L’insostenibile leggerezza dell’essere…liquidi

Pd: fra dubbi e certezze

Maurizio Martina. Fonte: wikipedia.org

All’inizio di questa settimana, Maurizio Martina, segretario ad interim del Partito Democratico, ha rilasciato alcune dichiarazioni, in vista delle prossime consultazioni presidenziali. L’immagine del Pd che se ne ricava non è troppo chiara. Se da una parte vi è la volontà di ascoltare Mattarella, dall’altro si rigetta l’idea di dialogare con Lega o M5S. Se da una parte non ci si augura un immediato ritorno alle urne, dall’altra non si auspica nemmeno un governo dei propri antagonisti politici. E se da una parte non ci si vuole isolare, dall’altra si afferma che le elezioni hanno consegnato al partito un ruolo di mera opposizione. Una sola certezza sembra fare capolino in questa situazione liminare: la necessità di un rinnovamento. Emerge chiaramente dalle parole di Martina:

 

 

“Il tema vero è rilanciare il progetto del Pd nell’attività parlamentare e fuori dalle istituzioni, lavorando per la riorganizzazione delle idee e del Pd sui territori”.

Radicamento

Ecco di cosa si sente molto parlare ultimamente in casa Pd. Rinnovamento fuori dalle istituzioni, riorganizzazione sui territori, radicamento sociale. Eppure, era stata una scelta consapevole, quella del Pd, di virare in questa direzione. La scelta, mutuata dai partiti statunitensi, di strutturarsi in modo meno limitato, meno costretto; di garantire maggiore agilità e velocità decisionale ai vertici; cercando di ottenere più voti possibili. Partito liquido, così viene definito. E, per la verità, non è certo il solo Pd ad avere optato per questa soluzione. Rispetto agli storici partiti della prima repubblica – Pci e Dc su tutti –, i partiti moderni sono estremamente, chi più e chi meno, liquidi.

Il partito liquido…

Ma cosa significa partito liquido? Riportando la Treccani,  è un “partito politico caratterizzato da una linea programmatica e da una struttura non precisamente definite, che permettono di adeguarsi alle istanze di volta in volta avanzate dalla società civile”. In altre parole, un partito che sacrifica le ideologie e che preferisce affrontare i singoli temi, senza subire l’influenza di posizioni assunte aprioristicamente. E quindi si abbandona l’idea della partecipazione al partito, dei circoli, dell’attivismo. Un sintomo evidente della liquidità del partito è lo scarso numero di militanti. Essere iscritto al proprio partito era, in passato, quanto di più ordinario fosse immaginabile. Oggi tutto è diverso: lo scorso dicembre, numerosi giornalisti accreditavano il Pd di appena 90mila tesseramenti. Un altro sintomo è il fatto che i partiti siano in contatto con i propri elettori solo durante le campagne elettorali, per poi dileguarsi subito dopo. Anche per questo il disinteresse verso la politica, oggi, è crescente, così come l’astensionismo.

…e il partito strutturato

Tessera del PCI del 1955. Fonte: mymilitaria.it

Antitesi di tutto ciò è il cosiddetto partito strutturato o pesante, di cui i partiti della prima repubblica sono un perfetto esempio. Si tratta di organizzazioni altamente radicate sui territori, che spesso incarnano le istanze di specifiche classi sociali. La loro crescita non può essere repentina come quella dei partiti liquidi, proprio per le posizioni rigide che vengono spesso assunte al loro interno. Tuttavia, è un partito tendenzialmente più stabile, più longevo, che gode di uno zoccolo duro di elettori più ampio: meno elettori ma più tesserati, meno voti ma più voti convinti. I ruoli vengono definiti attraverso chiare gerarchie e le scelte più importanti sono frutto di un processo decisionale articolato. Un processo certamente più lento, ma magari più ponderato.

Lungimiranza inascoltata

Eppure non erano mancati giornalisti e sociologi che avevano denunciato l’eccessiva liquidità dei partiti, appena qualche anno fa. Più voci avevano ben chiaro quello che stava accadendo e quello che sarebbe accaduto probabilmente. Proprio il Pd, in quanto teorico erede del lontano Pci, era l’osservato speciale per la sua tendenza alla liquidità. E non pochi hanno parlato anche di Matteo Renzi, appena salito a palazzo Chigi, come di un premier liquido. Un premier capace di parlare alla pancia delle persone, capace di ottenere in brevissimi tempi un’approvazione particolarmente estesa. Ma, al tempo stesso, capace di perdere gran parte di ciò che aveva creato, alla distanza, non essendo riuscito, per molti, a rispettare le aspettative generate. Intenzionato a ottenere voti a sinistra ma anche di eroderli a destra, il rischio corso dal Pd era quello di perdere la propria identità, la propria anima, la propria ideologia.

Ritorno al passato?

Ed eccoci tornati al punto di partenza, a questa necessità di ritrovare radicamento sociale per il partito che più ne ha patito la mancanza alle ultime elezioni. Sembra che non prendere una posizione assoluta e definita, almeno al momento, non paghi. Raccogliere voti da un bacino di elettori eccessivamente eterogeneo è forse possibile solo per un periodo di tempo limitato, come se non fosse possibile soddisfare pienamente due padroni diversi di cui ci si è fatti servi. E allora, per quanto bella possa apparire la navigazione in un libero mare aperto, sconfinato e tutto da conquistare, sembra si debba tornare al passato. Al tempo in cui si costruivano ancora i porti, solidi e stabili: luoghi da cui partire e a cui far sempre ritorno.

Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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