Abolizione della riforma Fornero: scelta a breve o lungo periodo?

Il dibattito sulla legge Fornero, e quindi sulle pensioni è un tema caldissimo del nostro scenario politico. Ci si è confrontati a lungo sulla possibilità di tenere in vigore la riforma o abrogarla. Nella parte finale del contratto di governo pattuito dai due schieramenti Lega e M5S si è arrivati alla conclusione che tale riforma deve essere abolita. Ma non bisogna dimenticare che l’Italia è il Paese che in Europa spende di più per le pensioni dopo la Grecia. Una tendenza che rischia di peggiorare, con conseguenze potenzialmente disastrose

La riforma Fornero

La riforma Fornero è parte del decreto legge Salva Italia varato dal governo Monti a fine 2011. In primis, la riforma impone il sistema di calcolo contributivo nella creazione delle pensioni dei lavoratori, anche per coloro che beneficiano della riforma Dini. La riforma Dini permetteva di costruire le pensioni mediante il sistema retributivo molto più generoso del sistema contributivo.

La pensione viene ormai calcolata in base ai versamenti effettuati dal lavoratore e non agli ultimi stipendi percepiti, da molto tempo. Però con la riforma Fornero si è di fatto accelerato di qualche anno il passaggio al sistema contributivo previsto già dalle precedenti riforme che invece prevedevano il graduale slittamento da un sistema all’altro.

Inoltre la riforma prevedeva un punto che ha destato notevole scalpore e da cui sono nati numerosi dibattiti: l’innalzamento dell’età pensionistica, stabilendo nuovi requisiti per la “pensione di vecchiaia”.

Inoltre abolisce la “pensione di anzianità” (in base al numero di anni di lavoro) sostituita dalla “pensione anticipata”.

Gli effetti collaterali della riforma e le critiche

Tra gli “effetti collaterali” della Riforma Fornero il problema è causato dagli esodati. Stiamo parlando di lavoratori che avevano sottoscritto accordi che prevedevano il pensionamento di vecchiaia anticipato con i requisiti precedenti alla riforma. Ma con l’introduzione della riforma e quindi con il conseguente innalzamento dei requisiti; costoro sono rimasti senza più stipendio e senza ancora pensione, per alcuni periodi di tempo.

I critici della Riforma hanno inoltre sottolineato come la manovra sulle pensioni non sia riuscita a contenere la spesa pensionistica italiana, pari a oltre il doppio della media europea in proporzione al Pil, salita dal 15% del 2011 fino a oltre il 17% del prodotto interno lordo.

 

Abolizione della Fornero

Il nuovo Governo sta già elaborando le prime misure per riformare la materia delle pensioni. La promessa di abolire la legge Fornero è tra le finalità di questo esecutivo, anche se dal punto di vista pratico il passaggio al nuovo regime sarà graduale. Con l’avvento del nuovo esecutivo sono state apportate notevoli novità nell’ambito pensionistico. Novità sulla carta, chiaramente. Le più notevoli sono: la quota 100 che permette di andare in pensione se la somma dell’età del lavoratore e degli anni di contributi versati è pari a 100, la quota 41 che tiene conto solo degli anni contributivi, la proroga di opzione donna che anticipa i tempi della pensione delle lavoratrici e infine la nona salvaguardia che conserva le regole dell’ottava per determinate categorie di lavoratori.

Una visione a lungo termine

Con la riforma Fornero il sistema pensionistico è stato lanciato su una traiettoria di sostenibilità. Però il rapido invecchiamento della popolazione potrebbe far lievitare la spesa pensionistica a livelli di potenziale criticità. Sono delle previsioni del tutto veritiere. Basta vedere alcuni dati per capire che l’Italia sta invecchiando sempre di più.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale ha elaborato due scenari basati su ipotesi  pessimistiche.

Nel primo scenario, in cui la popolazione invecchia più rapidamente, la spesa pensionistica cresce dall’attuale 16% del PIL ad un livello pari al 20% nel 2040.

Nel secondo scenario, in cui ad esempio il tasso di disoccupazione nel Paese rimane più elevato, la spesa pensionistica raggiunge il 18% del PIL nel 2040.

Questi scenari illustrano che la spesa pensionistica potrebbe crescere ulteriormente nei prossimi vent’anni, raggiungendo un picco intorno al 2040, ovvero quando la maggior parte delle persone nate durante il baby-boom andrà in pensione. Se a questo aggiungiamo tassi di natalità bassi, otteniamo una spesa insostenibile se non si prendono le dovute misure oggi.

L’errore che si fa nel dibattito pubblico è quello di guardare al breve periodo e non sul futuro del sistema pensionistico. Si dovrebbero prendere in considerazione diverse ipotesi demografiche e di crescita economica a lungo termine, al fine di ottenere  un quadro più accurato dei rischi che potrebbero attenderci nei prossimi anni.

fonti: il sole24ore

crediti immagine: centrometeoitaliano.it, termometropolitico.

Giuseppe Lombardia

Mi chiamo Giuseppe Lombardia, ho 21 anni e studio economia e commercio all’università di Catania. Sono appassionato di politica e storia.

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