La “Marcia del ritorno” di Gaza tra bombe ed aquiloni

Sale a quattro il numero delle vittime palestinesi uccise questo venerdì lungo il confine tra la Striscia di Gaza e Israele. A riferirlo è il Ministero della Sanità palestinese che parla di oltre 400 feriti, tra cui due giornalisti. Sempre secondo il Ministero, dal 30 marzo di quest’anno l’esercito israeliano, nel giro di appena quattro settimane,  avrebbe ucciso più di 35 persone. Un bilancio assolutamente drammatico che segna la cd. “Marcia del ritorno“, la protesta voluta da Hamas contro il Governo di Gerusalemme.

Gli obiettivi della Marcia

Attivisti palestinesi che marciano verso Gerusalemme

La Grande Marcia degli attivisti di Gaza ha un duplice obiettivo. Il primo è sicuramente quello di attirare l’attenzione internazionale sul blocco di undici anni imposto da Israele ed Egitto nel territorio costiero, molto isolato ed impoverito. Il secondo è quello di vedersi riconosciuto il cd. “diritto del ritorno”, consistente nella possibilità, da parte dei palestinesi, di riottenere la proprietà delle terre arabe (dunam) espropriate nel 1976 per la realizzazione dello Stato di Israele. Una chiara risposta al Presidente americano, Donald Trump, di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico.

Per far ciò Hamas ha organizzato una massiccia marcia della durata complessiva di 46 giorni, iniziata lo scorso 30 marzo e partita da diverse aree. Tra queste, l’attuale capitale palestinese e la Cisgiordania. Altre manifestazioni sono poi previste in Libano, Siria e Giordania

La protesta palestinese

Un dimostrante tiene in mano la bandiera palestinese durante gli scontri con l’esercito di Israele

L’inizio della protesta è coinciso con la Land Day (la “Giornata della Terra”) che segna l’espropriazione del Governo israeliano delle terre arabe in Galilea. Le manifestazioni dovrebbero protrarsi sino al 15 maggio, giorno del 70esimo anniversario della fondazione di Israele, definito dai palestinesi come Nakba, una “catastrofe”. Una manifestazione che, a detta degli organizzatori, doveva consistere in un sit-in pacifico di sei settimane con tende poste a circa 700 metri dalla recinzione. Il tutto nella piena assenza di scontri con le forze confinanti. La realtà, tuttavia, è stata profondamente diversa.

Durante la giornata di venerdì, velivoli israeliani avevano lanciato su Gaza volantini (in arabo) che chiedevano alla popolazione di “evitare di avvicinarsi alla barriera difensiva”. “Vi consigliamo vivamente – si leggeva – di non partecipare ad atti di violenza contro le forze israeliane e di tenervi lontani dai terroristi. Hamas vi usa come strumento per i suoi interessi. I nostri soldati faranno tutto il necessario per bloccare attacchi o assalti”.

Pronta era stata la risposta di Gaza  che aveva provveduto a stampare dei contro volantini per poi lanciarli (a mezzo di aquiloni) in territorio israeliano. Nel testo, scritto in arabo ed ebraico, si leggeva: “Sionisti, per voi non c’è spazio in Palestina. Tornate nei Paesi dai quali provenite”. Firmato: #Al-Quds (Gerusalemme)_Capitale_Palestina.

La reazione israeliana

Un gruppo di cecchini israeliani monitora la protesta da dietro i confini

La “Great Return March” si starebbe quindi concretandosi in un vero e proprio attraversamento fisico dei confini con Israele. Questo in direzione dei villaggi che un tempo erano abitati dagli stessi palestinesi. Per impedire ciò, l’esercito di Gerusalemme avrebbe schierato il suo esercito e più di 100 cecchini sul confine con Gaza, monitorando attentamente la marcia.

«È l’inizio del ritorno di tutti i palestinesi», ha più volte ribadito il leader di Hamas, Ismail Haniyeh. «Ciò che l’altra parte (Gaza, ndr.) deve capire è che qui c’è un esercito determinato. E dietro di esso c’è un popolo pronto a sostenerlo», ha risposto il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liberman. Questo, tra l’altro, fu il primo promotore dell’offensiva ai danni dei guerriglieri di Gaza, nella cd. operazione “Margine di protezione”.

Dal comando militare di Gerusalemme si fa sapere che gli attivisti hanno agito – e continuano ad agire – nel tentativo di “avvicinarsi alle infrastrutture di sicurezza”, tramite l’incendio di pneumatici – il cui fumo permetterebbe una più facile avanzata – e lancio di esplosivi legati ad aquiloni pitturati con svastiche naziste. L’azione avrebbe poi portato parecchi palestinesi ad oltrepassare la frontiera, cadendo però sotto i colpi delle milizie nemiche pochi metri più avanti.

Le file israeliane assicurano ulteriormente che non sarà in alcun modo tollerato e permesso un danno alla sicurezza nazionale posta a presidio dei civili. I militari sono quindi pronti a reagire contro i rivoltosi, così come è già successo, con gas, lacrimogeni e fuoco vivo, se necessario. Ciò in risposta agli esplosivi ed agli ordigni dei ribelli palestinesi.

 

Lancio di lacrimogeni ai danni degli attivisti palestinesi

Uno scenario terribile quello che avversa la Striscia di Gaza. Una situazione che è comunque destinata solo a peggiorare. Israele si oppone a qualsiasi ritorno di rifugiati palestinesi su larga scala nella paura che ciò distruggerebbe definitivamente il carattere ebraico del Paese. Lo stesso Liberman, tra l’altro primo promotore dell’offensiva ai danni dei guerriglieri di Gaza – nella cd. operazione “Margine di protezione” -, ha avvertito che qualsiasi uomo palestinese che si avvicini alla barriera di sicurezza metterà a repentaglio la propria vita.

–  Antonio Giuffrida

Credits: Agi, Ansa, La Repubblica, NYTimes, The Guardian, TPINews

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