Dalla crisi alla rinascita: il miracolo del Portogallo

Considerato prossimo al default e ritenuto dai più l’anello debole della moneta unica, il Portogallo ha stupito tutti, burocrati di Bruxelles compresi, navigando a vele spiegate verso una ripresa economica da record.

Per comprendere a fondo un fenomeno di tale importanza, dunque, bisogna fare qualche passo indietro.

La situazione pre-crisi

Nel decennio che precedette la crisi economica del 2008, in un contesto economico caratterizzato da una crescita stabile, il paese dei garofani si indebitò pericolosamente. Il deficit commerciale (importazioni-esportazioni) oscillava tra il 7 e il 12 per cento del PIL, con conseguente accumulo di debito estero. Anche il debito pubblico era cresciuto e nel 2010 il deficit pubblico superò l’11% del PIL. Senza saperlo, il Portogallo stava per affrontare una delle più grandi crisi economiche della storia, senza alcun paracadute. Tutto questo fu dovuto al fatto che, dall’entrata del Portogallo nell’area euro, i tassi d’interesse si abbassarono drasticamente, determinando un flusso di capitali in entrata; questi capitali, però, non furono tradotti in investimenti, ma aumentarono a dismisura i consumi, determinando un drastico aumento delle importazioni. Si aprì dunque un’emorragia nella bilancia commerciale del Portogallo.

Il debito pubblico dei PIIGS (Portogallo-Italia-Irlanda-Grecia-Spagna) nel pieno della crisi economica

La crisi e l’intervento della Troika

La bomba portoghese esplode con la crisi economica che le fa da miccia. Le casse statali, già in precario equilibrio, crollano. Il flusso dei capitali si arresta e il Portogallo, con le spalle al muro e prossimo al fallimento, invoca l’aiuto della Troika (il triumvirato europeista composto da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale). L’assistenza arriva, ma mascherata da austerità. L’Unione europea si fa avanti e presta 78 miliardi di euro al primo dei PIIGS, ma richiede in cambio un piano di profonde riforme strutturali e rigorose correzioni dei conti pubblici: aumenta l’orario di lavoro a 40 ore, vengono tagliate 5 festività, ridotti i salari pubblici e le pensioni. L’austerità fu molto sentita in Portogallo, ma ben gestita dal governo conservatore di Pedro Passos Coelho.

I risultati cominciano a vedersi nel 2014, quando i consumi e gli investimenti vivono un’iniziale fase di spinta e la disoccupazione comincia a scendere. Il deficit passerà dal 9.8% del PIL al 2,3% mentre il debito pubblico si attesterà al 129% del PIL. Il crollo della domanda interna e il miglioramento della competitività dei costi scioglie le briglie alle esportazioni. Nonostante le misure di austerità, in 5 anni il disavanzo è sceso di oltre il 6% e il Portogallo ha visto una contrazione della spesa pubblica che neanche la Grecia è riuscita a raggiungere. Emblematica la restituzione anticipata al FMI della metà del prestito concesso, che ha lasciato a bocca aperta anche i più rigorosi tecnocrati europeisti.

Socialismo e austerity: dal 2015 in poi

Nel 2015, Antònio Costa, leader del partito socialista, forma un’improbabile governo di coalizione con il partito dei Verdi e il Partito Comunista. Nonostante lo scetticismo di Bruxelles, l’arrivo al potere di un governo di sinistra-estrema sinistra non segna un’inversione di marcia, quanto piuttosto un completamento della politica del precedente governo conservatore: difatti, il nuovo governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulla ristrutturazione del mercato del lavoro e del sistema fiscale.

La stabilità politica (forse il differenziale che a noi manca) ha creato chiarezza d’intenti e continuità d’azione e  i risultati sono stati strabilianti: in appena due anni l’economia portoghese ha avuto una crescita del 7%, gli investimenti e l’export hanno visto un incremento record del 19% e del 24%. La ripresa dell’area Euro e l’azione della BCE ha fatto il resto del lavoro.

Nella parte sinistra della figura si può apprezzare la vertiginosa crescita del PIL dal 2014-2015. Nella parte destra, invece, balza all’occhio la discesa del rapporto deficit/PIL avvenuta tra il 2015 e il 2016. Una così drastica riduzione di tale indicatore ha spinto l’Unione europea a chiudere la procedura d’infrazione per eccesso di deficit.

La lezione portoghese

Quali insegnamenti trarre dal virtuoso esempio portoghese? Anzitutto, in un’unione monetaria, in cui non è possibile avviare un percorso di svalutazione della moneta, la svalutazione interna* diventa condizione imprescindibile per la ripresa della competitività. Essa richiede necessariamente un ciclo di contrazione della crescita, della domanda interna ed un aumento della disoccupazione. La combinazione di una competitività crescente, di un leggero stimolo alla domanda e della difesa del rigore di bilancio, ha reso possibile la ripresa. Il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale e quindi una minore dipendenza dai capitali esteri.

Esportazione, interventi della Banca centrale europea e una virtù ritrovata nella gestione del debito sono stati i fattori che hanno fatto la differenza.

” […] Ma il successo dell’economia portoghese oggi non ha nulla a che vedere con la fine dell’austerità, né della crisi. Questa crescita è endogena. Le imprese qui creano valore e sono premiate sui mercati internazionali: macchinari, auto, calzature. La crisi e il programma di aiuti hanno risvegliato l’orgoglio dei portoghesi, che si sono rialzati e rimboccati le maniche”. Sono piene di orgoglio le parole di Carlos Da Silva Costa, presidente della Banca centrale portoghese e simbolo del connubio tra UE e socialismo.

 

*Svalutazione interna=deflazione che, riducendo prezzi e salari nel paese in crisi, consenta di ritrovare competitività

– Antonio Salerno

Fonti: La Stampa, La Repubblica, Il Foglio, Investire Oggi, Lettera 43, La Repubblica, Il Sole 24 ore, Wikipedia, Il Post, First Online, Avvenire

 

Antonio Salerno

Curiosone. Amo leggere, scrivere, allenarmi, affrontare nuove sfide e condividere le mie esperienze. Scrivo per passione, ma anche perché ritengo la scrittura una potente forma di apprendimento. Mi interesso di economia politica, geopolitica, economia aziendale, marketing, finanza, politica.

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