17 Luglio 1994. C’era una volta un cavaliere in lotta per la sua fanciulla

Quella che oggi voglio raccontare è una favola. La favola di un uomo, un prode cavaliere dei nostri tempi, che ha condotto la sua fanciulla a pochi passi dal tetto del mondo. L’ha fatta soffrire, l’ha amata, illusa e poi tradita. Ed è stato bellissimo, indipendentemente da come è andata a finire. C’è una morale in tutto questo? Certo, altrimenti che favola sarebbe. Diciamo che si potrebbe riassumere come segue: anche i migliori possono sbagliare e gli amori veri, quelli puri e profondi, resistono tenacemente contro ogni avversità. Per sempre. 

Il Mondiale russo ha appena chiuso i battenti, con la Francia di Deschamps, Mbappe e Griezmann sul tetto del mondo. Un Mondiale intenso e spumeggiante, a tratti assurdo e sorprendente. Un Mondiale senza Italia, triste e amaro al contempo, come se durante la rapina al casinò di Terry Benedict venisse a mancare George Clooney. Un Mondiale senza Italia e con una Svezia in spolvero, come se durante la Battaglia dei Bastardi a sfidare quel figlio di buona madre di Ramsey mettessero Hodor e non Jon Snow (narcisismo portami via). Un Mondiale che ci ha insegnato come, a volte, la motivazione può essere più decisiva della qualità e la razionalità può essere surclassata dall’incoscienza. Cosa ci resta, quindi, di questo Mondiale? L’orgoglio croato? La disfatta tedesca? L’harakiri giapponese? No, quello che resta a noi italiani è l’amarcord (Fellini docet).

17 luglio 1994. Pasadena, USA. Rose Bowl Stadium, 94 mila spettatori. Italia e Brasile si sfidano, a distanza di ventiquattro anni dall’ultima volta, in finale di Coppa del Mondo. Per esigenze televisive si gioca alle 12:30 ora americana, con una temperatura che sfiora i 36 gradi e un 70% di umidità a fare da contorno. Il Brasile è alla ricerca di quella coppa scippatagli all’ultimo respiro dall’Argentina quattro anni prima e dalla stessa Italia nel 1982. Sfodera una generazione di talenti che può contare sui gol di Bebeto, sulla classe di Romario e sul para-rigori Taffarel. Dall’altra parte l’Italia mette sul piatto un undici da accademia del calcio: Baresi, Maldini, Apolloni, Donadoni, Dino Baggio, Massari e poi lui, proprio lui, Roberto Baggio, il fresco pallone d’oro 1993, uno dei più grandi. Forse il più grande di quella generazione.

Il Rose Bowl di Pasadena durante la finale, 17 luglio 1994

Per gioco è una delle finali più brutte di sempre. Ma per contesto ed emozioni una tra le più iconiche, marchiata indelebilmente nell’immaginario collettivo nostrano e non. La partita fatica a decollare. Massari ha una prima occasione, a cui risponde dieci minuti dopo Romario. L’Italia è in affanno: Baggio non è al meglio dopo l’infortunio nella semifinale contro la Bulgaria e Baresi, dopo un’operazione al menisco ed un recupero miracoloso, fatica a contenere le incursioni brasiliane. Il primo tempo termina in parità. Si ci attende una scossa, ma nel secondo tempo i ritmi calano drasticamente: la tattica fa da padrona, e il caldo asfissiante si erge a boia di qualsiasi istanza, a fronte di una volontà ben manifesta ma non conciliabile con la Pasadena di metà luglio. Ci prova Pagliuca a scuotere i 22 in campo, con una leggerezza paralizzante, ma il legno salva l’Italia e il bacio del numero uno azzurro al palo (gesto entrato di diritto nella storia del calcio) è la chiara fotografia di una finale vissuta sul filo dei nervi, con la tensione vera protagonista. Si arriva ai calci di rigore, con dei supplementari soporiferi e non proprio indimenticabili. Si lancia la monetina per scegliere il dischetto e i due capitani, i Napoleone e Wellington di Pasadena, serrano i ranghi e caricano i compagni per l’assalto finale; un assalto fatto però non di baionette e cavalleria, ma di freddezza, concentrazione e tanta, tanta fortuna. Baresi sbaglia. Santos sbaglia. Albertini e Romario segnano. Evani e Branco idem. Massaro calcia addosso a Taffarel, mentre Dunga spiazza Pagliuca. 3-2. Arriva sul dischetto Roberto Baggio. Il Rose Bowl Stadium si ammutolisce, 94 mila persone che respirano all’unisono nell’attesa di quel rigore. Nell’attesa che il più grande conceda a Pagliuca la possibilità di salvare l’Italia sull’orlo del baratro. La rincorsa. Il tiro.

Riavvolgiamo un po’ il nastro. L’Italia arriva ad USA 94 tra lo scetticismo generale. Azeglio Vicini, l’erede di Bearzot nonché il commissario tecnico delle notti magiche di Italia ’90 (la Grande Incompiuta), viene cacciato all’indomani del crack europeo del novembre 1991. Al suo posto Arrigo Sacchi, lo stratega del Milan degli invincibili. Le amichevoli che precedono l’avvio del torneo iridato danno risultati altalenanti, con pareggi sconfortanti e sconfitte umilianti (si veda il Pontedera). Una volta alla fase finale della kermesse, l’Italia continua a giocar male raggiungendo gli ottavi di finale solo tramite ripescaggio fra le migliori terze (la peggiore tra le migliori terze, con 4 punti), dopo un cammino nel girone che la vede inanellare una sconfitta contro l’Irlanda (0-1), una vittoria soffertissima contro la Norvegia firmata Dino Baggio e un pareggio contro il Messico (1-1).

Dino Baggio dopo aver segnato il gol decisivo contro la Norvegia

Agli ottavi di finale l’Italia incontra una Nigeria in forma, superiore nel gioco aereo e fisicamente più prestante. I tempi regolamentari terminano 1-1, con gli azzurri in dieci uomini per l’espulsione di Zola: è il momento che cambia la storia di quel brutto anatroccolo con la maglia azzurra. Si sblocca Baggio (Roberto) e l’Italia vola ai quarti. Li, la Spagna, affondata prima da Dino e poi di nuovo da Roberto. Poi, la Bulgaria in semifinale. Una squadra cattiva, fallosa, ostica come poche al mondo. Ma il Divin Codino ha deciso che quella è la sua partita e la doppietta che stende Stoichkov e compagni trasforma il brutto anatroccolo Italia nell’aspirante reginetta del ballo. Ma prima della consacrazione definitiva rimane l’ultimo scoglio: il Brasile. E quella favola così emozionante si spegne sul più bello, tra i piedi di colui che, da protagonista, ne aveva tratteggiato (o pennellato) i momenti più belli, incantando le assolate lande americane e accompagnando inaspettatamente la sua fanciulla a pochi passi dal tetto del mondo.

Roberto Baggio fallisce l’ultimo rigore. Il Brasile è campione del mondo

 

Sei mai stato il piede del calciatore che sta per tirare un rigore e il mignolo destro di quel portiere che è lì, è lì per parare

meglio, sta molto meglio il pallone
tanto, lo devi solo gonfiare L’onda monta il mare senza sponda cresce, aumenta, il cuore ti si gonfia

chiama, grida, nessuno è sulla riva
il cielo è nero e tu sei lì da solo
dentro di te o a un metro più avanti di te
c’è un qualcosa e non sappiamo cos’è, cos’è
è l’anima.

Baggio Baggio“, parole di Lucio Dalla.

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