C’era una volta il partito democratico

Il Partito Democratico è un grande contributo al Paese, ai milioni di donne e di uomini che hanno deciso di andare oltre il passato, pure glorioso, dei partiti legati alle storie nobilissime del secolo scorso, per entrare finalmente nel futuro. (…) Il PD sarà un esempio riformista per tutta l’Europa.

Questo è un estratto delle parole che Romano Prodi pronunciò a Milano il 27 ottobre 2007, il giorno del battesimo al Lingotto, il giorno del plebiscito veltroniano. Quanto sembrano lontani quei tempi, tempi di fermento ed eccitazione. L’idea di un partito riformista contemporaneo, uno spazio concreto di dialogo costruttivo e propositivo, in grado di affrontare le sfide del nuovo millennio: dalla globalizzazione ai nuovi diritti, dal lavoro ai cambiamenti climatici, un incubatore di idee capace di racchiudere i valori del socialismo europeo, del mondo cattolico e popolare; basato, citando lo statuto su libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà e rispetto.

Sono passati undici anni, ma di quel partito che si riprometteva di superare l’anacronismo latente che imperniava la politica italiana resta ben poco. Nessuno è esente da colpe, i cesaricidi si contano a decine. Un partito costituito dalle menti più brillanti che ha preferito adottare logiche antiquate e prendere scelte scriteriate, come ad esempio cementificare il consenso non sulle idee e la condivisione popolare, ma sull’appoggio dei signorotti locali figli della vecchia sinistra, in una logica feudale che ha inaridito la struttura, determinando uno scollamento totale con la base elettorale e portato il PD all’irrilevanza politica.

Un esempio? Prendiamo quell’Enna democratica nata nel 2017 e figlia di colui che sostiene di poter vincere nel capoluogo ennese “col proporzionale, col maggioritario, col lancio dei dadi e anche con la monetina“. Cheapeau. 

Un partito che flirta con il suo ego smisurato, propagandando non molto velatamente una superiorità morale che sarà pur tangibile agli occhi di molti, ma che finisce per sgretolarsi alla vista di un governo con un Verdini da una parte o con un enfant prodige della politica nostrana come Angelino Alfano dall’altra.

Un PD che, durante le elezioni del 4 Marzo scorso, in una lotta fratricida senza esclusione di colpi, consacra un sodalizio storico tra il figlioccio di Forlani in veste PD, Casini, e la rossa Bologna. Un partito che ha tanti padroni ma nessun vero leader, in cui i numeri sono più importanti delle idee. Lo ha dimostrato l’ultima Assemblea Nazionale, con renziani (quasi il 60% delle preferenze, in netto calo rispetto al passato), Areadem e Dems a darsi battaglia tra ordini del giorno stravolti e direttive di palazzo.

Un partito che, conscio delle batoste subite, continua a preferire l’eutanasia politica alla ripresa, in una sorta di circolo masochistico che ci fa dubitare sulla stabilità mentale dei suoi governanti o, più verosimilmente, sulla loro caratura politica e sulla loro lealtà verso quei valori che hanno, tempi addietro, promesso di portare in auge.

Chiederei loro di visitare le periferie e le sezioni di quartiere, i circoli e le associazioni affiliate, di parlare con i milioni di iscritti che si sentono traditi: dai giovani, sempre più spaesati e sfiduciati, ai vecchi, rassegnati e chiusi nella loro ottusa ricerca di commiserazione. Chiederei ai vari Bersani e Grasso se un 3% di consensi può giustificare l’abbandono della barca e la rinuncia al confronto interno. 

Per molti quel sogno nato undici anni fa non è ancora morto, oscilla tra la sopravvivenza deprimente e la carità più degradante, in un atto più romantico che ragionato, minacciato dal proselitismo renziano, dall’inconsistenza dell’opposizione interna, da un dialogo fondato sull’ego e da una totale incapacità nel mettersi d’accordo (vedi lo stallo decretato dai renziani sabato scorso e i fischi assordanti conseguenti) e avere una linea comune, nel rappresentare la vera alternativa che molti invocano a gran voce.

Nel suo discorso all’assemblea Nazionale, il reggente Martina ha citato le parole di un filosofo francese, “La Sinistra chiama troppo spesso populismo tutto ciò che fatica a riuscire a comprendere“. Bene, alla luce di questa considerazione, a mio modesto parere, il Partito Democratico si sta trasformando, ahimè, nella cosa più populista che abbia mai visto.
Fermateli. Fermate questa Sinistra prima che riesca a fare quello in cui è più brava: autodistruggersi.

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