“Don’t be evil”: Google, il Pentagono e i 12 licenziamenti di protesta

Dear Sundar,
We believe that Google should not be in the business of war.
Così si apre la lettera inviata dai dipendenti di Google al CEO Sundar Pichai: “Crediamo che Google non dovrebbe entrare nel business della guerra”. Pubblicata prima dall’International Committee for Robot Arms Control, poi dal New York Times il 4 aprile, vanta ben quattromila firme. Questa si fa carico di rappresentare tutte le preoccupazioni dei lavoratori circa il supporto offerto dalla grande Tech Company al Pentagono – ovvero il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti – nel contesto del Progetto Maven.
 
Da due mesi a questa parte, è evidente che la protesta si sia rivelata un fallimento. Di fatto, la società continua a portare avanti il progetto come se nulla fosse.  Questo marcato disinteresse del Top Management ha portato, in questi giorni, al licenziamento di ben dodici dipendenti.

Il Progetto Maven

Nello specifico, l’ingaggio di Google riguarda lo sfruttamento della piattaforma di intelligenza artificiale TensorFlow ai fini di migliorare il riconoscimento degli oggetti catturati dalle telecamere dei droni dell’esercito statunitense in missione sulle aree interessate dai conflitti. Il timore degli ingegneri è che i sistemi di intelligenza artificiale implementati nei droni non si limitino solo a classificare le immagini, ma permettano agli aerei senza pilota di lanciare armi una volta identificato il bersaglio. Comunque, pur non essendo attualmente coinvolti nell’atto vero e proprio di attaccare, questi droni indicano dove e su chi sparare o far esplodere gli ordigni,  attraverso la una precisione ancor più millimetrica fornita per l’appunto dall’IA.

Tutti elementi che hanno sollevato, giustamente, questioni etiche di spessore per i dipendenti impegnati nella realizzazione del progetto. Tanto da spingerli ad una protesta pubblica e largamente condivisa, e perfino ai recenti licenziamenti.

Le risposte (mancate) di Google

Il silenzio del Top Management è assordante. Non soltanto per chi è coinvolto professionalmente nel progetto, ma anche per i poveri ignari in tutto il resto del mondo. Fin dove può spingersi la tecnologia di cui è a conoscenza la Società? Quanto sono disposti a mettere il progresso tecnologico al servizio di soluzioni belliche?

L’unica difesa che Google ha avanzato finora è che la collaborazione non prevede un uso offensivo della tecnologia. Poi, la piattaforma di intelligenza artificiale TensorFlow è open source, per cui il Pentagono potrebbe usarla indipendentemente dal coinvolgimento diretto di Google.

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Da una più ampia prospettiva di strategia aziendale, mettere fine al Project Maven potrebbe significare la perdita di un’altra e ben più succosa collaborazione. Attualmente, Google è fortemente interessata a vincere una gara d’appalto indetta proprio dal Pentagono. Il Joint Enterprise Defense Infrastructure (JEDI), è l’infrastruttura cloud messa a gara che Google insegue ad ogni costo.

Le parole dei dipendenti

L’accordo col Pentagono, secondo i tremila dipendenti, è in netto contrasto col motto aziendale “Don’t Be Evil” (letteralmente “non essere malvagio”).
 
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Secondo i firmatari, tra i quali compaiono decine di ingegneri senior, l’adesione a Project Maven «danneggerà irreparabilmente il marchio di Google e la sua capacità di competere per talento».
 Alcuni dipendenti hanno dichiarato al quotidiano tech Gizmodo:
«Google non è una piccola start up di machine learning che cerca clienti in campi diversi. È meglio per Google e per la sua reputazione stare fuori da questo progetto»

 «Negli ultimi due mesi  sono stato sempre meno impressionato dalle risposte dell’azienda e dal modo in cui le nostre preoccupazioni vengono trattate e ascoltate. Mi sono reso conto che il modo migliore per manifestare il mio dissenso era andare via»

Le richieste

Per ristabilire la pace all’interno dell’ambiente di lavoro, le richieste dei dipendenti sono:
  • Porre fine al Project Maven condotto in collaborazione con il Dipartimento della Difesa;
  • impegnarsi a non sviluppare tecnologie militari e a non consentire l’utilizzo dei dati personali raccolti per operazioni militari;
  • garantire la non partecipazione e il non supporto allo sviluppo, alla realizzazione, al commercio e all’utilizzo di armi autonome, assicurando il sostegno alla loro messa al bando.

La lettera

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Giulia Carnevale

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