In giro per l’Etna: la pista Altomontana

L’Etna offre molti percorsi, più o meno difficili. Con i suoi 42 kilometri la Pista Altomontana può fare concorrenza alla maratona, ma su questo sentiero nel cuore del Parco dell’Etna non si corre, si cammina.

Il punto di partenza (o di arrivo, dipende da dove deciderete di affrontare il percorso) è nel territorio di Adrano, nella provincia di Catania, precisamente al cancello del Demanio Forestale Regionale, zona Filiciusa Milia. A quota 1685 metri sul livello del mare fa freschetto ed è piacevole fare mente locale, srotolare la mappa e pensare al tragitto che si compirà.

Ci vogliono tre giorni di cammino per completare tutto il percorso che compie quasi un giro completo attorno all’Etna. È un tragitto di difficoltà media che richiede attrezzatura e un minimo di esperienza, ma nulla di così terribile. Il dislivello massimo è di circa 300 metri e il punto più in alto è il rifugio della Galvarina a quasi 2.000 metri di quota.

Il gruppo

Eravamo al secondo anno di università, all’epoca. Da un sacco di tempo volevo salire e rimanere a dormire sull’Etna. Chi l’aveva fatto me ne aveva parlato come un’esperienza meravigliosa. Non stavo più nella pelle e cercavo informazioni, mappe e consigli dovunque.

Ne parlai ai miei amici. Non sembravano entusiasti dell’idea. “E se ci dovessimo perdere?”, “E per mangiare?”, “Ma ci sei mai stato?”. Il progetto sembrava dover naufragare tra dubbi legittimi e paure insensate, ma alla fine decidemmo di andare e fare questa esperienza.

Eravamo in quattro. Io, A., F. e un ragazzo amico di quest’ultima. Noi tre eravamo completamente digiuni di montagna. Io ero salito un paio di volte, da ragazzino, ma non mi fidavo molto del mio senso dell’orientamento. A. era messo peggio di me, F. pure, ma sembrava che non le importasse granché. Questo ragazzo che si era aggregato sembrava l’unico con quel minimo di esperienza e attrezzatura: indumenti tecnici, scarponi, uno zaino serio.

Noi sembravamo scappati da un bombardamento. Io avevo lo zaino che usavo per la scuola, pieno fino a scoppiare. Un materassino legato con lo spago, una borsa frigo che portavo a mano e il sacco a pelo comprato anni fa per mio fratello e rimasto abbandonato in un armadio.

Tre aspiranti ingegneri a zonzo…

F. era partita con lo zaino del fratello. Uno zaino da trekking immenso in cui, rannicchiandosi, sarebbe potuta entrare comodamente, piccolina com’era. Faceva una certa impressione vederla camminare con quel mostro sulle spalle: prima vedevamo lo zaino e poi lei.

A., il nostro eroe. Completamente impreparato e piuttosto confuso. Zaino della scuola anche per lui, ma non avendo un sacco a pelo aveva optato per un piumone.

E quindi ci avviamo. Tappa al supermercato per prendere quel minimo da mangiare e si parte.
La macchina, non esattamente nuova fiammante, sembra non apprezzare il nostro peso e il tragitto, in salita, diventa sempre più difficile da gestire. Ci fermiamo. Il viaggio sembra essersi concluso molto presto.

Propongo di tirare a sorte per decidere chi abbandonare. Si scambiano un paio di occhiate e poi guardano me. “Forse basta aspettare che si raffreddi il motore!”, dico. Aspettiamo e la mia seconda proposta pare funzionare. Ripartiamo.

Arrivati all’altezza del Rifugio Sapienza ci perdiamo. “Cominciamo bene!”.

Inizia la salita

Ritrovata la strada, lasciamo l’auto e ci avviamo. Il paesaggio cambia in fretta alternando frescura e ombra della pineta a deserto lavico e caldo infernale. Non incontriamo nessuno se non uno strano signore. Tolgo il cappello preso in prestito da A. e gli chiedo se la strada fosse giusta. Mi guarda con aria sorpresa e dice che non lo sa, sta solo passeggiando avanti e indietro. Lo ringrazio e decidiamo di mettere quanta più strada possibile tra noi e lui.

Camminiamo, forse, da un’ora e mezza, ma ci sembra di più. Fa caldo, lo zaino della scuola non va bene per portare quei carichi e gli spallacci mi stanno spezzando la schiena, inoltre la borsa con l’acqua che mi sbatte contro la gamba non rende il tutto più divertente. Mi chiedo se sia stata una buona idea. Le nostre facce sono tristi, disilluse.

