Gig economy: storia di lavoratori senza diritti

L’incidente di Milano

Francesco Iennaco, fattorino Just Eat, dopo l’incidente
Fonte: ilmattino.it

È una notizia di pochi giorni fa quella di un ventottenne, fattorino di Just Eat, scivolato con lo scooter sotto un tram in Via Montegani, a Milano. Il ragazzo è stato liberato grazie al soccorso del personale del 118, dei vigili del fuoco e della polizia locale ed è stato trasportato al Policlinico, dove si è resa necessaria l’amputazione della sua gamba dal ginocchio in giù. Aldilà della dinamica specifica dell’incidente, la vicenda ha stimolato ulteriormente il dibattito sulla posizione dei cosiddetti gig worker, ovvero gli impiegati nell’ambito della gig economy. Ma di cosa si tratta?

La gig economy

Gig economy è un neologismo che individua quei settori lavorativi in cui, in mancanza di prestazioni continuative, è previsto un lavoro on demand. Accantonato il concetto di posto fisso, il gig worker svolge la propria prestazione solo quando sono richiesti i suoi servizi o prodotti. La gestione fra domanda e offerta viene gestita attraverso meccanismi multimediali, come siti e applicazioni, e il pagamento avviene a cottimo. La traduzione letterale di “gig economy” sarebbe “economia dei lavoretti”. Questo fenomeno ha prodotto un cortocircuito nel mondo del lavoro a partire dal momento in cui a richiedere queste prestazioni sono state grandi multinazionali. Pensiamo a Uber, relativamente ai servizi di trasporto alternativi ai taxi, o alle società che offrono servizi di spedizione di pasti, come Just Eat. Questi colossi fanno riferimento a una rete di gig worker cui si rivolgono quando hanno bisogno di fornire un servizio, ma che non sono lavoratori dipendenti.

Senza regole

L’inquadramento giuridico dei gig worker è un tema tutt’altro che semplice da risolvere. Ma nell’attesa di una risposta a questo quesito, si consuma quotidianamente lo sfruttamento di migliaia di lavoratori. Ne sono un perfetto esempio i rider – cioè i fattorini – delle società di food delivery. Oppressi da meccanismi di valutazione interna che minacciano la fine della collaborazione in base alle loro prestazioni, non possono permettersi di rifiutare troppe richieste di consegna o di chiedere di saltare un turno già programmato per motivi di salute o per le condizioni meteo avverse. Pagati quattro o cinque euro l’ora, monitorati negli spostamenti, privi di assicurazione sanitaria e responsabili del danneggiamento o della perdita della merce. Devono pagarsi il mezzo di trasporto, la sua manutenzione e la benzina. Dove mancano regole, come sempre, sopperisce la legge del più forte: il colosso dell’economia che sfrutta tutto ciò che può, senza guardare in faccia nessuno.

La lotta per i diritti

Riders Union Bologna
Fonte: wired.it

Quando, nello scorso novembre, a Bologna, nonostante una robusta nevicata, le società di food delivery hanno chiesto ai propri riders di effettuare ugualmente le consegne, ha preso vita la Riders Union Bologna, un sindacato dei fattorini nella città emiliana. Sono così cominciate le prime battaglie dei gig worker, nel tentativo di ottenere quei diritti e quelle tutele che gli sono negati. I riders di tutta Italia sono sempre più consapevoli delle loro condizioni lavorative e le rivendicazioni si sono moltiplicate. Pochi giorni fa, il tribunale di Torino si è espresso su una causa intentata da sei ex-fattorini di Foodora, altra società di food delivery. I sei chiedevano il riconoscimento della loro posizione di lavoratori dipendenti e non autonomi, da cui sarebbe derivata l’illegittimità del licenziamento subito. Chiedevano, inoltre, alla giustizia di esprimersi sulla sicurezza delle condizioni di lavoro e sul sistema di controllo satellitare dei fattorini, in violazione della privacy.

La sentenza Foodora

Fonte: tiscali.it

Il tribunale ha deciso contro i fattorini, sostenendo che “non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa” e non erano “sottoposti al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro”. In altre parole, è stato escluso che si tratti di lavoro subordinato. Ma così facendo il tribunale non considera la pressione che il ranking interno alla società esercita sui rider. La scelta di rifiutare un incarico non è, cioè, priva di conseguenze sul versante lavorativo, come accadrebbe per ogni altro lavoratore autonomo. La posizione dei fattorini rimane confinata in una zona grigia dell’ordinamento. Né subordinati, né autonomi, la sentenza definisce una situazione di lavoro parasubordinato, ma non mancano i dibattiti sul tema fra gli esperti della materia.

Occorrono soluzioni

Per quanto questa prima sentenza sulla gig economy appaia importante, essa sarà senza dubbio seguita da altre decisioni. Sarebbe auspicabile, su un tema così delicato, un intervento direttamente a livello normativo, che eviti di investire la giurisprudenza di una funzione lato sensu legislativa. Occorre intervenire per garantire il rispetto di diritti essenziali dei lavoratori, che l’evoluzione della realtà è riuscita a mettere in questo caso da parte. Esattamente 48 anni fa, il 20 maggio 1970, veniva approvata la legge numero 300, nota come statuto dei lavoratori. Dopo tanti anni da una simile conquista, sono ancora necessari passi avanti nella tutela dei prestatori di lavoro. O, se non altro, sarebbe già importante evitare di fare passi indietro.

-Francesco Runello

Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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