Accade oggi: gli Alleati sbarcano in Sicilia

«Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro egualmente comodo e pratico e comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio». Queste sono le parole che Winston Churchill pronunciò sull’Italia nel febbraio del 1944 in quello che è passato alla storia come il “discorso della caffettiera“. Sono passati quattro anni dalla caduta di Parigi. Tre e mezzo dalla fallimentare Battaglia di Inghilterra (Filippo II e Napoleone insegnano). Un anno da El Alamein. Otto mesi, 10 luglio 1943, dall’avvio dell’operazione Husky, una delle più complesse ed intricate operazioni militari del secondo conflitto mondiale, tappa cruciale per l’abbattimento del regime nazifascista e la liberazione della fortezza Europa. Tra la notte del 9 e del 10 luglio le truppe angloamericane sbarcano in Sicilia sotto l’occhio vigile del generale Eisenhower. Patton e Montgomery sono le due teste calde sul campo, al comando di 180.000 uomini disposti a tutto pur di consolidare una testa di ponte nelle coste siciliane. L’isola è sotto il controllo delle truppe dell’Asse e difesa da quattro divisioni italiane (Assietta, Aosta, Napoli e Livorno) e due divisioni tedesche (la Sizilien e la divisione corazzata Göring, l’incubo degli Alleati nella polveriera Gela). Sono passati 75 anni da quel giorno.

CORRIERE DELLA SERA, 11 luglio 1943

L’operazione Husky è considerata la più grande operazione aeronavale della storia, seconda solo al D-day (1944), nonché il primo vero attacco sferrato dagli Alleati sul suolo nazi-fascista, dopo anni di difensivismo e strenuo contenimento (Dunquerque e Londra per fare un esempio). L’attacco rappresenta agli occhi degli storici il turning point del secondo conflitto mondiale, dato che dopo anni di predominio pressoché totale, via mare e via terra, le forze dell’Asse (Germania e Italia in questo caso) videro capovolti i ruoli fin lì ben consolidati: i difensori, rinvigoriti, pronti a minacciare l’egemonia del Reich sull’Europa continentale dopo aver trionfato nello scacchiere nordafricano, e gli attaccanti, incapaci di prevedere in tempo il corso degli eventi, costretti ad arroccarsi e per la prima volta a difendersi. Non passerà molto prima che un secondo fronte venga aperto (operazione Overlord), con il Reno attraversato e la Germania, quella Germania tanto sicura di sé, oltraggiata ed impaurita. Il Reichstag in fiamme e l’invasore in casa, una cosa impensabile in quel di Baviera.

Da quel 10 luglio gli Alleati occuparono Licata, Gela e Regalbuto, spingendosi sino all’entroterra, e dilagando da est a ovest fino a liberare Catania e Palermo. L’invasione, mascherata da liberazione, fu un successo dal punto di vista strategico e militare, data la peculiare posizione che la Sicilia riveste nel contesto mediterraneo e considerati gli impatti propagandistici positivi derivanti da una sconfitta nazi-fascista in casa, ma dal punto di vista sociale le ripercussioni negative non tardarono ad arrivare. E qui ci ricolleghiamo alle parole di Churchill sopra citate. Sono ben noti i legami tra Alleati e mafia prima dell’invasione. Ancor di più le documentazioni riguardanti compiacenze e accordi, amministrativi ed economici, nella prospettiva ex post. Una gestione opportunistica ed emergenziale. Moralmente inaccettabile. Ma, come sottolineato da esperti dell’epoca, cosa si ci poteva aspettare?

Quelle che segue è un passo, “Il giorno dell’isola liberata“, tratto da un articolo di Repubblica del 10 luglio 2003, a sessant’anni di distanza dallo sbarco alleato.
All’ alba di sabato 10 luglio del 1943 il risveglio dei siciliani fu segnato dal rullo dei tamburi che saliva dalle strade, dai vicoli, dalle piazze dei paesi pieni di sfollati in fuga dalle città bombardate. Il banditore gridava tra un rullo e l’ altro una frase che in sé non aveva nulla di concreto: «Siamo in stato di emergenza!». Frase che tutti fulmineamente tradussero in termini di concretezza: «Sono sbarcati». Era un evento ormai atteso, e da diversi giorni alti funzionari della pubblica amministrazione e gerarchi fascisti abbandonavano i loro posti di responsabilità dopo avere intascato cinque mensilità di stipendio grazie a una leggina lungimirante fatta per chi meditava la fuga. Erano andati «a rapporto», quasi tutti a Roma, mai bombardata in tre anni di guerra. I più tracotanti affermavano: «La nostra contraerea é il Papa».
Il risveglio dato dai tamburi fu seguito da un’ ansiosa ricerca di notizie. Nelle grandi città, dove gli sfollati tornavano ogni mattino per motivi di lavoro (erano tutti mobilitati civili in zona di guerra, con gli obblighi che ne derivavano), circolavano le notizie più contrastanti: secondo alcune voci i nemici avevano tentato di sbarcare ma erano stati subito ributtati a mare, secondo altre il fatto che i militari italiani erano in movimento verso sud significava che lo sbarco, o il tentativo, era stato fatto nelle coste meridionali dell’ Isola. Qualcuno che aveva parenti o amici da quelle parti, diceva che aveva avuto notizie telefoniche secondo le quali da Licata vedevano il mare affollato fino all’ inverosimile dì navi da guerra e da trasporto di tutte le stazze: alcune di queste, giunte alla battigia (quella che Mussolini qualche giorno prima con imperdonabile ignoranza aveva chiamato «bagnasciuga»), abbassavano enormi portelloni e scaricavano a terra uomini, auto, camion, carri armati, cannoni. […] Malgrado tutto ciò il comportamento di soldati e ufficiali siciliani, che in quel momento costituivano il 60 per cento delle forze armate italiane dislocate in Sicilia, fu esemplare come sempre. Essi mostrarono di essere degni discendenti dei tanti caduti sui fronti della prima guerra mondiale, di quella «valanga che sale» del generale Antonino Cascino, anch’ egli siciliano, verso le cime del Kuk, del Vodice, del Monte Sacro e di tanti altri luoghi consacrati dal loro sangue“.

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