Giornalismo: dal Pulitzer alle fake news

Il premio Pulitzer 2018

Joseph Pulitzer Fonte: biography.com

Si è svolta lo scorso lunedì, presso la Columbia University di New York, la cerimonia di assegnazione dei premi Pulitzer. Si tratta di un premio statunitense istituito da Joseph Pulitzer, un giornalista ungaro-americano che indicò la Columbia University come unico erede nel proprio testamento. Il premio viene assegnato a coloro che eccellono nei campi del giornalismo, della letteratura e della musica e rappresenta per molti autori l’apice della carriera. Quest’anno il premio Pulitzer per il miglior pubblico servizio, ovvero la categoria Pulitzer più prestigiosa per le testate giornalistiche, è stato vinto dal New York Times e dal New Yorker e in particolare dai giornalisti Megan Twohey, Jodi Kantor e Ronan Farrow: gli articoli e le inchieste che sono valsi il premio sono quelli relativi al tema delle molestie sessuali e dei ricatti sul lavoro subiti dalle donne, in particolare nel mondo dello spettacolo.

Lo scandalo Weinstein

Harvey Weinstein
Fonte: wikipedia.org

La mente non può che andare ai fatti denunciati lo scorso ottobre, relativi al noto produttore cinematografico Harvey Weinstein. Il New York Times e il New Yorker hanno svelato, all’esito di una lunga inchiesta, il lato oscuro del magnate di Hollywood, attraverso le dichiarazioni rilasciate dalle stesse vittime delle molestie, ma anche grazie a documenti legali e interni alle società di Weinstein. Il caso ha avuto conseguenze mediatiche di portata mondiale e numerosissime sono state le attrici che hanno denunciato molestie sessuali o stupri. Da Asia Argento, fino a Rose Mcgowan, passando per Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie, le accuse si sono moltiplicate e il 30 ottobre scorso la polizia di Beverly Hills ha aperto un’inchiesta a riguardo.

Le conseguenze

Non c’è alcun dubbio che le indagini del Times e del New Yorker abbiano portato a galla una verità scomoda, abbiano diffuso conoscenza e informazione. Ma hanno fatto anche molto di più. Hanno chiesto giustizia, hanno rivendicato i diritti violati di decine di donne, hanno reso noto un problema, hanno sensibilizzato. È come se avessero indicato la punta di un iceberg le cui radici non ci sono note, ma che possiamo facilmente immaginare. E non c’è dubbio che prendere coscienza di una problematica sia il primo passo per poi affrontarla.

Il ruolo del giornalismo

Alla luce di tutto questo, non ci si può che fermare un attimo a riflettere sul ruolo del giornalismo nella società moderna. In un contesto in cui il concetto di verità si fa sempre meno chiaro e insidioso da trattare, ambiguo e multiforme, la diffusione delle notizie diventa essenziale. Specialmente in una società globalizzata, tutti avremmo bisogno di guardare oltre e cercare di comprendere. E il giornalismo si pone allora come lo strumento di cui servirsi, un paio di occhiali per vedere meglio e più lontano. Il tema tanto dibattuto ultimamente delle fake news (notizie false) è la perfetta dimostrazione dell’importanza dell’informazione. Il giornalismo malamente esercitato si trasforma da occhiale, che dovrebbe offrire certezze propedeutiche ad una visione critica, in lente deformante, che inganna e fuorvia.

Il modello statunitense

Locandina del film ‘The post’
Fonte: movieplayer.it

Occorre allora valorizzare un modello di giornalismo positivo, che arrivi dove la realtà si nasconde, disposto a indagare anche contro uno degli uomini più influenti dell’industria cinematografia, pur di scoprire e informare. Un giornalismo che garantisca uno scrupoloso fact checking, ovvero un’alta veridicità delle notizie. E ancora, che offra notizia basilari così che tutti possano approcciarvisi, ma anche di approfondimento, come il long-form journalism. Un giornalismo che compia scelte tematiche coraggiose, come ogni imprenditore consapevole di poter guadagnare maggiormente quanto più rischia. Viene in mente il miglior giornalismo d’avanguardia degli Stati Uniti, come quello premiato dai Pulitzer, come quello raccontato nei film. E cito, per fermarmi solo alle produzioni più recenti, The Post, dalla regia di Steven Spielberg, e Il caso Spotlight, premio Oscar nel 2016.

La situazione italiana

Sembra però che questa realtà sia meno presente nel nostro paese. Si ha la percezione di un giornalismo italiano mediamente appiattito, più livellato, meno critico, povero di approfondimenti. E i primi a dipingerlo così sono proprio i giornalisti italiani che hanno vissuto realtà estere, come quelle angloamericane. Sembriamo – dicono, e salve eccezioni – un passo indietro: poco innovativi nei temi, spesso incapaci di svolgere inchieste e ancorati a un modello di business obsoleto. Si risponde che si offre quello che chiede il mercato. Eppure, probabilmente, è errato reagire ad un pubblico poco propositivo con un livellamento verso il basso del servizio offerto. È, infatti, vero che migliorare il prodotto serve anche a educare il lettore, a renderlo conscio dell’esistenza di approcci diversi. Provare, quindi, a migliorare il gusto dei fruitori delle notizie e non assecondare necessariamente quello già esistente. Non è forse vero che, allora, il mercato chiederebbe anche altro?

-Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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