What were you wearing?

What were you wearing?”, ovvero, “com’eri vestita?”. È questo il titolo della mostra itinerante inauguratasi lo scorso 8 marzo a Milano e visitabile fino al 25 novembre in città e provincia.

La mostra d’arte parte da un progetto ideato e realizzato nel 2013 da Jen Brockman, direttore del Ku’s Sexual Assault Prevention and Education Center e dalla Dott.ssa Mary A. Wyandt-Hiebert. Con la collaborazione dell’Università del Kansas (USA), è nata l’idea di allestire una mostra che desse una nuova consapevolezza circa il tema degli abusi sessuali e contemporaneamente combattere il victim-blaming.

Il progetto

L’associazione Libere Sinergie, che opera nell’ambito della promozione delle pari opportunità e del coinvolgimento delle donne nella vita sociale, culturale e civile, ha voluto aderire al progetto americano. Dunque ha riproposto la mostra, adattandola al contesto italiano e rendendola fruibile al pubblico del nostro Paese. Non è un caso, infatti, che le date di apertura e chiusura della mostra coincidano con due ricorrenze: la festa della donna e la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Si legge sul sito ufficiale dell’associazione, sotto la descrizione dell’evento:

“È un progetto di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne che parte da una domanda posta ricorrentemente a chi subisce molestie o violenza sessuale: com’eri vestita?”

Un’umiliante domanda che non ha la benché minima utilità, se non quella di mortificare le vittime e di far pensare loro di essere meritevoli del male subito solo per aver indossato un determinato capo di abbigliamento piuttosto che un altro.

L’esposizione

L’installazione si compone di sedici brevi racconti di donne, vittime di violenza sessuale, tradotti in quattro lingue (italiano, inglese, francese e spagnolo). Trascritti  su pannelli, sono esposti accanto agli indumenti che queste indossavano al momento della violenza. In realtà, gli abiti non sono proprio gli stessi ma riproducono fedelmente quelli realmente indossati. I vestiti sono i più disparati. Tra questi: una t-shirt sportiva, un paio di jeans, una tuta da ginnastica, un prendisole, un vestito da bambina.

L’obiettivo

Gli scopi della mostra sono molteplici. In primis, sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo un tema così delicato, importante e terribilmente attuale. In secundis, far prendere coscienza ai visitatori, tramite l’evocazione di forti reazioni, del fatto che la mise non ha niente a che fare con un atto riprovevole come lo stupro, ma riguarda solamente la propria libertà d’espressione. C’è la necessità di sfatare il mito secondo cui basterebbe cambiarsi d’abito per eliminare la violenza.

L’intenzione dei creatori dell’esposizione è di suscitare un sentimento di empatia nel pubblico (femminile e non) verso le vittime, perché possa arrivare ad immedesimarsi con esse e realizzare che “quella avrei potuto essere io”, “ho gli stessi vestiti nel mio armadio”.

A tal proposito ci sembra pertinente citare un intervento particolarmente incisivo di Joe Biden. Ad un evento, tenutosi alla George Mason University (Virginia) nel 2017, ha così parlato agli studenti:

“A young woman standing here could take all her clothes off and walk out the door. She could be arrested for indecent exposure but no man has a right to lay a hand on her at all. None, none, none, none, none.”

“Una ragazza seduta qui potrebbe togliersi tutti i suoi vestiti e camminare fino alla porta. Potrebbe essere arrestata per atti osceni in luogo pubblico ma nessun uomo avrebbe il diritto di toccarla con una sola mano. Nessuno, nessuno, nessuno, nessuno, nessuno.”

Le date e i luoghi della mostra itinerante saranno comunicati di volta in volta sulla pagina Facebook ufficiale di http://liberesinergie.org

Credit: tutte le foto sono di proprietà di Jennifer Sprague e scattate nella mostra dell’Università del Kansas.

-Federica Ottaviano

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