendovi partecipi delle abitudini, delle stranezze e delle curiosità che appartengono ad alcuni celebri autori. Per non perdere mai di vista che dietro grandi nomi si celano nient’altro che esseri umani.

Nikolaj Vasil’evič Gogol’:

visionario scrittore russo dell’Ottocento, ha affascinato e turbato intere schiere di appassionati lettori con le sue inquietanti storie di impronta ironico-grottesca.

Tra le varie manie ed eccentricità che caratterizzavano la sua persona, ce n’era una di cui egli soffriva moltissimo. Si trattava di una grave forma di claustrofobia, la tafofobia, ovvero la paura di essere sepolti vivi. Questa sua ossessione era così radicata in lui che nel suo testamento, tra i suoi ultimi voleri, scrisse che il suo corpo sarebbe dovuto essere seppellito soltanto quando si sarebbe notati chiari segni di decomposizione.

L’ironia della sorte vuole che proprio quando si dovette riseppellire pochi anni dopo la sua morte, i testimoni presenti alla riesumazione affermarono di aver trovato il corpo in posizione prona, in una posa del tutto innaturale rispetto alla consueta supina. Ciò ha dato adito alla credenza secondo cui le sue più grandi paure si siano davvero, terribilmente, concretizzate.

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Victor Hugo:

si dice che il celebre autore de Les Miserables fosse un personaggio davvero singolare. Tra le sue stranezze ne rientra una legata alla sua attività di scrittura: ogni redattore che si rispetti deve avere a che fare, prima o poi, col fantomatico blocco dello scrittore ed egli, proprio per superare l’horror vacui, adottava un metodo particolarissimo. Doveva chiudersi in camera a chiave, spogliarsi di tutti i suoi vestiti e consegnarli ai domestici, che avrebbero dovuto restituirglieli una volta terminato il suo compito giornaliero. Affermava che soltanto nella nudità riusciva a concentrarsi. I vestiti, al pari delle persone, erano elementi di distrazione, per cui nelle giornate più fredde si concedeva il lusso di avvolgersi in una coperta.

Un’altra particolarità appartenente allo scrittore francese era costituita dal suo insaziabile appetito sessuale. Stando ai commenti di amici e parenti, Hugo soffriva di erotomania e che alla prima notte di nozze costrinse la giovane moglie Adéle Foucher a ben nove incontri amorosi. La stessa ammise che quella notte fu per lei un vero supplizio. Giunta alla quinta gravidanza, rifiutò definitivamente le attenzioni del focoso marito, costringendo la coppia ad una condizione di castità. Castità apparente per Hugo: il numero delle sue amanti si conta sulle dita di dieci mani e forse neanche quelle basterebbero.

Giacomo Leopardi:

era considerato il poeta pessimista per eccellenza. Colui che a forza di studiare sulle “sudate carte” ebbe gravi ripercussioni fisiche e che si struggeva davanti al pensiero della morte incombente. Giacomo Leopardi era questo, ma molto di più. Quello che emerge dalla corrispondenza tra il poeta e l’amico Antonio Ranieri e i suoi stessi scritti, è un ritratto diverso da quello presentatoci a scuola.

Si dice che Leopardi fosse ipocondriaco e che seguisse i consigli del medico più che alla lettera, esagerando non poco; che possedesse un aspetto trasandato e scarsa igiene personale e che fosse affetto da ftiriasi (pidocchi). Inoltre aveva abitudini alimentari sregolate ed una golosità fuori dal comune. Era ghiotto di taralli zuccherati e di sorbetti, i quali dovevano essere comprati rigorosamente il giorno stesso e nello storico caffè napoletano Due Sicilie, al cui proprietario, Vito Pinto, dedicò alcuni versi per celebrare le sue prelibatezze.

Le dicerie popolari arrivarono al punto di attribuire la causa della sua morte proprio ad una indigestione causata dall’ingerimento di circa un chilo di confetti cannellini di Sulmona, seguiti da una calda tazza di brodo di pollo e poi da una limonata fredda. Ciononostante, il fido Ranieri faceva circolare un referto medico (probabilmente falso) in cui si accertavano le cause delle morte. Essa pare fosse sopraggiunta per un edema polmonare, probabilmente per salvare Leopardi dall’essere gettato nella fossa comune riservata ai morti di colera.

Lewis Carroll:

sotto questo pseudonimo, Charles Lutwidge Dodgsen divenne celebre per aver scritto Alice in Wonderland. La storia narra che tutto fu frutto di un incontro fortuito tra lo scrittore e Alice Pleasance Liddell, la figlia di un amico di famiglia. Durante in una gita in barca sul Tamigi, per intrattenere la piccola e le sorelline decise di raccontare le avventure di una ragazzina di nome Alice che inseguiva un bianco coniglio giù per un buco. Piacque tanto alla bambina che le promise di scriverne un libro e di regalargliene uno. E così fece.

I rapporti tra i due si interruppero e non ripresero più, ad eccezione di una lettera, allegata ad una copia del libro pubblicato, inviata dallo scrittore alla ragazzina. Questa stessa copia fu poi venduta all’asta da un’ormai settantenne Alice, costretta dalle ristrettezze economiche, che recuperando una cospicua somma si salvò dalla miseria. Nonostante ciò, lo stesso Carroll negò ogni collegamento con la suddetta Alice. Eppure non può certo essere un caso se nel capitolo XII di Through the looking-glass and what Alice found there troviamo un acrostico in cui salta fuori il nome completo di Alice.

Di Carroll altre bizzarrie si possono raccontare: che soffrì di balbuzie per tutta la vita, che tutto il racconto fu scritto sotto l’effetto di droghe allucinogene e che egli avesse tendenze pedofile. Ciò non toglie che il suo successo fu meritato.

