È tutto un ambaradan! – Storia oscura di una parola

Molte parole hanno un’origine oscura, un’etimologia ricca di segreti. Non fa eccezione il termine “ambaradan” che, da memoria di una strage, è diventato un vocabolo d’uso quotidiano, nascondendo il suo passato tra le pieghe della storia.

Significato pacifico

Sarà capitato pure voi di sentire frasi tipo: “cos’è questo ambaradan?!” o “è successo un ambaradan!”, vi siete mai chiesto cosa voglia dire? Dizionario alla mano, si scopre che con questo termine possono essere descritti due eventi simili.
In primo luogo è un sinonimo di “baraonda”, una situazione caotica e confusa: insomma è perfetto per indicare le condizioni della camera di un qualunque adolescente (e non).

Viene utilizzato anche per indicare un’attività molto complicata che implica l’impiego di notevoli capacità: dall’organizzare una festa, al pilotare un aereo, ogni volta che l’azione da compiere si presenta particolarmente difficile è alta la probabilità d’inciampare in un “ambaradan”.
Quello che non tutti sanno è il perché si usa quella parola, in quelle circostanze. A ben vederla si nota un nonsoché di esotico, non sembra appartenere neanche alla lingua italiana.

La Storia

La nascita di questo termine è legata al fenomeno storico del colonialismo. Fino al XX secolo, le grandi potenze, Francia e Regno Unito in primis, si spartivano fette di territorio in giro per il mondo. Particolarmente in Africa, gli europei facevano valere la superiorità dei loro armamenti sulle popolazioni locali sottomettendole. Culture intere sterminate o stravolte principalmente per una questione di prestigio.
Fino agli anni ’30, l’Impero d’Etiopia era scampato da tale destino mantenendo la sua sovranità. Una monarchia cristiana progressista considerata, all’epoca, uno stato “moderno”. Lo stato etiope infatti aveva abolito la compravendita degli schiavi ed erano state promulgate leggi a favore delle donne. Vennero avviati anche programmi di industrializzazione e modernizzazione dell’agricoltura. L’imperatore, Haile Selassie, aveva aperto il suo regno al mondo: L’Etiopia fu il primo paese africano ad entrare nella Società delle Nazioni (l’antenato dell’ONU).

Altopiano Luce
Altopiano dell’Amba Aradam in un filmato d’epoca. Fonte: archivioluce.com

L’arrivo degli italiani

È il 1935 e il Regno d’Italia, a guida fascista, ha mire espansionistiche che puntano su di un piccolo angolo d’Africa non ancora occupato: l’Etiopia (o Abissinia), appunto. Con una scusa (una diatriba sui confini), gli italiani invaserò il territorio etiope dall’Eritrea (allora colonia italiana) e marciarono sulla capitale Addis Abeba.
Per difendersi gli etiopi potevano contare su armi moderne e sofisticate, oltre ad un’ottima conoscenza del territorio. Sul fronte opposto, gli italiani avevano schierato l’aviazione (una novità per l’epoca), ma la poca conoscenza del luogo era un forte svantaggio. Perciò si decise di chiedere aiuto, pagando, ad alcune tribù locali.
Nei primi mesi del ’36 il principale ostacolo per i conquistatori era rappresentato da un contingente indigeno sotto il comando del Ras Mulugeta. Un esercito composto da 80.000 soldati dotati di un armamento simile (per qualità e quantità) a quello degli italiani.

La battaglia di Amba Aradam

Il comandante del corpo di spedizione, Pietro Badoglio, decise di sferrare un attacco alle truppe di Mulugeta nell’area del massiccio montuoso dell’Amba Aradam.
Durante la battaglia le tribù mercenarie, dapprima al fianco degli occidentali, si ribellarono e attaccarono a loro volta le truppe coloniali.
I soldati italiani si trovarono a non distinguere gli amici dai nemici. Alla fine il tutto si risolse con l’uso di armi chimiche, fatto assolutamente vietato dai trattati internazionali. Gli aerei dell’aeronautica fascista sganciarono bombe piene di gas iprite mentre i soldati a terra sparavano proiettili tossici. Secondo il bollettino ufficiale, poco meno di un migliaio furono le morti sul fronte italiano, contro i 20.000 etiopi uccisi durante l’azione.
Una carneficina che rimase impressa nella memoria dei reduci i quali, una volta tornati dal fronte, vedendo una situazione di caos iniziarono ad esclamare: “È come ad Amba Aradam!”.

Bombardamento
Alpini impegnati in un bombardamento d’artiglieria durante la guerra d’Etiopia. Fonte: archivioluce.com

Memoria di una strage

Un’esclamazione che venne utilizzata, storpiando il testo, anche da chi non mise mai piede in Africa. Così, a causa di difetti di pronuncia, col tempo Amba Aradam divenne una parola sola: “ambaradan”, con una “n” finale al posto della “m”.
Ma non è l’unica testimonianza della breve occupazione dell’Abissinia (che durò dal 1936 al 1941). Guardando la toponomastica di alcune città del Bel Paese si può ancora oggi leggere “via dell’Amba Aradam”.
Il ricordo della strage è ancora vivo e presente.

 

-Claudio Abramo

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