Deep Blue vs Kasparov – lo scacco matto digitale!

L’11 maggio 1997 il computer IBM Deep Blue batté il campione di scacci in carica Garry Kasparov. Un evento epocale, rese la realtà un po’ più simile alla fantascienza. Dopo vent’anni l’IA ha fatto passi da gigante tali da ingannare gli esseri umani.

Gli allenamenti

Nel 1985 il mondo dell’informatica era dominato da veri e propri pionieri. Nonostante i computer esistano da decenni la loro diffusione planetaria è ancora agli inizi.
È in quegli anni che, alla Carnegie Mellon University, venne ideato il ChipTest un computer in grado di giocare a scacchi. Uno sport scelto non a caso: gli scacchi si fondano sulla logica e sulla matematica, l’habitat naturale per i calcoratori. Il progetto piacque talmente tanto da suscitare l’interesse della IBM che, 4 anni più tardi, decise di assumere i padri del progetto scacchistico per proseguirlo. Così si arriva al 1996 quando il successore del ChipTest, chiamato Deep Blue, lancia il guanto di sfida al campione mondiale in carica Garry Kasparov.
Il match, il primo del genere nella storia, si disputa il 10 febbraio a Philadelphia e finisce con una vittoria in rimonta per l’uomo.

La rivincita

Come per i bambini, anche per i computer imparano con l’esperienza. Gli schemi del Deep Blue vennero redatti partendo dalle osservazioni dei più grandi scacchisti dell’epoca. Da ogni errore s’impara e da ogni sconfitta si esce più forti, almeno questo è ciò che pensavano all’IBM. La macchina, infatti, pretese la sua rivincita e in una calda giornata primaverile newyorkese si svolse un vero e proprio duello all’ultima pedina. Da una parte il pluripremiato russo mentre dall’altra il monolitico sfidante.

Il duello, sviluppatosi in sei partita, fu avvincente: l’uomo riuscì a vincere la prima, perdere la seconda e pareggiare la terza, la quarta e la quinta. Arrivati alla sesta partita il parziale recitava Kasparov 2,5 – Deep Blue 2,5.
Lo scontro finale colse di sorprese gli osservatori, giunti da tutto il mondo per assistere all’incontro. Il campione in carica dopo solo un’ora di gioco abbandonò il tavolo, spiazzato dalle mosse del cervello di silicio.

Successo sospetto

Una vittoria tanto strepitosa quanto inaspettata: il prodotto dell’IBM riuscì a scardinare la solida difesa eretta dal campione costringendolo alla resa. La creatività delle mosse digitali era tale che il rivale affermò:

“Mi sembrava di stare giocando una partita con un essere alieno”

Kasparov non prese bene il risultato: accusò la IBM di aver “aiutato” il computer con un tutor umano. Un sospetto alimentato anche dalla “non presenza” del rivale elettronico sul ring. Il super-computer, che a prima vista sembrava un enorme armadio nero, si trovava infatti a chilometri di distanza e le mosse venivano trasmesse da terzi.  I sospetti di brogli si fecero più insistenti quando la compagnia, che si rifiutò di concedere la rivincita, non fornì i dati relativi all’incontro.
Nel 2003 venne realizzato un documentario, con testimonianze inedite, che confermava i sospetti dell’ex sovietico. La vittoria di Deep Blue sarebbe stata una mossa di IBM per accrescere il valore in borsa delle sue azioni.

Computer
IBM Deep Blue

L’inarrestabile ascesa?

Dopo ventun anni il mondo dell’intelligenza artificiale è cambiato molto, i passi da giganti sono talmente tanti da risultar difficile farne una lista. I computer non sono più armadi a muro pesanti una tonnellata, assomigliano oramai a leggeri orologi da polso. I successori di Deep Blue oggi non solo riescono a confrontarsi con l’uomo ma anche a raggirarlo.
Il 9 marzo 2018 Google ha sbalordito il mondo intero presentando l’ultimo risultato delle sue ricerche sull’IA, Google Duplex. Si tratta di un’assistente vocale (simile a quello già presente in molte auto) talmente avanzato da prenotare un appuntamento “spacciandosi” per umano senza farsi beccare. Dopo aver studiato milioni di conversazioni tra persone in carne e ossa, tramite un processo definito “machine learning”, il computer è riuscito a riprodurre delle disfluenze. Si tratta di una caratteristica del linguaggio umano, quei piccoli suoni (uhm, etc, ehm) che rallentano il normale discorso. Un dettaglio che rende le conversazioni più “umane”.

Perché?

Passano i decenni ma la capacità delle tech company statunitensi di stupirci rimane. Così come nel ’97 la partita a scacchi sollevò molti dubbi sulla necessità di insegnare ad un mega strumento informatico un gioco da tavolo, oggi Google Duplex riapre il dibattito su queste tecnologie. Perché stiamo insegnando ad una macchina come prendere un appuntamento nel modo più “naturale” possibile? Non tutti abbiamo una segretaria e non tutti abbiamo bisogno di un intermediario per parlare con un’altra persona. Certamente è più utile per “raccogliere” le chiamate: una pizzeria potrebbe usare Duplex per ricevere e sistemare gli ordini dei clienti. Non si vede comunque l’utilità di rendere l’artificiale così simile all’originale.
Allo stesso modo non si intuisce il perché delle ricerche che mirino a rendere i robot degli umanoidi, con fattezze umane sempre più accurate.

Chissà un giorno, magari, a queste domande potrà rispondere direttamente Siri (o HAL 9000).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *