Depuratori fuori legge – Non trattatela come un’emergenza

L’UE ha nuovamente multato l’Italia per le irregolarità diffuse di cui soffre l’intero comparto per la depurazione delle acque reflue. Un problema antico che rende annualmente parte delle nostre spiagge inutilizzabili recando un grave danno al turismo, specialmente al Sud. È certamente un problema da risolvere con urgenza, ma lo si risolve trattandolo come un’emergenza?

Maxi multa

Nel maggio del 2018 l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia Europa a pagare una multa (l’ennesima) di 74 milioni di euro per non aver completato reti fognari e depuratori. Si tratta di una sanzione mista, composta da una parte fissa (25 milioni) a cui vanno aggiunti 30 milioni per ogni sei mesi di ritardo dalla messa a norma. E c’è andata bene, un’analoga sentenza del 2012 aveva condannato il Bel Paese a pagare una multa ben più salata.
Su l’ultima sentenza (in ordine cronologico) ha pesato anche il fatto che sono stati registrati lievi miglioramenti: il numero delle città italiane (intese come grossi agglomerati urbani) senza fogne o depuratori è sceso da 109 a 74. Comunque insufficienti per la Commissione Europea che è ricorsa nuovamente all’Alta Corte. Come non sono stati sufficienti gli interventi messi in atto sul territorio in questi sei anni (dalla sentenza del ’12),

Il grande malato

I giudici hanno rilevato una generale assenza o inadeguatezza nei sistemi di raccolta e trattamento delle acque urbane. Non è certo l’unica “criticità” presente nel nostro paese: quest’ultima ammenda si va ad aggiungere ai 300 milioni che l’Italia ha pagato per analoghi problemi. Dall’emergenza rifiuti in Campania del 2015 alle discariche abusive non sanate passando per i rifiuti pericolosi non trattati, l’ambiente italico è malato. Tutto questo genera quotidianamente un costo per l’erario di 740 mila euro solo per il pagamento delle penali inflitte dalla Comunità Europea. Per non parlare delle pene solo “minacciate”: l’UE ha intimato l’apertura di una procedura d’infrazione per la pessima qualità. Non indifferenti sono anche i costi che il servizio sanitario nazionale deve sobbarcarsi per curare coloro che si ammalano a causa dell’inquinamento. A noi spetta, ad esempio, il record europeo di decessi causati dallo smog: 84.400 morti all’anno secondo l’Agenzia UE per l’ambiente.

Urgenza nazionale

Per quanto sia il Sud la parte messa peggio, il problema non conosce distinzione geografica lungo lo stivale. Nel 2018 quaranta comuni non hanno la fogna, centri urbani sparsi su tutta la penisola. I rifiuti liquidi prodotti da 400.000 persone non vengono trattati e finiscono anche in mare, quella risorsa turistica fondamentale specialmente per il meridione che andrebbe tutelata. Va anche peggio se si considera le municipalità senza depuratori: 342 i comuni che non ne hanno uno. Quando invece il depuratore c’è non funziona bene con il rischio di rilasciare in ambiente i pericolosi fanghi (scarti del trattamento) anche industriali, quelli più dannosi. Tra quelli che non smaltiscono i propri fanghi ci sono i comuni del Sud (come Giardini Naxos) ma non manca all’appello il Settentrione compreso il territorio di Courmayeur.
In questo contesto di “irregolarità diffusa” la parte da leone la fa la Sicilia. Come vi raccontavamo in questo articolo, la maggior parte dei comuni siciliani non depura le acque come dovrebbe. Delle 74 criticità succitate, 48 si registrano nella sola Trinacria seguite dalle 13 della Calabria.

idraulico

Perché non va vissuta come un’emergenza?

Se siete arrivati a questo punto vi starete ponendo questa domanda. Una prima risposta ce la da il vocabolario quando cerchiamo il senso di questo termine:

emergenza: Circostanza imprevista, accidente, e, sull’esempio dell’ingl. emergency, a particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato, soprattutto nella locuzione stato di emergenza.

Ma cosa c’è di imprevisto o accidentale in questa situazione? La norma europea trasgredita dall’Italia risale al 1991 e dava 6 anni agli Stati membri per adeguarsi. La situazione italica all’alba del nuovo millennio era ancora un disastro e dodici anni dopo (al tempo della prima sentenza) risultava, come detto, critica. Ora siamo arrivati alla seconda condanna, dopo 18 anni dal termine ultimo per adeguarsi. Non è “imprevedibile” ricevere una multa se non si rispettano le regole!

Motivi pratici

Ma aldilà della semplice questione linguistica il problema è più che altro pratico. Lo stato di emergenza comporta la nomina di un commissario per affrontarla. Per questo è stato chiamato il commissario Enrico Rolle a cui sono stati affidati 1,4 miliardi di soldi pubblici per fare i necessari interventi. Però la legge affida alle Regioni la gestione del trattamento delle acque sporche, le loro mancanze sono proprio alla base dell’ammenda. Perciò una volta spesi quei soldi commissariali (al netto di possibili sperperi) saranno le stesse Regioni a doversi fare carico, sul lungo periodo, di gestire gli impianti. Come li gestiranno? Faranno negli anni i necessari adeguamenti tecnologici, anche per sopperire all’evoluzione demografica? Sono domande a cui è difficile dare una risposta. Senza considerare che in passato le gestioni commissariali non sono state esenti da inefficienze. Ne sanno qualcosa in

Parola d’ordine: Pianificazione

È quindi impensabile risolvere definitivamente la questione limitandosi a dare incarichi, poteri straordinari e fondi extra. Ciò che è mancato (e manca) e che ha provocando il danno attuale è allo stesso tempo la soluzione più adeguata per superare l’urgenza: un piano. Una programmazione pluriennale che non si limiti all’oggi e che guardi nel complesso la tematica.
La mancata pianificazione amministrativa è in fondo il grande male della cosa pubblica. Un’assenza che genere la perdita di risorse e il mancato raggiungimento di standard minimi nell’erogazione di servizi alla collettività. Senza contare che le voragini lasciate sui bilanci dalle “pezze” necessarie per affrontare le varie “emergenze” hanno costretto lo Stato a porre dei limiti di spesa.
È proprio per questo che la situazione non va assolutamente trattata come “un’emergenza”, perché non si fa altro che rimandare la risoluzione del problema a data da destinarsi. Si preferisce far pesare le assenze di oggi sulle generazioni future che alla fine si ritroveranno anche senza mezzi per poterle affrontare!

 

-Claudio Abramo

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