Europa: storia di una mancata Unione

Uno sguardo al passato

Il 16 aprile 2003 veniva firmato il Trattato di Atene. Si tratta dell’accordo con cui dieci nazioni sono state introdotte all’Unione Europea: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. L’annessione più numerosa di sempre che rendeva l’Unione a quindici Stati una Unione a venticinque Stati. Senza alcun dubbio, si trattava del momento più positivo della storia dell’UE. Da pochi anni era stato fatto l’importante passo dell’unione monetaria e prendevano il via i lavori di redazione della Costituzione Europea. L’Unione cresceva irrefrenabilmente e rapidamente. Forse fin troppo.

La situazione attuale

Fonte: mondoliberonline.it

 

Ma se facciamo un salto avanti di 15 anni le cose sono decisamente cambiate. Benché i fatti sostengano la necessità di un continente coeso, per fronteggiare ad armi pari le grandi potenze economiche mondiali, l’UE è in crisi. Attualmente sono in corso i negoziati per definire le condizioni di uscita della Gran Bretagna dall’Unione, i trattati fondanti non vengono emendati dal Trattato di Lisbona del 2009 e negli ultimi anni l’unica nuova adesione è stata quella della Croazia del 2013. Come se non bastasse, in quasi tutti i paesi imperversa il cosiddetto “euroscetticismo”. Si tratta di una generalizzata sfiducia verso l’Unione, vista come istituzione non sufficientemente democratica, che indebolisce i singoli Stati anziché supportarli. Una indagine del 2016 della stessa Unione afferma che un cittadino europeo su quattro ha un’opinione negativa della stessa organizzazione sovranazionale.

Euroscettici

Marine Le Pen. Fonte: twitter.com

Le prime avvisaglie di questo serpeggiante sentimento sono state evidenti già nel 2005, quando i cittadini di Francia e Paesi Bassi, chiamati al referendum, bocciarono il progetto di Costituzione Europea – già sopra citato e così naufragato – elaborato negli anni precedenti. Fu la prima battuta d’arresto per lo sviluppo dell’Unione, coincidente con la prima occasione in cui i singoli cittadini furono interpellati in materia comunitaria. Ad oggi, in tutti gli Stati dell’UE sono presenti delle tendenze euroscettiche. In Francia, appena un anno fa, il Front National di Marine Le Pen si è affermato come secondo partito del paese. Lo scetticismo è galoppante in Grecia, Austria, Cipro né serve certo ricordare le innumerevoli critiche rivolte all’Unione da diversi partiti italiani. Persino l’europeissima Germania alle ultime elezioni federali ha assistito ad una impennata dei consensi per il partito euroscettico Alternativa per la Germania (12,6% dei voti).

Le radici del dissenso

È forse possibile comprendere le ragioni di questa tendenza se ci soffermiamo su come l’Unione Europea sia cresciuta in questi decenni. Nata come forma di semplice collaborazione economica, si è poi arricchita di sfumature politiche sempre più intense. Così l’evoluzione europea è giunta al punto in cui non è più stato possibile escludere una qualche forma di partecipazione diretta dei cittadini e da questa sono subito derivati i primi problemi. L’UE è cresciuta ponendo le proprie fondamenta in se stessa o nelle istituzioni statali, ma mai nei popoli europei. Inoltre, e non di rado, la politica europea è dipinta internamente agli Stati, a torto o a ragione, come fredda prevaricatrice e impositrice di estenuanti vincoli. Che i partiti interni usino l’Unione come capro espiatorio e la critichino solo per ottenere approvazioni è senz’altro possibile. Ma certamente l’UE ha le sue colpe se si è giunti a questo punto.

Cittadini poco europei

Ed ecco che oggi nessun popolo si sente europeo, nessun cittadino si definisce europeo. Non mancano certamente i favorevoli all’UE, coloro che sentono necessario il supporto continentale e che valorizzano l’importanza delle famose “quattro libertà”: circolazione di merci, circolazione di persone, circolazione dei capitali e prestazione dei servizi. In tal senso l’Unione offre senza dubbio nuove possibilità e semplificazioni allettanti, alle quali si fa fatica a rinunciare, come dimostrano le rumorose voci critiche che si sono alzate in Gran Bretagna dopo la vittoria del “leave” (il voto per l’abbandono dell’Unione). Ma c’è una sottile differenza fra apprezzare o anche lottare per i vantaggi e gli aspetti positivi dell’Unione e sentirsene cittadino. Perché è impossibile identificarsi in una istituzione così lontana, quasi impalpabile. Percepita come un pachiderma burocratico, preoccupata dal rispetto di indici e percentuali e disinteressata ai problemi della gente.

L’Unione dal basso

Fonte: webmagazine.unitn.it

Le istituzioni dei vari Stati non sono in grado di creare una integrazione ulteriore rispetto a quanto già fatto. L’affermazione di diritti, il riavvicinamento delle legislazioni o la creazione di un Parlamento comune, per quanto condotte meritorie, non sono abbastanza. Sarebbe necessario diffondere un vero e proprio spirito europeo. Coinvolgere maggiormente i cittadini, ricostruendo l’Unione dal basso, evitando di imporre troppo spesso direttive di difficile realizzazione, che concorrono solo alla demonizzazione dell’UE da parte di chi non ne può cogliere i fini. Fin quando non si farà uno sforzo per avvicinarsi alle persone, per far loro apprezzare ciò che l’Unione può davvero offrire, non si andrà avanti. Finché non si adotteranno misure più eque e davvero solidaristiche fra i paesi, ogni evoluzione è preclusa. Fino ad allora i paesi dell’UE non saranno nulla di più che litigiosi condomini, costretti malvolentieri a condividere uno spazio, colmi di rancore reciproco. Come oggi.

-Francesco Runello

Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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