Cannabis light: opposizione del Consiglio Superiore di Sanità

La legge 242/2016

L’annoso dibattito sulla legalizzazione della cannabis leggera sembrava giunto ad un termine quando, il 30 dicembre 2016, veniva approvata la legge 242/2016, intitolata “disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. Il legislatore affermava la liceità della coltivazione di alcune varietà di canapa senza autorizzazione, prevedeva sistemi di sostegno e incentivazione, introduceva obblighi per il coltivatore e corrispondenti controlli. In particolare, oggetto di legalizzazione era la cosiddetta cannabis light, contenente una percentuale di tetraidrocannabinolo (THC), compresa fra lo 0,2 e lo 0,6%. Il THC è, infatti, il principale principio attivo della cannabis, dagli effetti antidolorifici, euforizzanti e antinausea. Con questa legge, in vigore dal gennaio 2017, dunque, il legislatore manifestava una presa d’atto dei benefici effetti della coltivazione della canapa.

La prima commercializzazione

Il logo di EasyJoint

Le conseguenze di questa legalizzazione sul mercato sono state rapide e impressionanti. Numerosissime, infatti, sono state in appena un anno e mezzo le attività sorte e finalizzate alla commercializzazione della cannabis light. Alla fiera della canapa di Bologna, nel maggio 2017, si è subito ritagliata un ruolo da protagonista EasyJoint: azienda emiliana, ben presto leader nel settore. EasyJoint si occupa di commercializzare prodotti composti da varie tipologie di infiorescenza di canapa sativa, normalmente utilizzata nel settore tessile o edile. La ricetta prevede un THC rientrante nei limiti normativi e una più elevata percentuale, intorno al 4%, di cannabidiolo (CBD). Si tratta di una molecola della cannabis, che potenzia gli effetti analgesici del THC, riducendo quelli collaterali su frequenza cardiaca, respirazione e temperatura corporea. Producendo un effetto sedativo, i prodotti venduti sono finalizzati al semplice rilassamento, senza conseguenze psicoattive.

Il boom fra brand e coffee shop

Nei primi giorni successivi al lancio, ha spiegato Luca Merola, uno degli ideatori di EasyJoint, giungeva una richiesta di ordine ogni 30 secondi. In appena un mese i barattoli di cannabis light venduti superavano le 20mila unità. Facile comprendere quindi perché le aziende impegnate nel settore siano cresciute in breve tempo esponenzialmente. A fronte di oltre trecento marchi registrati, si contano anche più di mille posti di lavoro assegnati e una cifra approssimabile a 6 milioni, per quanto concerne le entrate fiscali per lo Stato. Proliferano contestualmente i coffee shop per consumare o acquistare prodotti finiti a base di canapa o sementi. EasyJoint, a titolo esemplificativo, conta più di 450 punti vendita.

Una questione sociale

  • Ma per tali aziende il tema non è solo una questione di lucro. Per molte si tratta di una vera e propria missione sociale, un’operazione finalizzata a stimolare la definitiva legalizzazione del prodotto. Non mancano dunque gli oppositori, per ragioni etiche e per ragioni politiche, come è facile comprendere, ma anche per ragioni sanitarie. Esperti nel settore della psichiatria hanno messa in guardia i consumatori, sottolineando come non sia corretto ritenere il CBD totalmente innocuo, interagendo ugualmente con specifici recettori del sistema nervoso centrale. Inoltre, è stato fatto notare che la vendita delle sementi impedisce un controllo del THC della canapa coltivata a livello domestico. Qualcuno ha parlato, già ad oggi, di un business sul filo della legalità.

Pro e contro

Tuttavia, la scelta di una vera e propria legalizzazione del prodotto non può che passare da valutazione più ampie. Numerosi studi cercano, innanzitutto, di comprendere se la legalizzazione possa aumentare o diminuire il numero dei consumatori. Le esperienze estere sembrano dimostrare che la diminuzione del consumo da molti pronosticata non si sia verificata, ma rimangono incertezze. Sicuramente l’operazione sarebbe positiva per il fisco, nonché per il controllo sui prodotti, che potrebbero essere regolarizzati ed etichettati per essere meglio conoscibili. Effetti benefici si immaginano anche in materia giudiziaria. Diminuirebbero i reati connessi sia alla commercializzazione in senso stretto, sia alla violenza usata per risolvere le dispute commerciali, con conseguente riduzione del sovraffollamento carcerario. Probabilmente la criminalità organizzata continuerebbe a esercitare una qualche influenza nel settore, attraverso mercati paralleli, ma con minore intensità. Infine, è temuta la possibile progressione verso il consumo di droghe più pesanti.

Il parere negativo del Consiglio Superiore di Sanità

Giulia Grillo, Ministro della Sanità
Fonte: wikipedia.org

Il 21 giugno, il Consiglio Superiore di Sanità (Css) si è espresso sulla cannabis light con un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute. Il Css ritiene che “la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, non possa essere esclusa”. E ancora “non appare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione”. Sul tema della commercializzazione, sostiene inoltre che tra le finalità della coltivazione della canapa industriale previste dalla legge 242/2016 “non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico”. Al netto delle opinioni critiche o favorevoli che ha sollevato tale parere, la decisione spetta ora al Ministero della Sanità.

 

L’incertezza non giova a nessuno

In attesa, dunque, di conoscere quello che sarà il destino della cannabis light e, conseguentemente, della sua commercializzazione, una riflessione è d’uopo. Sarebbe senz’altro opportuno che le istituzioni si muovessero su questo terreno con la dovuta cautela e senza procedere a tentoni. Il fenomeno del consumo della cannabis deve essere trattato con posizioni forti e decise. Ammettere la legalizzazione significa portare avanti un serio progetto sociale non certo irretrattabile, ma che sembra insensato interrompere dopo un tempo così breve. Le conseguenze sulle aziende che hanno investito nel settore sono solo una delle macroscopiche conseguenze negative di una volontà ondivaga delle istituzioni. Certamente sarebbe stato più opportuno valutare con attenzione le posizioni di un organo qualificato, come il Css, prima di approvare la legge 242/2016. Possiamo solo auspicare che qualunque linea venga adottata sia dunque chiara e definita, al netto di ogni polemica.

-Francesco Runello

Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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