Sulle tracce della Granduchessa Anastasija

Nonostante il caso di Anastasija Romanova sia stato risolto e chiuso anni fa, il fascino che esercita la figura della principessa più famosa di tutte le Russie è grande. Tanto grande che ad oggi ancora si specula sulle circostanze della sua (presunta) morte.

Il 17 marzo 1997 veniva proiettato nei cinema italiani per la prima volta Anastasia, il film d’animazione di produzione 20th Century Fox. Racconta le vicissitudini che affronta la principessa Anja, data per dispersa dopo lo sterminio di tutta la sua famiglia per scoprire il suo passato. La principessa è invece viva e vegeta. Grazie all’aiuto di due truffatori di buon cuore riuscirà a scoprire la sua vera identità, a ricongiungersi con l’amata nonna e a trovare il suo posto nel mondo.

Il film di successo è solo una favola di fantasia a lieto fine. Prende, però, ispirazione da eventi reali che coinvolsero drammaticamente l’ultimo zar e l’intera famiglia imperiale. Il finale di questa storia non è altrettanto felice.

Gli eventi

Se però l’antagonista della pellicola era il malvagio Rasputin, nella realtà i fautori della tragedia che colpì la famiglia imperiale furono i bolscevichi. Nell’estate del 1918, mentre in Russia infuriava la rivoluzione, gli imperatori e i loro figli fuggirono a Ekaterinburg, sui monti Urali. Qui lo Zar Nikolaj II con la moglie Aleksandra, l’erede al trono Aleksej e le quattro figlie Ol’ga, Tat’jana, Marija e Anastasija furono brutalmente assassinati tramite fucilazione. I corpi poi furono occultati nei pressi dei boschi, non prima di essere sfigurati, smembrati, cosparsi di acido solforico e infine seppelliti.

Luogo dell’omicidio dei Romanov

Il mito

La leggenda che la figlia minore, Anastasija, si fosse salvata dalla carneficina deriva dalle circostanze del ritrovamento dei cadaveri. Dopo aver riposato per circa settant’anni, vegliati dalle betulle, vennero rinvenuti i resti dello zar, della consorte e di tre figlie. Con essi il cuoco, il medico di famiglia, la governante e il cameriere, tutti presenti al momento dell’esecuzione. Nove in tutto. Ne mancavano però due all’appello: lo zarevič Aleksej e la zarevna Anastasija. Ciò diede adito alle voci della fuga dei due ragazzini e della loro salvezza.

La presunta Anastasija

Nel corso del Novecento in tanti si fecero avanti, autoproclamandosi veri discendenti dello zar Nikolaj II. Tra i sedicenti eredi al trono, uno in particolare attirò grande attenzione mediatica.

Nel 1920 a Berlino fu ricoverata una donna, dopo aver tentato il suicido gettandosi in un canale. Ella, nota come Anna Anderson, fu riconosciuta da molti come la Granduchessa russa smarrita. Benché fosse sotto shock, poté raccontare nei minimi dettagli gli eventi della fatidica notte. Di come si salvò a causa dei gioielli cuciti sul corsetto, che avevano fatto scudo, come una corazza, ai proiettili esplosi dalle baionette. Raccontò di come, approfittando della confusione, dopo essersi finta morta, scappò con l’aiuto di un soldato. Era a conoscenza della vita di corte russa e di dettagli che sembrava poter sapere solo un membro della famiglia imperiale. Parlava inglese, tedesco e francese (come imponeva l’educazione dell’epoca), e comprendeva il russo, sebbene si rifiutasse di parlarlo. Inoltre, l’età era compatibile con la giovane Anastasija (che aveva diciassette anni al momento della tragedia) e la somiglianza fisica era impressionante. Lo testimoniavano il neo sulla spalla, una cicatrice su un dito della mano, l’alluce valgo e diverse cicatrici di ferite da arma da fuoco. Se poi si considera l’etimologia del nome Anastasija, ovvero resurrezione, si capisce il perché di tanto scalpore.

Il dubbio circa la sua vera identità non si risolveva, soprattutto dopo che entrarono in gioco interessi circa l’ingente eredità dei Romanov. Quando la Anderson morì nel 1984 il mistero rimase irrisolto.

La verità

Solo nel 1994 si poterono effettuare accurati esami sulle spoglie della donna. Si affermò con certezza che non avrebbe potuto mai esistere una parentela tra la famiglia imperiale e la Anderson, che si riconobbe essere un’impostora. Si trattava in realtà di Franziska Schanzkowska, una polacca con gravi problemi mentali, fuggita da un ospedale psichiatrico di Berlino. Il caso sulla morte della giovane Anastasija si riapre.

Il 2008 segna una svolta. Dagli Urali giunge la notizia del ritrovamento di due corpi poco distanti dalla fossa principale in cui furono seppelliti i membri della casa regnante. Furono identificate le ossa come appartenenti ad Aleksej e, con somma sorpresa, alla Granduchessa Marija. Gli esami del DNA rivelarono inequivocabilmente l’età della ragazza, che aveva diciotto anni al momento dell’omicidio: di un anno più grande della sorella. Risulta evidente che Ansastasija era già stata trovata tempo addietro insieme ai suoi familiari ma che era stata confusa con la sorella maggiore.

Così si spegne per sempre la speranza che uno dei membri dei Romanov abbia potuto salvarsi, sfuggendo alla terribile sorte. E con essa, si chiude uno dei più noti e affascinanti misteri del secolo XX, che ci lascia, dopo tutti questi anni, ancora con l’amaro in bocca.

-Federica Ottaviano

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