Diritti e lavoratori: il caso dei riders italiani

Negli ultimi mesi hanno fatto scalpore le numerose vertenze (caso dei braccialetti di Amazon o dei riders bolognesi), più volte riprese da media e stampa di rilevanza nazionale, che hanno interessato i giganti della Gig economy e della Net economy. Un mondo che giorno dopo giorno vede sfornare nuove realtà promettenti pronte ad affiancarsi a colossi già consolidati del settore come: Airbnb, la famosa piattaforma che permette l’affitto temporaneo di camere; Uber, l’app che ti permette di utilizzare trasporti privati alternativi ai taxi; Amazon, la celebre piattaforma di e-commerce; e poi Deliveroo, Just Eat o Foodora. E proprio su questi ultimi focalizzeremo la nostra attenzione.

Cosa sono queste nuove realtà?

In primis, cosa intendiamo con Gig economy e Net economy? Per i non addetti ai lavori, la Gig economy è un modello economico sempre più diffuso dove le prestazioni lavorative continuative vengono sostituite con prestazioni occasionali, part-time, saltuarie, giustificate dalla ricerca di competenze e gestite da piattaforme, app o network computerizzati. La Net economy, invece, riguarda un settore in cui le imprese creano, gestiscono o sfruttano le moderne tecnologie di informazione e comunicazione. La nascita di queste nuove realtà ha determinato il proliferare di imprese moderne, dinamiche e dalle alte prospettive di crescita e fatturato, con oggetto, però, rivendicazioni quanto mai antiche, come la richiesta di un salario adeguato alla prestazione svolta, copertura assicurativa, stabilità contrattuale, limiti all’orario di lavoro, riconoscimento della posizione lavorativa e delle tutele ad essa ricollegate.

Il caso dei riders italiani

Emblematico il caso dei riders (i fattorini in bicicletta che fanno consegne a domicilio, per intenderci) delle imprese di food delivery, da mesi in prima linea nell’invocare il riconoscimento della natura subordinata del loro rapporto di lavoro come base per l’accesso alle tutele minime previste dalla legge. Un primo passo positivo è stato fatto una settimana fa, con l’apertura di un “tavolo di discussione” alla presenza del neo ministro del lavoro Luigi di Maio. “I cicli fattorini sono il simbolo della nostra generazione vittima delle leggi sulla precarietà” ha dichiarato il neo ministro. Un bello spot elettorale, certo. Ma quello che più preme, aldilà del colore partitico, delle diffidenze reciproche o delle chiacchiere dei salotti di Barbara d’Urso, è constatare come l’agenda politica abbia finalmente dato voce a tutte quelle migliaia di persone che sono oppresse dalla piaga del precariato e da impieghi caratterizzati da introiti minimi e con zero possibilità di crescita professionale. Non solo ragazzi alla prima esperienza lavorativa, sia chiaro, ma anche uomini di mezz’eta e disoccupati cronici che chiedono solo ciò che gli è dovuto: più diritti. Il diritto di vedersi riconosciuti i giorni di malattia. Il diritto ad un compenso equo e lontano da parametri di caporalato. Il diritto sacrosanto ad un assicurazione. Tutto ciò che può riassumersi nel concetto di dignità.

Il neo ministro del lavoro Luigi Di Maio e il neo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Pur considerando gli interventi attuati col Jobs Act volti a combattere ed eliminare i contratti atipici, croce e delizia di dipendenti e datori di lavoro, la piaga del precariato sopra citata non sembra trovare ancora ostacoli alla sua proliferazione. Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.

Degno di nota, infine, la capacità dei riders bolognesi, milanesi e romani di attivarsi tempestivamente e riuscire, grazie all’utilizzo dei social network, a creare un movimento serio, strutturato e capace di delineare e portare avanti un interesse comune e sensibilizzare non solo l’opinione pubblica, ma anche quella farraginosa mietitrebbia burocratica che noi chiamiamo Stato. Speriamo che questo tavolo di confronto non si riveli un retaggio della campagna elettorale ma permetta ai riders, ai sindacati e alla politica di trovare un punto d’incontro che tuteli gli interessi di tutte le parti in causa.
In un paese che vuole definirsi democratico, la tutela dei diritti, sopratutto di chi sta peggio, non può essere una facoltà, ma un obbligo morale.

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