Vacanze (piovose) romane: cronaca di un sabato diverso

Sono le sette del mattino. Il cielo sembra cadere in pezzi, la pioggia scroscia senza fine. Un risveglio inusuale. Eppure affascinante, perché nonostante la tempesta, i nostri protagonisti stanno aprendo gli occhi a Roma, la splendida Città Eterna.

C’è molta insicurezza sul cosa fare, sul come comportarsi ed affrontare la pioggia battente. Sembra non finire, sembra non attenuarsi. Un fulmine si abbatte poco lontano dall’abitazione in cui alloggiano. Cosa potremmo fare?, ci si chiede dubbiosi. Ma la risposta è già chiara, fin troppo ovvia. Siamo a Roma. Siamo in una delle città più belle del mondo. Non ci staremo per molto. Non possiamo permetterci di perdere nemmeno un attimo, dopo averlo atteso così a lungo. Cosa sarà mai un po’ di pioggia?

E così ci si avventura. Si fa una rapida colazione, si corre da sotto un balcone all’altro, sotto un ombrello praticamente inutile considerata la pioggia battente che arriva da ogni lato. Si sale sul tram che lascia al piazzale Flaminio, di fronte la splendida Piazza del Popolo. Da lì, si scende velocemente alla stazione metro, scampando per un po’ alla tempesta. Direzione: la fermata Ottaviano, a poche centinaia di metri dalla piccola ma imponente Città del Vaticano. 

Fermatisi al Vaticano, il tempo sembra sorridere. Spunta un timido sole, la pioggia si fa fine, sopportabile.

Dalla metro a San Pietro è una lunga camminata in un’unica direzione, sempre avanti. Si intravede un colonnato, poi una delle due fontane. Poi, il monumentale obelisco, che sembra toccare il cielo. Infine, guardando alla propria destra, eccola lì: la Basilica di San Pietro, il centro del cristianesimo nel mondo. Credenti o no, la fede è tangibile: tra i turisti, pazientemente in attesa per ammirare il grandioso edificio sacro, spiccano gruppi di fedeli venuti dall’altra parte del mondo per assistere anche solo per poco alla sacralità del luogo, alla profonda beatitudine che esso ispira.

Passa un’ora di fila, però. Passano due ore. Piove, smette, riprende. Sono le undici e mezza, e la basilica chiude all’una. Non ci si arriverà mai. Basta uno sguardo d’intesa, e via che ci si toglie dalla fila, si fa un rapido spuntino sotto il colonnato del Bernini, e si corre verso la metro. Nuova direzione? Piazza di Spagna.

Fermata Spagna, si gira l’angolo, si svolta ancora verso sinistra. E quasi per caso, ci si ritrova davanti alla maestosa scalinata che porta alla chiesa di Trinità dei Monti, che guarda dall’alto tutta Roma, la sovrasta.

La scalata, seppur dia l’impressione di essere pesante, è in realtà molto veloce. Più difficile è passare attraverso le migliaia di turisti seduti tra gli scalini, senza rovinare le foto, senza perdere l’equilibrio per i vari ostacoli in giro. Ma una volta arrivati su, è quasi come arrivare in un mondo diverso. Innumerevoli vasi di fiori, messi in vendita per i turisti o semplicemente per i romantici. Musicisti che suonano alcune delle melodie più conosciute. Artisti che dipingono ritratti e panorami romani. È più di un sogno, è un’onirica realtà. La chiesa è molto bella, lo è ancora di più il gran panorama visibile appena varcato il portone d’uscita. Il sole splende su Roma, in questo momento, la tempesta sembra non esserci mai stata.

Si torna indietro, si pranza, ci si avventura di nuovo verso il tram e poi verso la metro, stavolta cambiando linea alla stazione Termini. Direzione, Colosseo.

Comincia a piovere, il cielo è di quel grigio particolare che non promette nulla di buono ma che allo stesso tempo è spettacolare durante i tramonti. Il Colosseo si staglia di fronte alla fermata della metropolitana, da cui è difficile uscire per via dell’accalcarsi dei numerosissimi turisti. Infine però eccolo, bellissimo, quasi irreale mentre il sole comincia a tramontare. Un arcobaleno saluta i visitatori, per la delizia dei fotografi. È uno scenario fantastico, maestoso. 

Si fa però sera, si cammina, poco distante dal Colosseo si ha il tempo di ammirare, purtroppo chiuso, il Vittoriano. Maestoso, candido, fa sentire realmente piccoli. Ci si volta per tornare verso la metro, ma ci si rende conto che, a qualche chilometro, si trova Piazza del Popolo, il punto di partenza. Può davvero finire mai la giornata, sapendo che c’è la possibilità di fare una passeggiata piuttosto che percorrere Roma sottoterra?

E così parte l’ultima ma splendida passeggiata verso la fermata del tram, chilometri attraverso Via del Corso.

Negozi aperti fino a tardi, gente, tanta gente, il Vittoriano che si allontana. Una traversa familiare, improvvisamente, attira l’attenzione. Un rombo lontano conferma ciò che forse ci si aspetta. Si corre, comincia a piovere ma non importa, sappiamo cosa c’è lì, ci si dice. Ed eccola, infatti. Splendente, illuminata, marmo bianco nella notte scura. La Fontana di Trevi, capolavoro eterno, maestosa sotto la pioggia scrosciante. Uno dei luoghi più desiderati da vedere prima di partire, scoperta così, per caso. La meraviglia è unica nel suo genere.

Si torna indietro a malincuore, un frappè alla Venchi e una lunga strada verso il tram, che poi porta all’albergo. 30000 passi all’incirca, segna il contapassi del telefono. Mai abbastanza, forse. Ci sarebbe di più, molto di più. Per andare per Roma, per l’eternità unica della Capitale, le ore non bastano, dormire forse è il peccato più grande da commettere. Mancano altri giorni, ci si dice. Ma una cosa è sicura: questo sabato non sarà mai e poi mai eguagliato.

Maya Rao

Maya Rao

Musicista dall'animo rock, vive per viaggiare ed è amante di ogni espressione dell'arte. Vede un'avventura all'orizzonte ogni volta che varca il portone di casa propria. Ama scrivere di viaggi, musica, arte, astronomia ed eventi; è quasi sicuro che agli eventi di cui parlerà, in un modo o nell'altro sarà sempre presente. I viaggi descritti sono realmente avvenuti, le emozioni raccontate sono state realmente provate; scopo dei suoi resoconti è far vivere al lettore una parte delle proprie avventure e, con esse, una parte del suo modo di vedere il mondo.

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