Io e il nuovo arrivato camminiamo in testa. È molto più alto di me, faccio un po’ fatica a stargli dietro. F. e A. sono dietro di noi. A un certo punto vedo un comignolo. Inizio a correre come un idiota e anche l’altro ragazzo e F. iniziano a correre dietro di me. A. si è fermato un attimo a sistemare gli occhiali da sole, ci vede correre e rimane spiazzato. “Ragazzi, che diavolo…?”. Non lo sentiamo. Siamo già entrati nel rifugio, la prima parte è superata. Non ci siamo persi.

Il rifugio!

Il rifugio della Galvarina è solo uno dei rifugi della forestale che si incontrano sul percorso. Sono rifugi sempre aperti, a disposizione degli escursionisti. Molto spartani. Il tavolo è un grosso tronco tagliato a metà, c’è un camino e la legna fuori. C’è anche una cisterna di acqua piovana, ma niente rubinetti e l’acqua non è potabile. Non è esattamente un hotel, ma in quel momento ci sembra qualcosa di meraviglioso, eccezionale. Sediamo sui gradini, scriviamo sul quaderno lasciato da qualche boyscout per le firme degli avventori. Decidiamo di mangiare un boccone e riposare un po’.

La vista è meravigliosa. Non c’è nessun rumore se non quello del vento.
L’Etna compie la sua magia.

Ci rimettiamo in marcia.

La gioia

Siamo diretti a Poggio La Caccia dove passeremo la notte. Il tragitto è più duro di quello che ci siamo lasciati alle spalle e per la maggior parte c’è solo deserto lavico attorno a noi. Fa caldo, ma la pausa ci ha rinfrancati e possiamo andare avanti. Non sento quasi più il dolore alle spalle e sono rilassato, tranquillo. Felice.

Non ci mettiamo molto ad arrivare. Il rifugio fa da spartiacque: da un lato il bosco, dall’altro ancora deserto lavico.
Adoro questo contrasto così immediato. Ti lascia sempre spiazzato.

Entriamo. F. tira fuori la padella che sua madre le aveva dato. Prendiamo la carne, sistemiamo la legna per il fuoco. Troviamo una griglia che qualcuno ha lasciato là e iniziamo ad armeggiare, con alterne fortune, per accendere il camino.

Non siamo molto bravi, ma alla fine riusciamo a ottenere qualche timida fiammella.
Sistemiamo i sacchi a pelo, iniziamo a cuocere i marshmallow.

Fanno schifo. Tanto.

Si fa buio. Veniamo raggiunti da un gruppo di ciclisti, sono tutti molto più grandi di noi. Dei ragazzi sulla ventina, dei signori sui quaranta. Si intrattengono con noi per una mezzoretta e ci offrono anche delle cassatelle di Agira. Sui sentieri di montagna le persone sono diverse e l’Etna contribuisce a far uscire il meglio che c’è in noi.

Siamo a circa 1900 metri, ma ce ne freghiamo del freddo. Buttiamo le coperte fuori e ci sdraiamo a guardare le stelle. È un paesaggio incredibile. Senza inquinamento luminoso risplendono di una luce tutta nuova.

… per non parlare della volpe

Rimaniamo là e il tempo sembra quasi fermarsi in un silenzio rotto soltanto dalle risate. F. propone di farci una foto. Il flash illumina la zona e lei esclama “ma c’è un cane!”. Ci giriamo, cerchiamo con le torce, ma non è un cane: è una volpe. Attratta dall’odore del cibo, voleva entrare nel rifugio.

Decidiamo che è ora di sistemarci per la notte. Ero partito in maniche corte, ma avevo con me felpa, coperta e sacco a pelo. Qui sull’Etna temperatura si abbassa velocemente. Vedo il ragazzo nuovo che si infila nel suo sacco a pelo come fosse una mummia, rimango stupito, ma decido di non approfondire. Io mi butto, come mio solito, su di un fianco. Tra il camino acceso e il sacco a pelo, arrivo quasi a sentire caldo.

Il risveglio…

Al risveglio mi fanno malissimo le costole e rimpiango di non aver dormito anch’io come una mummia.
Abbiamo tutti un aspetto vagamente orribile e puzziamo di quell’odore acre del fumo di camino. Ci sciacquiamo il viso meglio che possiamo con l’acqua che abbiamo portato nelle bottiglie.

Sediamo sugli scalini e mangiamo qualcosa. Sento la mancanza di un caffè, ma lo spettacolo del primo sole è meraviglioso.

Sono passati anni. Continuo a salire e a fare giri su quel percorso. Mi aiuta a rilassarmi, a distendere i nervi. Torno stanco, ma felice. L’Etna, un mondo a sé.

Non ho mai completato tutto il percorso, ma un giorno lo farò e sarà lì ad aspettarmi con i suoi grandiosi paesaggi, la gentilezza degli avventori e le sue meravigliose stelle.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     –  Dino Greco

 

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