Nuovi scontri al confine tra Gaza e Israele

Non si arresta la lunga scia di sangue palestinese, iniziata lo scorso 30 Marzo con l’avvio della cd. “Marcia del Ritorno”, la protesta voluta fortemente dal Governo di Hamas avverso Israele. Nel sesto venerdì di protesta, il penultimo prima della fine annunciata per il 15 maggio, il Ministero della Salute della Striscia ha ufficializzato ben 49 vittime con oltre 6.000 feriti, la maggior parte dei quali intossicati dai gas lacrimogeni e dai proiettili lanciati dalle file israeliane ai danni dei manifestanti.

Si parla di una repressione dura dello Stato ebraico contro quei palestinesi che in massa si accalcano, ogni quinto giorno della settimana, lungo la frontiera. Uno scontro che non accenna a placarsi e che, anzi, si appresta ad un picco massimo di violenza previsto per la metà del mese. 15 maggio quindi, esattamente il giorno in cui lo Stato di Israele festeggerà il 70esimo anniversario della sua creazione. Una “catastrofe” (Nakba, in arabo) per tutti quei palestinesi protagonisti dell’esodo del ‘48. Un esodo che portò migliaia e migliaia di persone a lasciare definitivamente le proprie case, i propri villaggi per un futuro quanto mai più incerto.

Il sesto venerdì

Copertoni bruciati lungo il tracciato spinato

Stessa terra, stessa violenza. Questa settimana, però, decine di manifestanti hanno pressato a lungo quella barriera di protezione che divide Gaza da Israele. Un lungo tracciato innalzato per volontà dell’allora Primo Ministro israeliano, Yitzhak Rabin, dopo la firma degli accordi di Oslo del 1994. Ai soldati, posti a presidio del confine, sono poi state fornite nuove e precise regole di ingaggio. Fuoco a vista contro chiunque si aggiri nei pressi di quell’area durante le ore notturne. E così è stato.

Questo venerdì le file palestinesi si sono spinte sino a sfondare i recinti del valico di Kerem Shalom, il principale punto di ingresso a Gaza delle merci provenienti dallo Stato nemico. Da qui la foga dei manifestanti ha raggiunto gli uffici dell’Autorità nazionale palestinese e israeliana, dando alle fiamme pile di documenti. A riferirlo è stato l’emittente della Jihad islamica al-Quds al-Yaoum, che ha trasmesso l’episodio in diretta. Rapida è stata la risposta delle milizie israeliane che, mediante l’impiego di lacrimogeni, ha costretto i facinorosi alla fuga. Ricordiamo che nello stesso punto, esattamente una settimana fa, l’esercito aveva respinto i dimostranti palestinesi. Tre i morti accertati, oltre duecento i feriti. Tra questi giornalisti e membri dello staff medico.

Come puntualmente riporta il Post, nessun dimostrante è morto in un combattimento fisico, così come avveniva nei primi anni novanta ed i primi anni duemila. Un periodo di terrore, quello, che segnò le varie ondate di repressione ebraica. Il tutto sino alla “pulizia delle frontiere” e l’espulsione di un numero oscillante fra i 30 ed i 40mila civili palestinesi da diversi villaggi arabi. Adesso la situazione è ben diversa. La risposta di Israele è più fredda, per lo più operata dai proiettili dei cecchini posti al di là della recinzione che separa i due fronti.

Le cause del conflitto

Palestinesi in cammino verso l’attuale Striscia di Gaza dopo l’espulsione del ’48

Il cd. “diritto al ritorno” è un tema che coinvolge migliaia di persone, tutte concentrate in un territorio pieno di problemi a respiro internazionale. Diversi sono le ragioni che alimentano, da quasi 70 anni, il conflitto israelo-palestinese. In passato abbiamo ricordato l’embargo commerciale che Israele ha posto ai danni della Striscia di Gaza. Una soluzione che ha messo ulteriormente in ginocchio la Striscia, riducendo la popolazione in miseria. A questo si deve aggiungere il risentimento popolare verso l’attuale classe dirigente palestinese, l’assenza di lavoro e di prospettive concrete.

Ma la ragione fondamentale che oggi muove migliaia di palestinesi pronti a rischiare la vita per protestare contro Gerusalemme è sicuramente l’esodo del ’48. Più di 700.000 persone vennero espulse dai territori conquistati da Israele nell’odierna Cisgiordania. A questa espulsione seguì la creazione dello Stato ebraico, tutt’oggi composto dalle terre e dai villaggi sottratti agli antenati di chi, in queste settimane, sostiene la protesta contro lo Stato ebraico. Ancora oggi, la stragrande maggioranza degli abitanti della Striscia è rifugiata di guerra o figlia di rifugiati.

L’ingente afflusso di persone all’interno di un territorio confinato, presidiato e controllato dall’esercito israeliano, ha comportato l’impossibilità della costruzione di una comunità stabile. Ricordiamo che la maggior parte della popolazione vive ancora negli stessi campi profughi eretti circa 70 anni fa. Il lavoro non è sufficiente per tutti i civili palestinesi ed il tasso di disoccupazione supera il 40%. Otto famiglie su dieci sopravvivono solo grazie ai sussidi locali o nazionali. Inoltre, come se ciò non bastasse, a rendere la situazione oltremodo insostenibile è la mancanza periodica di acqua, cibo, medicinali, elettricità e carburante.

– Antonio Giuffrida

Credits: Agi, Ansa, Corriere della Sera, il Post, La Repubblica.

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