Perdere la strada per ritrovare sé stessi: cronaca di un’avventura

Una gita, organizzata all’ultimo ma fortemente voluta. Un desiderio insolito, quello di voler sciare a marzo inoltrato. Ed una sola parola a dare il via: facciamolo. Così comincia l’avventura, la strada, la trepidazione.

Siamo sull’Etna, adorato vulcano siciliano, meta perfetta per molteplici scopi; natura intatta, ambienti boscosi al lato nord e vulcanici dalla parte sud, vista mozzafiato in ogni caso, fresca d’estate e splendida d’inverno. Un richiamo troppo forte per essere ignorato, specialmente dagli amanti delle esplorazioni, delle avventure. Un’avventura, già. Non è altrimenti che questa, la vita di coloro i quali non riescono a restar fermi in un posto solo; che sia anche solo un paio di kilometri più distante da casa propria, ogni posto diventa pura magia.

Ma torniamo al nostro “facciamolo”. Un viaggio che sin dall’inizio si è rivelato più che impossibile: partiti tardi, tornati indietro per dimenticanze, ripartiti fin troppo tardi. E ancora, durante la salita fino a circa un centinaio di metri prima della meta, la totale assenza della neve. La primavera sta arrivando, sta facendosi sentire con tutta la sua splendida potenza. Facendo dubitare però della riuscita dell’impresa. Eppure, appena arrivati alla meta, la splendida Piana Provenzana, ecco che ciò che rimane dell’inverno si rivela, magnetico come pochi per chi di neve nella propria città non può vederne.

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Messi gli sci, si parte. Sciare di fondo non è così semplice come si pensa, le cadute non mancano, le risate nemmeno. Ma è tutto così magico, all’interno di un bosco che dell’esistenza della primavera sembra non saperne.

La pista è confusa, la neve in scioglimento non aiuta. E così accade l’impensabile: senza saperlo, si perde la pista, prendendola per una strada un po’ più lunga del solito. Inconsapevoli, divertiti dai goffi tentativi di scendere le collinette innevate, si procede; ci si ferma solo un attimo a riposare sotto un albero, godendosi quel che si sa essere l’ultima neve per tutto il resto dell’anno.

Gira e rigira, però, la strada sembra non finire mai. Ci si consola incolpando la poca bravura, in realtà non s’è fatta molta strada, sarà colpa delle cadute. Si fa però un certo orario, viene fame, si vuol tornare indietro. Ed è lì che, con uno stupore un po’ misto al terrore, ci si rende conto di aver perso la strada. Ora, l’importante in questi casi è non dare di matto, piuttosto ragionare. La cosa buona dello sci di fondo, per farsi perdonare dagli sciatori offesi dalla prima affermazione, è che lascia tracce. Quindi, fatto dietrofront, ricomincia il lungo ritorno.

Una strada infinita, quasi uguale. I pensieri si accavallano: dall’odiare il bosco all’odiare la neve nelle scarpe è un momento, le cadute non fanno più ridere, il freddo si fa sentire. Eppure, la natura stessa dà la sua consolazione: ci premia con una delle più belle viste, che in una vita intera forse si vedranno raramente.

L’Etna si staglia in tutta la sua bellezza invernale, inconsapevole della primavera che avanza. La gioia nel vederla è talmente forte da far dimenticare la stanchezza; si rimane letteralmente imbambolati di fronte a così tanto splendore. E’ perfezione, nulla più che questo. Fatto il giusto centinaio di foto per non dimenticare, si riparte. E dopo un buon periodo di tempo, finalmente, si ritorna al punto di partenza. Stanchi, infreddoliti, ma felici. Una deliziosa cioccolata calda conclude la giornata.

Ed è allora, una volta che si è al caldo, a casa propria, che si riflette. Si riflette sull’avventura vissuta, sul perdersi, e sul ritrovarsi. Sul come, perduti ma affiancati, ci si possa volere ancor più bene, come si possano apprezzare meglio le piccole cose che capitano, le risate, persino il freddo e le cadute. Perdendosi si impara molto su sé stessi: sebbene il primo pensiero fosse “addio neve”, il secondo e definitivo è  senza dubbio “quando arriva il prossimo inverno?”. Alla fine, è questa o no la natura umana, il superare ogni strenua difficoltà e sentirsi pronti a vivere, ancora ed ancora finché si respira, ogni giorno una nuova avventura?

 

Maya Rao

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