Reddito di cittadinanza, in salsa finlandese

Da poco più di un anno la Finlandia ha avviato un esperimento sociale, concedendo un reddito fisso ed incondizionato ad alcuni disoccupati. L’idea è quella di ridurre lo stress nel cercare un lavoro, migliorando la qualità della vita.

Post voto

Dopo le elezioni politiche, in Italia è tornato d’attualità il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Si tratta di una misura studiata per incentivare la ricerca di un impiego tra i disoccupati (o i Neet, ovvero coloro che non studiano, non lavorano e non hanno intenzione di farlo).
L’idea dei proponenti è quella di dare un reddito fisso, più di 700 euro, ad ogni iscritto ai centri per l’impiego a patto che frequenti un corso di formazione oltre ad attività socialmente utili. Ad ognuno di questi beneficiari verranno poi offerte delle proposte di lavoro che potranno rifiutare. Al terzo rifiuto, però, si perde automaticamente il sostegno economico.
Uno strumento, almeno nelle intenzioni, in grado di garantire ai nuclei familiari più deboli di superare la soglia di povertà, aumentandone la qualità della vita.

La carica dei 2000

Gli italici sostenitori del reddito di cittadinanza non sono i soli a sentire la necessità di questi interventi. Oltre ad esempi di sussidi simili, già applicati in altri stati, c’è un paese che sta testando uno strumento ben più ambizioso: la Finlandia. Il paese dei Nokia soffre da anni di un tasso di disoccupazione molto alto per gli standard nordici. Quasi il 9% della popolazione non ha un impiego, anche a causa della crisi del settore delle telecomunicazioni. Un pesante problema per il complesso ed efficiente sistema di welfare statale, che diventa sempre più costoso per lo stato.

Nel gennaio del 2017 per fronteggiare la situazione, il governo nordico ha pensato di avviare un vero e proprio esperimento nazionale. Sono stati scelti casualmente 2mila disoccupati, di vari fasce di età, a cui è stato garantito per due anni un reddito fisso di 560 euro. A differenza di quanto proposto a sud delle Alpi, le “cavie finlandesi” non sono state obbligate né a cercare un lavoro né a studiare. L’assegno è garantito anche se si trova un impiego durante il periodo della prova.

Prudenza

Il rischio, in un simile esperimento, è che i partecipanti si diano al “parassitismo”. Cioè, una volta arrivato il bonifico dello Stato, il cittadino potrebbe decidere di non impegnarsi nel cercare un lavoro.
Ma il reddito minimo potrebbe addirittura portare all’effetto opposto. I singoli, senza ansie, potrebbero trovare nuovi stimoli e impegnarsi maggiormente nel cercare lavoro. Inoltre senza lo stress del lavoro, molti potrebbero darsi al volontariato o occuparsi di più delle loro famiglie.
Nel caso finlandese è difficile dire se questo si sia verificato dopo solo un anno di test. È ancora troppo presto per poterlo giudicare un successo o un fallimento. Non sono stati rilasciati dati ufficiali e le poche informazioni provengono da alcune interviste rilasciate dai partecipanti.

Marjukka Turunen, dirigente dell’ente della prevenzione sociale finlandese ha raccontato al giornale inglese The Guardian che:

“Una partecipante ha affermato di essere meno ansiosa, perché non deve più preoccuparsi delle chiamate dal centro per l’impiego che offre un lavoro che non può accettare perché si prende cura dei suoi genitori anziani.”

Non chiamatelo assistenzialismo

Osservare le realtà nordiche riserva sempre delle sorprese, questo caso non fa eccezione.
In occidente misure assistenzialiste sono state sempre ricondotte a politiche “di sinistra”. Eppure in Finlandia è al potere un governo di centro-destra, promotore di questa iniziativa. Infatti, per quanto possa sembrare strano, questa viene vista come una misura di austerity.
Nell’inclusivo nord, lo Stato si è sempre occupato dei più deboli, creando organi ad hoc particolarmente generosi. I finlandesi sin dalla nascita vengono seguiti da un ente chiamato Kela, una sorta di incrocio tra l’Inps e l’Inail. La Kela gestisce una macchina burocratica gigantesca e molto costosa. Un mostro organizzativo talmente complesso che alcuni cittadini, anche professionisti del settore, non conoscono tutti i sussidi di cui possono beneficiare!
Dare un unico reddito fisso, premetterebbe allo stato di semplificare la burocrazia e risparmiare togliendo alcuni benefici. Anche per questo non è possibile definire i partecipanti al test “fortunati”. Accettare il reddito comporterebbe la perdita di altri sussidi, potenzialmente più vantaggiose.

 

Opinioni contrastanti

L’attenzione mediatica sul caso rischia anche di causare dei fraintendimenti. Si tratta di un esperimento solo su alcuni disoccupati, con un costo di 20 milioni di euro. Estendere questo modello a tutta la popolazione porterebbe ad una spesa nettamente superiore.
Inoltre, essendo un test, si potranno verificare solo gli effetti su di un’unica fetta della cittadinanza. Potrebbero esserci conseguenze diverse se venisse applicata la stessa misura su tutti i finlandesi.
Marcus Kanerva, un esperto in politiche sociali che lavora per il governo di Helsinki, ha spiegato al The Guardian:

“Un processo di reddito universale su vasta scala dovrebbe studiare diversi target, non solo i disoccupati. Dovrebbe testare diversi livelli di reddito di base, esaminare i fattori locali. Solo in questo modo è possibile capire come un reddito incondizionato influisce sull’occupazione.”

 

Non estendibile?

Anche se “l’esperimento finlandese” in futuro produrrà risultati positivi non è detto che vanga impiegato su tutto il territori nazionale. Inoltre gli effetti potrebbero variare da persona a persona, da città a città.
Insomma ciò che fa bene in Finlandia potrebbe non essere applicabile in Italia, per ragioni culturali ed economiche. Eppure al nord ci provano a cambiare il paradigma reddito-lavoro, a modo loro. In salsa finaldese.

 

– Claudio Abramo

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