 

Aleksandr Sergeevič Puškin:

altro scrittore russo del secolo XIX, è  celebre per le sue opere ma la sua vita non è meno interessante. Si narra che Puškin fosse un donnaiolo fatto e finito. Ciò non gli permise di non innamorarsi follemente di quella che divenne sua moglie: la bellissima e giovanissima Natalja Gončarova. Molti la ritennero responsabile della morte del marito.

Si racconta che Natalja fosse l’oggetto del desiderio di molti uomini, tra cui lo stesso Zar Nicolaj I e l’ufficiale francese Georges d’Anthés. Di quest’ultimo e della moglie circolavano voci su una relazione adulterina, posta sotto l’attenzione di tutti in una lettera passata alla storia come “Diploma di un cornuto”. Così Puskin sfidò a duello l’ufficiale, che si risolse amichevolmente una prima volta, dopo che d’Anthés chiese in moglie la sorella di Natalja. Non una seconda, quando tornarono i pettegolezzi in merito alla faccenda. Nonostante il duello d’onore fosse vietato per decreto imperiale i due uomini si sfidarono: Puškin ebbe la peggio.

Non vogliate essere troppo duri con d’Anthés o la Gončarova, giacché lo stesso Puškin lanciò circa una trentina di duelli per difendere il suo onore offeso. Uno addirittura contro lo zio, irrimediabilmente colpevole di avergli sottratto la dama durante un ballo alla corte imperiale.

James Joyce:

per l’autore irlandese de L’Ulisse fu davvero un’odissea scrivere questo celebre quanto innovativo romanzo. Egli ebbe una vita segnata dalle difficoltà economiche e dalle malattie che lo colpirono, complici uno stile di vita sregolato, il vizio del fumo e l’abuso di alcol. Inizialmente fu dichiarato ipermetrope, ovvero vedeva male a distanza ravvicinata. Poi a causa di vari disturbi, unita alla sua negligenza, subì danni alla retina e ai nervi ottici. Questi furono talmente gravi che arrivò a perdere la vista, nonostante si sottopose a ben undici interventi oculari, invano.

Durante la stesura del suo capolavoro difatti aveva preso l’abitudine a scrivere sdraiato a letto, in posizione prona, con l’utilizzo di grandi matite e pastelli colorati in modo da rendere più chiare le lettere. Inoltre indossava un camice di colore bianco poiché l’aiutava a riflettere la luce sulle pagine soprattutto nelle ore serali. Si dice che sia per questo difetto alla vista che la punteggiatura, elemento di distinzione nelle sue opere fosse così “creativa”.

Agatha Christie:

signora indiscussa del giallo e creatrice dell’investigatore più famoso di tutti i tempi, Agatha Christie era decisamente un personaggio sopra le righe. Riguardo la sua attività di scrittura si racconta, senza prova certa, che abbia tratto l’ispirazione per il suo Hercule Poirot da un gendarme belga che volò in Gran Bretagna durante la Prima Guerra Mondiale. Lei stessa invece ammise di essere colta dall’ispirazione in ovunque e dovunque, ma che senza dubbio la stanza da bagno le stimolava la fantasia incredibilmente. Pare che se ne fosse fatta costruire una grande quanto un salone, con una bella vasca con rifiniture in mogano. Amava immergersi nell’acqua calda durante uno dei suoi soliti bagni, mangiando mele e bevendo , immaginando decine di delitti.

Un altro aneddoto curioso sul conto della scrittrice narra di un’infermiera che all’epoca stava leggendo Un cavallo per la strega. Ella riconobbe la causa del male misterioso che affliggeva un bambino, i cui sintomi erano gli stessi del personaggio avvelenato nel romanzo. Si poté così risalire alla causa: avvelenamento da tallio. L’elemento era contenuto nei pesticidi utilizzati nei pressi dell’abitazione del bambino, che grazie all’appassionata lettrice si ristabilì completamente. Sembra pure certo che la Christie intraprese la sua avventura letteraria per vincere una scommessa fatta con la sorella. Ella non la riteneva capace di scrivere un romanzo poliziesco, ma sappiamo tutti chi vinse la scommessa.

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Franz Kafka:

lo scrittore ceco, artefice de La Metamorfosi, incarnava davvero le sembianze del classico scrittore melancolico, cagionevole, incredibilmente introverso e timido. Era però dotato, oltre che di uno straordinario talento, di una grande sensibilità ed intelligenza. Ciò lo testimonia Dora Diamant, l’ultima compagna dello scrittore, in La mia vita con Franz Kafka attraverso un aneddoto di grande dolcezza.

Diamant racconta di come Kafka non amasse i bambini. Eppure un giorno, durante una passeggiata al parco Steglitzer di Berlino si fermarono a parlare con una bambina, Elsi. Ella, in lacrime raccontò loro di come avesse perso la sua bambola Brigida. Inteneritosi, Kafka la rassicurò dicendole che Brigida stava bene, che era partita in viaggio e che le avrebbe presto scritto una lettera per raccontarle tutto. Dunque, si diedero appuntamento per il giorno dopo. Kafka, fingendo così di essere Brigida, iniziò a scrivere con serietà e impegno una lettera al giorno che consegnò a Elsi per tre settimane consecutive in modo da aiutare la bambina a superare il dolore per la sua perdita. L’ultima lettera raccontava di come la bambola si fosse sposata, e, indaffarata nella sua nuova vita, non avrebbe potuto più andare a trovare Elsi.

Citiamo le parole di Diamant: “Franz aveva risolto il piccolo conflitto di un bambino attraverso l’arte, attraverso il mezzo più efficace di cui disponeva personalmente per riportare ordine nel mondo.”

 

-Federica Ottaviano

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